Brad Mehldau e l’amore che esiste

Stamani quando ho aperto gli occhi un unico chiodo mi trapanava il cervello: Brad. Questo, evidentemente, significa solo una cosa: che l’amore esiste. Ha tempi e sviluppi incomprensibili ma esiste; c’è. Vive in uno spazio non sempre visibile fra la coda bionda di Thom Yorke e la fila I, a destra, del Teatro Comunale di Bologna; ma esiste.

Fuori, la città implode nel freddo che alla fine è arrivato. È quasi notte. Le strade lucide, la gente che mi pare troppa, sconosciuta, persa. Non lo so. Io voglio solo entrare e sedermi. Ascoltarlo. Guardarlo. Sembrano così tante file, quelle fra noi. Riuscirò a sentirlo lo stesso? Mi sentirà, lui? Non c’è troppo spazio in mezzo? Tre anni sono davvero lunghi e io non me lo ricordavo quasi più, com’era vederlo entrare con la sua camminata schiva e il sorriso all’ingiù. Stavo per questo aggrappata al bracciolo delle poltrona, col fiato sospeso e una specie di paura in gola.

Poi lui ha poggiato le mani sul piano e ha iniziato. Mi c’è voluto un po’ per riprendere a respirare. Ha attaccato con poche note di mano destra, leggere, poi sempre più fitte, più grosse. Larry Grenadier e Jeff Ballard dietro. Era un blues decomposto, tutto trattenuto, quegli andamenti sghembi che son tutti lui ma che alla fine mi fanno andare anche giù di testa perché dov’è la melodia? Dammi la melodia! Lo so che ce l’hai e me la stai nascondendo, crudele, per buttarmela poi addosso tutta insieme, più tardi, quando io sarò un piccolo rovello di muscoli tesi e desideri inespressi. Intanto sotto i fari brilla il raso verde sottobosco della sua camicia, una di quelle strane buffe camicie che porta lui; tipo quella in viscosa a righe verticali marroni. La luce gli cancella la faccia. Vedo solo il lampo grigio dei suoi capelli e la linea della schiena, che si piega tutta a sinistra. La sua mano destra, bellissima e bianca, sui tasti.

Sui tamburi rimbombano potenti i mallets. Jeff Ballard è il dio della batteria e noi umili servitori non possiamo che inchinarci al suo potere. Dentro la sua giacca inopportuna perché chiara ci spezzetta un brano con strutture ritmiche impossibili. Il piano ci s’infila non so come in mezzo. Il contrabbasso di Grenadier cuce tutto insieme. I tempi sono assurdi, inspiegabili. Rallentano, accelerano, prima quattro (forse), poi tre (forse), poi boh (sicuro). Vai a sapere dov’è il battere, dove il levare e cosa fa esattamente Brad, con la sua ossessiva mano sinistra, che ti preme sempre e solo in quel punto esatto della tempia – senza che tu te ne accorga se non da ultimo. Infatti finisce il pezzo e sei stordita. Ti accorgi che sorridi; no forse ridi. Non sai bene cos’è successo là sopra. Il solito trio ha frammentato un solo in settemila differenti modi che tuttavia sono gli stessi, ma osservati da lati tutti diversi. Da perderci la testa. Appunto.

Poi addio. Valsa brasileira. Chico Buarque. Eccolo là, lo volevi il romanticismo? Arrivo io, che mi chiamo Brad, suono il piano e te lo rovescio tutto addosso. Aiuto. Scivolo. Giù. Più giù. Ancora più giù. Lui accarezza il tema, se lo liscia fra le mani; no, errato: accarezza e liscia il tuo collo e la schiena e tu dov’è che sei finita mentre il tema si allunga? Per terra, sotto la sedia, sciolta in rivoli di languore, Brasile e nostalgia. Come suona la bossa Brad, sì, nessuno. Non c’è un posto diverso da questo dove vorresti essere ora, proprio ora mentre lui nasconde il tema nell’assolo, vaghissimo, ripescando le note da chissà dove. Il pianoforte e lui non cantano eppure cantano: “e te veria confusa por me ver, chegando assim mil dias antes de conhecer”.  Confusa. Vederti. Arrivando. Mille giorni prima di conoscerti. Qualcosa del genere, ecco.

