Pistoia, le gite e le cuffiette

la piazza dal tavolino del bar.jpgLe gite son fatte un po’ così, che guardi i paesaggi scorrere fuori rapidi e poi ascolti le canzoni dividendo in due le cuffiette dell’ipod. Ti viene in mente quando ancora avevi le cassette che giravano nel walkman ed era il tempo dei Duran e degli Spandau e tu speravi sempre che Through the barricades arrivasse al momento giusto del giorno, del viaggio, della fila dell’autobus. In fondo non è cambiato nulla. Loro sono tutti sprofondati nei sedili, indossano felpe col cappuccio, jeans stretti e converse ai piedi. Hanno gli stessi occhi lucidi, le mani sudate e si parlano dentro le orecchie sbriciolando parole che rotolano via sui binari. Attendono qualcosa che non sanno ma intuiscono. Per questo sono radiosi, eccitati, invasi dal terrore ma smaniosi di non perdersi neanche un pezzo di questa giornata. Scorre un’altra canzone, il contrabbasso snocciola Your own sweet way ma anche lontanissime frasi di De Gregori tipo quella dei giocatori che li vedi dall’altruismo e dalla fantasia. Fra te e loro giusto un paio d’anni di differenza.
Poi arrivi a Pistoia. Che ha strade vuote e impalcature ovunque. Le piazze e le chiese sono quasi deserte, attraversate da commesse con le facce color mattone, avvocati ingiacchettati e donne dai tacchi grossi di camoscio che picchiano sulle pietre antiche. Le piazze e le chiese sono piene solo di noi, dei nostri ragazzetti, delle amicizie di una vita e degli accenti vecchi che sembrano nuovi: ti accorgi quanto ormai sei lontana da qui quando senti gli alunni pistoiesi spiegare la facciata del Battistero o la Sala e resti trafitta dalle lori voci. Il modo di piegare le frasi e dire le parole suona ai tuoi orecchi come completamente estraneo, sicché ti viene da sorridere anche se – dentro – qualcosa scricchiola e ti escono fuori dalla bocca frasi superflue: “Beh insomma la piazza è proprio bella, no?”. Già, proprio bella. Le nostre belve spargono chiazze di gioia scomposta in questa città zitta che oggi mi sembra una cartolina, una scenografia che quando me ne vado viene di certo smontata e chiusa da qualche parte. Pistoia non esiste; e guardarla seduti dal tavolino di un bar mentre loro mangiano, disegnano, ballano e s’accapigliano dà al pomeriggio un’insolita quieta pacatezza, un distacco da tutte le cose che forse il freddo accentua.
Nelle gite scolastiche succede però così, che non fai in tempo ad abituarti a come ti senti che subito lo scenario cambia. C’è da andare, comprare cuori, prendere un altro treno, buttarsi nel grigio ghiacciato della montagna e comunque leccare il gelato. Quando il tempo sta per scadere tu te li guardi ancora meglio e ti sembrano tutti belli e buffi. Ci sono Narcos, Don Johnson in occhiali da sole e il picchiatore ucraino biondo e altissimo. Le bimbe coi braccialetti nuovi e quelle che si tengono per mano. Finisce che chiamano pure quelli che non hai fatto venire e ti verrebbe da dirgli un sacco di dolcezze ma ti trattieni (forse).
silenzio.jpgPoi c’è quel momento quando tutti s’arrampicano su per le scale bagnate. Tu ti siedi e loro spariscono dietro la torre. Resti sola, non c’è più nessuno. Guardi il cielo livido, le montagne in fondo, le case che ti si chiudono addosso. Ascolti il silenzio. Sospendi il respiro. Nient’altro. Sei l’unico essere umano al mondo e ti sembra di avere la chiaroveggenza su tutto. È quel miracolo che ogni tanto ti capita, quello di quando dici: ecco. Ma è solo un attimo, un niente. Poi tutti si scapicollano di nuovo giù, senti le voci, il trotto dei piedi, il loro prooooof!, lo scrocchiolare delle scarpe sull’acqua. Via, bisogna tornare a casa.
La luce quando torni dalle gite sembra sempre la stessa. Non lo so bene perché. Forse è quel buttarsi sui sedili e appoggiare la testa, lasciare che tutta la stanchezza e i passi accumulati ti vengano addosso, essere più indulgenti. Non riuscire a smettere di ridere quando lei con quegli occhi azzurro ghiaccio viene lì e dice tranquilla: “Di solito mio padre arriva in ritardo oppure non viene”. Ridi, sei così stanca, ridi, ridi e non ti va di preoccuparti mentre ti vedi già a passare la notte sotto un cartone della stazione di Borgo Panigale aspettando invano. Poi il padre invece viene e si stringono mani, si spezzano sorrisi, si danno baci sulle guance, si sciama via tutti sotto una pioggia che c’è e non c’è. Alla fine resta quel disco di Paolo Conte dentro la macchina e tu sai che è il disco sbagliato per almeno due miliardi di buone ragioni ma del resto quello hai e allora te lo tieni, così come ti tieni il baluginare struggente di Babilonia, Ninive, Memphis e Luxor. Resta il caldo buono che ti porti addosso, sulla faccia, sui capelli spettinati e il rossetto scolorito, il caldo nonostante l’aria fredda che circolava per le vie. Resta intorno al polso un braccialetto che ti ha regalato la bimba cinese con la frangia sugli occhi: lo guardi e brilla, nella notte che viene giù senza fretta. Lo guardi e la notte t’inghiotte umida mentre le ruote fanno il giro della rotonda, il tuo stomaco s’attorciglia e fai finta d’avere fame ma tanto mica è vero: è solo la gita che finisce e ti lascia piena e vuota, allo stesso tempo.

  http://capecchi.myblog.it/media/00/02/132675034.mp3

 

(Spandau Ballett, I’ll fly for you. Canzone delle gite e delle cuffiette divise)

Pistoia, le gite e le cuffietteultima modifica: 2011-04-15T12:03:00+00:00da capecchi
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