Io ci sto tanto bene

Lo sgangherato ragazzetto marocchino rientra a scuola dopo un mese d’assenza e io me lo mangio vivo. Strappo a morsi brandelli di carne, mastico bene e poi sputo quello che rimane. Mi ci vogliono tre ore intere, per fare tutto come si deve. Ma i giorni successivi, non so, mi piglia un’imprevista voglia d’abbracciarmelo tutto; o meglio abbracciare quel che resta di lui. Parlargli a lungo. Strapazzarmelo come si fa coi cuccioli ringhiosi dagli occhi grandi. Me lo studio mentre armeggia senza tregua con gomme, fogli e penne, e intanto mi si scioglie una specie di bolo dentro lo stomaco, una spaventosa urgenza di bene che mi fa venire caldo.
La bimba bellina dal nome letterario mi fissa da fondo classe mentre racconto di quando Didone si ficcò un ferro in corpo maledicendo Enea insieme al figlio che purtroppo non aveva fatto a pezzi e poi servito a pranzo. Mi guarda immobile, le si dipinge sul volto un’ombra di qualcosa e io penso: oddio ora piange. Poi suona la campanella e lei non piange ma anzi comincia a giocare a sasso-carta-forbice.
La smilza cinese con la frangia lunga lunga, invece, la fo piangere spesso. Per qualche motivo incomprensibile non ci capiamo e finisce sempre che le urlo contro e la vedo smaniare per rispondermi qualcosa. Infatti lei un po’ lo fa, di rispondermi, così io m’arrabbio di più e mi faccio montare la furia pestando l’aula come fossi in una gabbia, con grandi falcate precise e marziali che mi spaventano, se mi guardo per un attimo da fuori. Eppure io, quella cinese lì, l’adoro.
La timida piccolina che si chiama come la Nina si offre sempre volontaria, da quando ha preso 5 alla prima interrogazione e l’ho sgridata con la voce brutta. Ora alza la mano, viene alla cattedra, dice le sue cosine, è orgogliosa di sé e io di lei, tanto.
Il ragazzino biondo coi capelli che cambiano in base alle mattine mi fa tanto ridere: se ne sta laggiù in mezzo alle bimbe, che se lo coccolano e lo chiamano il signorino. Porta con sé una bottiglietta piccola di amuchina gel e prima e dopo i pasti, con un gesto veloce, se la passa sulle mani. Sembra essere di qualche altro luogo; o secolo. Sorride leggero e garbato, come avesse capito tutto di come si sta al mondo. Laterale e defilato ma comunque presente, in mezzo agli altri.
Un paio d’alunni iniziano i temi scrivendo Cara prof Capecchi e a me scappa subito da sorridere, qualunque cosa ci sia scritta dentro.
Un’altra non parla mai. Ma proprio mai. Io la interrogo, la tengo lì vicina a me, le faccio delle domande; e lei zitta. Le dico di scegliere un argomento a piacere; e lei zitta. La strattono un po’ a parole, la blandisco, la carezzo, la sgrido, le scrivo, la guardo, la chiamo, le sorrido; e lei sempre zitta. Chissà che pensa. Chissà perché sta zitta. So che ha milioni di cose da dire. E aspetto.
Sicché insomma in classe io ci sto tanto bene. Nel cassetto della cattedra ho del cioccolato fondente da mangiare e offrire; nell’armadietto due matite piene di brillantini, che m’hanno regalato le bambine; nella borsa tutte le forbici che ho sequestrato. Io me le guardo e sono contenta.

Io ci sto tanto beneultima modifica: 2010-12-02T19:42:00+00:00da capecchi
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7 pensieri su “Io ci sto tanto bene

  1. Dove li porto in gita? Firenze? Torino 150? Li porterei in quella classe lì, con Didone, Amuchino e le forbici. Programma del viaggio d’istruzione: sasso carta forbice intensivo. Pranzo: al sacco + (se si fa i bravi) un quadratino di fondente quella del cassetto.
    Grazie.

    Clio

  2. Ed ecco che celata fra i bambini, tanto l’altezza è quella, con uno zaino rosso, arriva la Sgualcita con la manina a chiappare mortazza e cioccolata. Che brave insegnanti che siete… “Hey Gaia, ma che cuoricione grande che haiiiiiiii”

  3. ecco, lo so che l’ho già detto, ma se mai avrò un figlio io vorrei che fossi tu a parlargli/le di didone e a toglierle/gli le forbici di mano. l’amuchina no, spero di non dargliela. anche se, a ben guardare, sarei proprio il tipo, mannaggia a me.

    (grazie. e noi ci dobbiam vedere, se non ce la si fa prima, subito a gennaio.)

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