Non so come ci si possa riprendere da una musica così. Ma so che mi era mancata tanto. E adesso ne voglio ancora. Ma lui lascia un po’ anche suonare gli altri, si ferma, aspetta. Brad con le mani strette in mezzo alle ginocchia, Brad a gambe incrociate, coi capelli grigi, con i suoi due asciugamani, con la camicia coreana verde, con le scarpe nere, con la testa inclinata, con la piega all’ingiù delle labbra. Lo guardo e, Dio perdonami per il pensiero peccaminoso, mi viene in mente solo questo: ma Brad saprà ballare swing? Un pensiero che tornerà più volte nella serata, anche se scuoto la testa per mandarlo via.

Comunque lui riprende a suonare. Trova note fondissime, cupe, anche se non arriva, stasera, ai dolorosi fondi strappi di Paranoid android. Bene, meglio. Mi avrebbe ammazzato. Lui suona, suona e suona. Intorno mille teste, pensieri che si staccano come fumetti sopra di noi. E siccome c’è sempre una canzone di Paolo Conte per ogni momento della vita, ce ne deve essere di certo una anche per questo. Quello starsene lì seduti e le teste di tutti ferme. La musica. Le signore ingioiellate dentro le parrucche, i capelli bianchi degli uomini, la cortesia che serpeggia sui baveri dei cappotti. Tutti immobili. Brad suona, Ballard e Grenadier si scambiano occhiate e il pubblico non esiste. Sono cartoncini bianchi messi lì apposta per far finta che il teatro sia pieno. Intanto la musica va, fin dentro l’anima, lei va. In quella manciata di persone vive che non riescono a trovare posizione sulla poltrona, che tossiscono, che hanno scarpe troppo grosse per una notte così o magari maglioni bucati dalle tarme che avrebbero dovuto rammendare ma non hanno rammendato. Qualcuno è vivo, là dentro, ma gli altri no. E si perdono di certo il momento in cui Larry Grenadier, con la camicia azzurra stropicciata, i riccioli biondi che dondolano sulla fronte, comincia a suonare Si tu vois ma mére, un Sidney Bechet delle meraviglie. Ma Brad non è contento, allora il tema lo ripiglia anche lui e continuano così, tra le vie di Parigi, i caffè all’aperto, la primavera che diventa estate nella notte calda, con i lampioni a tremolare nell’acqua e quei due che camminano sul lungo Senna e si dicono delle sciocchezze così leggere, le più importanti sciocchezze della loro vita. Aaaah, sì. Senti come scivola bene la barca sul fiume, guarda là quel gatto, quei tetti, quella signora con una enorme gonna rossa, ecco è questa la notte in cui io ti dirò che ti amo. Poi le ultime note, la musica si ferma, gli applausi; e Parigi la Senna il gatto i caffè la donna con la gonna rossa puf, spariti. Resta il tempo per un bis. Non sono certa ma mi pare che Brad stia suonando swing. Si potrebbe ballare, tu dici. Lassù sul palco, tu pensi. Dai, facciamolo. In fondo è Brad Mehldau, in camicia verde e rughe come le mie sul viso. È Brad, quello lì, l’ultimo dei pianisti romantici. Capirà. Ed è per questo che non ho mai smesso di amarlo.

Brad Mehldau e l’amore che esisteultima modifica: 2015-11-24T17:51:39+00:00da capecchi
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Un pensiero su “Brad Mehldau e l’amore che esiste

  1. Oggi si vola più alto del solito! Non c’è solo Pitt, e il brad-ipo ‘iper’ ne è la prova. E il tuo testo anche.
    “… e il pubblico non esiste. Sono cartoncini bianchi messi lì apposta per far finta che il teatro sia pieno.” Vero (per una delle ‘parti’ di Brad & co), ma chi va per Brad – come anche per funghi – è più che motivato, entusiasta (preso dal ‘dio’) direi.
    Nike

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