Salsomaggiore, che non esiste

Salsomaggiore è un luogo che non esiste. O meglio. Esiste in un autunno indefinito fra il 1910 e il 1930, e noi ci caschiamo appena scesi dal treno. Come cadere dentro a una litografia. Ti sembra quasi di prendere le stesse sfumature dei ritratti degli antenati appesi in salotto. Le foglie secche dal color foglia secca non riescono ad attutire del tutto il rotolare delle ruote del trolley rosso, unico elemento di disturbo in questa scena grigiomarrone dal silenzio perfetto, misterioso. Le galline e il gallo che razzolano per strada, sul marciapiede, sembrano essere lì da sempre e non appaiono affatto incongruenti col paesaggio. Che si trattava di una specie di gita scolastica, con la sua tipica sospensione del tempo, lo sapevamo già. Ma che si trattasse di un viaggio all’indietro di un secolo, ecco, quello non era proprio previsto. Ti aspetti di trovare Marino Moretti e Corrado Govoni che passeggiano nel parco discorrendo di musiche girovaghe e rose che si sfogliano.

L’occhiata dalla finestra della camera, con la luce del tramonto, gli alberi spogli e qualche luce sparsa che comincia ad accendersi, dà quello struggimento che piega un po’ le gambe. Ma forse è la fame. Sicuro che lo è. Perché qui non c’è tempo per sedersi a tavola. Ma ci s’infilano le scarpe da ballo, si tirano su i capelli e si fa quello che si deve fare: ballare, sudare, diventare rossi, sorridere molto, sentirsi bene, anche se di una felicità un po’ storta perché incrinata dal fatto di non essere mai del tutto giusta; per abito, età, misura, capelli, pensieri. Eppure se non fosse così, se tutto girasse perfettamente in sincrono, questi giorni in saloni dalle sfumature gialle e rosse, dai visi sconosciuti diventati familiari in un attimo, dagli asciugamani appoggiati sulle borse e i mandarini sulle finestre, non avrebbero il sapore che hanno: il luccicare da solo, dio che noia. Ma la polvere che si alza dai pavimenti in legno battuti da scarpe eleganti, ecco, quello sì.

Così la sera riempiamo un salone dalle volte dorate, indossiamo abiti leggeri e papillon, spazzoliamo i nostri migliori sorrisi e balliamo. L’orchestra suona, la gente arriva a ondate. Sfilano donne con spalle scoperte e calze con la riga, uomini con baffi e bretelle; qualcuno azzarda i guanti bianchi. Tutto ruota, va veloce. Le gambe si sollevano, i bicchieri si accumulano, i balli non si contano. Noi che siamo venuti da quella città adesso lontana di Bologna siamo in pochi. Ci stringiamo come un guscio caldo; oppure a volte ci perdiamo, fra la gente, le risate, le mani degli altri, le schiene da guidare, l’ennesima giravolta. Ma ci ritroviamo sempre. È bello. Dà allo stomaco un calore buono. O forse è ancora la fame.

La notte è cortissima eppure sembra un pozzo infinito. Non si dorme, quasi. Settemila pensieri l’uno il contrario dell’altro ti spezzettano il cervello. Un’unica ossessione rimbomba nella testa: ed è la musica. Respiri in tempi di otto, a volti di sei, e sogni triple step. Tùm, chà, shagghidà. Frrrrrrrrrr. Non si spenge un attimo, non si spenge mai. Batte il cuore in quick quick slow. Cerchi d’indovinare l’ora. Dal buio e dal silenzio potrebbero essere le tre di notte; ma tu lo sai che alle tre stavi ancora ballando in tacchi argento. Allora che ore sono? E dove sono? Come sono finita qui? In fondo le camere d’albergo hanno tutte lo stesso odore e lo stesso senso disperante di bellezza sfatta, miserevolmente umana. Il solo fatto anomalo è la temperatura, che non va mai bene, ovunque ti trovi: invece adesso non hai caldo, non hai freddo, non butti via le lenzuola né ti ci arrotoli dentro. La tua coperta ideale. E l’hai trovata a Salsomaggiore in una notte improbabile in cui non hai mai dormito. A Salsomaggiore, che veramente non esiste.

Di mattina sotto il sole la città è ancora più irreale. Sagome sfumate ti sfilano davanti. Scenografie umane di una domenica perplessa. Mangiare, figuriamoci. Non hai forse mangiato un twix alle due di ieri notte? E allora zitta. Meglio buttarsi subito in pista, non parlare neppure. Seguire i passi di maestri svedesi alti e biondi, tutti bellissimi anche dopo una notte di sfrenatezze. Improvvisarsi ballerini di jazz con Fredrik dalle caviglie snodate e la schiena stretta. O innamorarsi della gonna rossa di Mimmi che vola leggera con le gambe lunghe; del suo ciondolare che nel momento in cui stai per pensare sia qualcosa di goffo ecco, fregàti, diventa sexissimo, ipnotico, lo voglio, anch’io, ora, subito. Già perché lei è l’altra te. Quella che esiste da qualche parte in qualche vita parallela; a cercarla son sicura che c’è.

Comunque poi d’improvviso tutto finisce. Le signorine uscite fuori da un caffè concerto della Repubblica di Weimar chiudono il banchetto delle scarpe e impacchettano tutto. I divani si svuotano. Abbracci, mani che si stringono, allora ciao, alla prossima. Il pomeriggio rallenta. Fuori c’è ancora luce; ma la sera è già lì. Si risale sul treno come del tutto cambiati da quei, quanti?, due, dieci, mille giorni che si è stati lì. Si chiudono le porte, il treno parte, ti volti e la città è sparita. Salsomaggiore infatti non esiste ma vive solo quando ci sei dentro, in quello spicchio di tempo in cui hai gambe lunghissime, coperte perfette e gli stacchi swing sempre giusti.

Salsomaggiore, che non esisteultima modifica: 2015-11-30T16:05:55+00:00da capecchi
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