La ragazza coi capelli di topo e David Bowie

Il cielo sta di certo per cadere giù. C’è una luce da fine del mondo. Nubi stranissime viaggiano dietro gli alberi neri della Montagnola. Li vedo, da qui, si muovono in un vento caldo, fortissimo. Si muovono sotto strisce di un bianco abbacinante. Il tempo è impazzito; là fuori sono dodici, sedici, trenta gradi. È un gennaio capovolto, insensato, quello in cui capisci d’improvviso che è morto David Bowie.

I’ve nothing much to offer, there’s nothing much to take.

Non era ieri che avevo quindici anni? Avevo un ciuffo molto più riccio di adesso, ascoltavo la radio e registravo le cassette con dentro Absolute beginners. Ma io David Bowie lo ascoltavo poco: non lo capivo. Capivo invece il vestito giallo di Patsy Kensit e la sua frangetta bionda e il fatto che io, certo, sarei sempre stata di un’altra razza. Guardavo i capelli esplosi del Re dei Goblin e gli occhi sgranati di Jennifer Connelly e m’arrivava anche in quel caso l’eco – ma lontana – di qualcosa che non capivo fino in fondo. Sono cresciuta così, un po’ sciocca, liscia, troppo stupida per David Bowie.

Le foglie della Montagnola intanto son diventate d’oro, le piante sul terrazzo se ne stanno scaraventate a terra, le finestre ringhiano sbattute dal vento.

M’è successo di capirlo tardi. Da grande. E quando l’ho capito mi ha fatto piangere. Ero su un treno da o verso Roma, adesso non lo so più. Ascoltavo Life on Mars senza tregua. Forse era un gennaio proprio come questo. I primi giorni dell’anno, un’angoscia sorda alla bocca dello stomaco, il cervello che esplodeva e il pianoforte che partiva.  It’s a God-awful small affair. La ragazza coi capelli di topo non smetteva di rimettere il pezzo da capo; ancora e ancora. E poi Starman e poi Ziggy Stardust e poi Life on Mars e poi Life on Mars e poi tutte le cose che non aveva capito e che ora arrivavano a spazzare via tutto. It’s the freakiest show, piccola. Non vorrai mica andartene? Proprio adesso? Rimetti il pezzo, asciuga quegli occhi, non tirare su col naso; e ringrazia il cantante biondo per questo viaggio gratuito che t’ha offerto nel mondo degli eroi.

Le nubi continuano a viaggiare, più alte. Uno squarcio di celeste s’intravede là in fondo; dietro il bianco, il grigio, il nero, la luce. Un pezzo d’azzurro s’affaccia e poi sparisce. La fine del mondo è qui dietro, l’universo sta per crollare e gli alberi sono tornati neri; e secchi.

Quando poi l’ho capito davvero ho voluto regalarlo alle bestie. Non mi scorderò più la bolla calda che ci avvolgeva tutti, loro che avanzavano piano, che ripetevano “Mi senti, Maggiore Tom? Mi senti?”. L’aria era così densa che la potevi prendere e fare a fette. Eravamo tutti stretti dentro qualcosa di grande e bellissimo. Gocciolava giù una musica che ci avrebbe fatto piangere, se solo ci fossimo distratti. Mentre intanto Marius s‘inginocchiava, toglieva il casco da astronauta e lo poggiava per terra: “Non c’è niente. Che io. Possa fare” – diceva. “Non c’è niente che io possa fare!” – gridava. No, non c’è niente che qualcuno possa fare. Allora alzavo la musica. Nella sala rovente si gonfiava un volume impossibile, perché io son fatta così, ho un’anima maraglia, e la musica non è bella per davvero se non fa cascare il tetto; e allora vai, facciamoci venire a sgridare dal dottorino che qui accanto parla con gli alunni. Cosa vuoi che ne sappia? Cosa vuoi che capisca di Tom e di sua moglie? Lasciaci sprofondare qua dentro. La musica al massimo, la scatoletta di latta che si solleva verso spazi siderali, la Terra blu laggiù in fondo, lontana, tutte le mie bestie lì, vicine, il bene che ci vogliamo, il dolore della perdita, della solitudine, dell’addio. Non è che non lo capiamo. Per quello è importante pensare che la navicella lo sa, dove deve andare. Per quello è sempre importante pensare che lei lo sa, che lui la ama.

Gli sprazzi di luce sono spariti, inghiottiti dal grigio. Il mondo non è finito. Forse qualche pianeta è scomparso; o una stella esplosa. Ma all’apparenza tutto continua a girare. E alla fine mi è arrivato come un pugno, quando ho saputo che non c’eri più. Mi hai lasciata qui dimezzata, triste; sciocca quindicenne che capisce il giallo di un abito ma il colore dei tuoi occhi no.

La ragazza coi capelli di topo e David Bowieultima modifica: 2016-01-11T16:23:14+00:00da capecchi
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Un pensiero su “La ragazza coi capelli di topo e David Bowie

  1. Naturalmente, la parte del mio post in cui c’è scritto “Il vetro contro cui sbattete, da cosa vi separa? Aggiorna: E’ una frase del filosofo-sociologo Jean Baudrillard.. non un’offesa ad un uomo! ;)” almeno per la parte finale non ci azzecca (come avrebbe detto un ben noto politico del tempo andato). È entrata nel post per un copia-e-incolla dalla frase di Baudrillard pescata in rete.
    In ogni caso può rimanere: può darsi che sia un lapsus freudiano funzionale all’articolo.
    Invece, l’ultima – “C’è un tempo per costruire e un tempo per vivere e generare. E un tempo perché il vento rompa il vetro sconnesso…” – è una mia citazione (mutuata da Thomas Eliot e i suoi Quattro Quartetti) e, per alcune assonanze (solo alcune) con il duca bianco, può rimanere. Ovviamente, Bowie è il vento, non il vetro…

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