Finché c’è fiato

Aviatori, ragazzacci in gilet e molte fanciulle coi foulard in testa abitavano il freddo come fosse casa loro. Un operaio in tuta e camicia di flanella ogni tanto smetteva di ballare e sfilava dalla tasca una fiaschetta di rum: accessorio necessario in una notte di gelo. Eravamo tutti cascati dentro a questo hangar per aeroplani un po’ per caso, ciascuno col suo personale dramma da disbrogliare: i jeans da quindicenne, le cose da non dire, gli amori sospesi fino a quando non si sa e il punto esatto del corpo in cui nascondere tutto. Momenti d’iniziale smarrimento che proviamo ad annullare ballando; sorridendoci sperduti come soldati alla fine della guerra, lo stesso dubbio negli occhi, la gioia resa imperfetta dalla mancanza di un comune mostruoso obiettivo. Ma dal nulla eccoli. I ballerini si voltano tutti insieme. A passi lunghe nelle gambe sottili i musicisti attraversano il buio. Hanno facce lisce e completi scuri. Non temono nulla. Sono lì per fare quello che sanno fare. Acchiappano gli strumenti e salgono sul palco, facendo brillare gli ottoni sotto i fari e sotto un enorme scheletro-insetto forse di legno che pende dal soffitto. Non c’è più spazio per la paura, per il freddo e anche per le bave di rancore covate laggiù in fondo. Basta un altro sorso di rum e si scioglie un caldino buono lungo lo sterno. Basta un altro ballo e tutto funziona, chi se ne importa di quello che volevo dire e non ho detto. Si rotea vicini fra casse di legno, si ascolta un altro assolo di sax e via: siamo o no i superstiti di una guerra che ballano dentro una vecchia distilleria fuori legge?

Da lì in poi è tutto swing. Cambiare gli stivali con scarpe basse, sbagliare tutti i passi ma beccare il finale e ridere, ridere, ridere tanto con il compagno di questo scemo sabato pomeriggio in cui tutto pare avere un senso. Slim Gaillard e Slam Stewart cantano un buffo pezzo che fa: look a there, look a there, look a there – pausa – darararà. Sai già che te ne scorderai e allora lo consegni al cervello di un altro perché te lo ricordi quando vorrai. L’enorme palestra dentro la Montagnola amplifica suoni e disastri. La ragazza dal grande sorriso e il vestito rosso ci dice: fate così, alzate le braccia, guardate su, datemi l’estasi. Noi ci proviamo. Ci scappa da ridere. Sicché vuol dire che va bene. Alcuni di noi riescono persino a capire il blues, che fin qui sembrava robetta da fine serata al bancone del bar. Invece macché. Buttiamo un po’ di viscere sul pavimento, dai. Non risparmiamo su niente di ciò che proviamo, tutto quello che conta è il pulse, ora lo sai. Oh yeah.

La notte torniamo a casa a un’ora che non ricordo. Prima abbiamo vagato cambiando colore sotto luci che cambiavano colore. Erano blu poi rosse poi bianche poi blu. Ci si perdeva e ci si ritrovava continuamente, in quel fascio di note. I musicisti suonavano instancabili sul palco, un giovane James Stewart alla tromba faceva muovere anche le più timide e i maestri ballavano a un metro dal pavimento, ultraterreni. C’erano momenti in cui il soffitto, il vestito, i papillon, i capelli giravano così tanto e così forte da non sapere dove ci si trovasse; e giuro che non era per i Long island. Si trattava solo di ballare finché c’erano fiato, sorrisi, sassofoni e cuore.

Dalla notte si scivola dritti dentro la mattina, gli occhi cerchiati, le facce incredule di chi è sicuro di essere dentro un sogno: non è possibile che io stia ballando ininterrottamente da 48 ore. Forse sono pazzo, forse sono morto, forse sono felice. Ci estorcono passi veloci. Un giro via l’altro, la faccia del leader che cambia ma ormai riconosci: ehi, ciao, come stai? Ritrovarsi insieme dentro a questa specie di implosione swing, le gambe di piombo, il cervello che frigge, l’inspiegabile bisogno di continuare, ancora e ancora. Ci lanciamo dentro l’ennesimo giro di charleston che uccide, soprattutto quando il perfetto crudele maestro dice: vediamo a quale velocità massima riuscite a farlo. Vediamo, vediamo. È un massacro swing. Ma per qualche ragione questo essere lì, stritolati dal sonno, dall’assenza di fame, dalla velocità impossibile, dal caldo e da vestiti troppo neri ti dà quello che vuoi: la vita che corre forte, che sbaglia, che suda, che ti fa tanto ridere e soffrire. Tutto insieme. E siccome nel frattempo, mentre si balla, questa vita che dicevi scorre per davvero, alla fine esci di lì e sei svuotata. Fuori il cielo è grigio; e pioviscola. Il parco sa di fine di domenica. Cos’è successo? È già finito tutto? Perché? Ti affacci dall’alto: Bologna da lassù non ti è mai sembrata tanto bella, tanto vicina a schiudersi. Vedi anche casa, da lì. Così scendi le scale umide di pioggia, ma piano, pianissimo. Un po’ perché hai paura di cadere, un po’ perché vuoi tenerti a lungo stretta a questa che è la parte più bella: il momento in cui lasci galleggiare tutto, aspetti, aspetti; e poi lo senti affondare giù. È diventato tuo.

Finché c’è fiatoultima modifica: 2016-02-29T19:43:09+00:00da capecchi
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