Fuori è gennaio

C’è solo grigio, fuori. Infatti fuori è gennaio; anche se non dentro la mia testa, dove gennaio non esiste. Se fosse per me, terrei in piedi giusto una manciata di mesi. Febbraio perché è corto, freddo e romantico. Maggio perché ci son nata dentro. Tutta l’estate per via dell’America. Ottobre, per le foglie secche, gli odori e i colori. Dicembre perché è tutto meraviglioso. Il resto più o meno potrebbe quasi sparire. A gennaio mi piglia l’ansia. A gennaio è già finita la scuola e io devo partire per due mesi e non ho nulla di pronto. Le valigie, il corso nuovo da insegnare, il mio corpo che deve potere, all’occorrenza, indossare un costume e fare surf a Manhattan beach (ahahahah). A gennaio comincio a non dormire più. Il cervello di notte frulla, smania, non smette un attimo. Troppo futuro. Dodici mesi. Dodici. Lunghi. Mesi. Dio santissimo. L’ho già detto che ne bastano cinque o sei. Allora lasciatemi qui a crogiolarmi con le musichine amate. Un sacco di Sidney Bechet, Glenn Miller, Art Tatum e Ben Webster. Qui dove tutto ha luci basse e divani rossi. Non voglio uscire più, se non per ballare. Non m’importa niente di quello che c’è fuori. Ma zero. Non basta forse questa casa e le persone che posso farci entrare dentro? Ho un pavimento in legno buono e vicini che non fanno tante storie. Posso anche tenere l’albero acceso fin quando volete. Di solito lo smonto a fine gennaio ma se vi piace ci allunghiamo un po’ più in là. Facciamo una cena di Non Capodanno e brindiamo con sottofondo di Fred Astaire che canta Cheek to cheek.

C’è solo grigio là fuori. Con una pioggerella inutile che impregna le cose e i cappelli (degli altri). Una luce piatta che dice: non uscire, sta’ al sicuro e custodisci bene le tue memorie. Aggrappati a questo 2015 che è ancora qui, bellissimo. Il polso della nonna rotto che poi è guarito, Walt e Jesse che sono stati amori veri e come tutti gli amori veri si cerca di pensarci il meno possibile, amici nuovi che sanno cucinare, amici vecchi che si sono riabbracciati, il divano di Prospect Hill con vista sulla baia, le strade tutte contorte e sporche di San Francisco, la luce di Los Angeles che non si può proprio descrivere se non l’hai mai vista, specie verso le sei quando cola giù sulle case e le palme e ti lascia lì a chiederti cosa ti trattenga dal buttare tutto all’aria e stamparti per sempre contro quella luce. Ma soprattutto, per forza, lo swing. Il pezzo che parte e cinque – sei  – sette – otto,  sentiamo se è troppo veloce o invece perfetto così. Ti va di ballare? Certo: sempre. Prendi la mano e portami in mezzo alla pista. Fammi fare tanti giri come piacciono a me, non mi dire nulla, guardami ma a metà che se no m’imbarazzo e lascia che sbagli, che mi si rompa un tacco, che rida scomposta e diventi tutta rossa in faccia, non come quelle signorine a modo di cui non dovresti fidarti, che ballano senza sudare e rimanendo sempre pallide e pettinate. Io ballo come ho sempre suonato. Non conosco i nomi dei passi così come gli accordi, non penso mai a cosa sto facendo, odio la tecnica e amo quando improvvisi un passo e io dietro, voilà, eccomi. Ballo come ascolto la musica: se nello stomaco non mi si attorciglia nulla non va bene; oppure se non sorrido come pensando a qualcosa di buffo che una volta mi è successo allora vuol dire che ehi, non sta funzionando, mi spiace. Mi deve venire voglia di ridere e piangiucchiare un po’, insieme. Altrimenti avrei scelto di andare a correre o visitare un museo, invece di star qui adesso a dondolare le spalle sotto una palla di luce che gira come nei capodanni di When Harry met Sally.

Allora che me ne importa del grigio là fuori, se tengo bene a mente tutto. Se penso che magari nei miei prossimi sei mesi preferiti ci saranno altri balli e altre cene con tanti bicchieri; altre strade d’America; altri Brad per cui struggersi; e altri pomeriggi come questo, con la Nina sul divano a fianco che legge, sdraiata con le gambe su e un pigiama col koala, morbido, caldissimo. Di quei pigiami che ora mi alzo, le vado a dare noia strapazzandola tutta e lei si contorcerà ridendo ma senza andare via. Che poi in fondo è proprio quello che dovrebbe sempre accadere con chi si ama per davvero: darsi noia, sgualcirsi tutti ma non andarsene mai.

Ovvai, 2016, vieni pure che t’aspetto.

Fuori è gennaioultima modifica: 2016-01-05T16:49:14+00:00da capecchi
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