Capelli

Il fine settimana è cominciato giovedì ed è stato pieno di segni funesti. La mia collana preferita si è rotta al Well Done, incastrata fra due assi di legno del tavolo, mentre parlavo di J. D. Salinger e maledicevo tutto quel caldo: divento troppo rossa, consistente, visibile, e guardo le fanciulle dall’incarnato trasparente senza capirle né desiderare di conoscerle.

Poi però il venerdì ho visto il Minotauro a teatro con i ragazzini e mi sono commossa. Era bellissimo, poetico e moderno. Anche se il momento più bello è stato quando ho fatto due urli alle professoresse che non tenevano zitti gli alunni e mi sono come al solito sentita la Vendicatrice Solitaria che gira per la città riparando ai torti e imponendo l’ordine. A volte mi chiedo perché io non tenga sempre in borsa un mantello e una maschera. Anche una spada, mi ci vorrebbe. O un’arma chimica di distruzione di massa. Invece ho una bustina piena di rossetti.

La sera la casa col terrazzo profumava di pulito e di crostini gorgonzola e mascarpone; dunque non si poteva essere tristi. Specie se gli spritz arrivavano uno dietro l’altro. Specie se si ballava su pavimenti di legno, dimenticando gli specchi, gli anni, le apparenze e gli sbagli fatti. Adesso poi che ho quasi imparato a buttarmi negli sugar push, sorrido anche di più e mi piglio tutta la gioia che merito, ogni volta che mi sembra di avere indovinato il punto esatto dell’equilibrio. Così ho fatto. Ma quando siamo balzati fuori da lì scendeva una pioggia fina. L’ho odiata. Perché era millimetrica e glaciale. Necessario salire in macchina veloci e via, scappare. Che ci faccio qui? Cosa c’entrano la mia faccia e le mie mani nude, in questa notte di ombre sfuggenti? Brividi. Sono certa non siano di freddo.

Il giorno dopo compio un errore grave: la parrucchiera. Persevero in uno più grave: “me li faccia lisci”. Affrontare il sabato così ha dato a tutto una prospettiva innaturale. L’osteria mi si chiude addosso minacciosa. La gente arriva a ondate irregolari, spezzate. Fa caldo. Fa freddo. Fa caldo. Un’intera caraffa di birra mi piomba addosso. Impregna il vestito, le calze, le scarpe. L’odore mi sale dentro al naso, nel cervello. Odio tutto. Ma voglio bene a qualcuno, qua dentro. Allora resto. Anche se tutte le cose belle sono successe prima, compreso uno di quei momenti che restano fissi per sempre, tutti racchiusi in un pezzetto di carta di dieci centimetri per quindici. Vabbe’, dai. Stiamo un altro po’. E facciamo il solito numero di quando suonavo il sax e tutta quella parte che so a memoria e apparecchio per gli sconosciuti. Che noia. Che fastidio. Di me, dico. Ma va bene, andiamo da un’altra parte, vengo anch’io, sì, come no. Tutto è fuori fuoco, però. I profili appaiono slabbrati. Non c’è nulla di reale se non la serranda abbassata del locale, sotto la quale mi abbasso per andarmene. I miei capelli lisci dondolano lucidi quando mi piego. Non sono miei. Non sono io.

Resta che il giorno dopo è il 21 febbraio. Doccia. Fon. Capelli ricci. Compleanno. Io. Sono qui, sono tornata. Ora festeggiamo.

Capelliultima modifica: 2016-02-22T22:16:07+00:00da capecchi
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