Un lampo nella notte

Cose che odio di marzo: tutte. Cose che odio di aprile: tutte meno una – il fatto che il mese dopo è maggio. Comunque questo marzo mi è piaciuto tanto. È stata una specie di infrazione della regola, una smentita quotidiana del fastidio che mi ha resa, in qualche modo, felice. È piovuto tanto, tantissimo. E i vetri della macchina erano sempre – sempre – appannati. Con dentro un odore di foglie bagnate e fiati caldi che non andava mai via. Tuttavia non mi importava granché. Ho approfittato per arrotolarmi nelle coperte o guardare come Palazzo Vecchio si specchiava nelle pozze d’acqua; come l’Arno cambiava colore. Questo mese inaspettato mi ha lasciato un po’ strapazzata. I vestiti sgualciti di un dopo festa; e un sacco di rosso che ho deciso di indossare. Poi insomma marzo è finito e a me è venuta la tosse. Dev’essere la primavera, che da sempre mi si attacca addosso come un peso e vorrei saltare a piè pari, cominciando subito a camminare dentro scarpe aperte, scivolando via dai tempi dell’incertezza e dai giacchetti portati un po’ sì è un po’ no.

Ieri però la tosse non ce l’avevo. Bologna si sbucciava come una pesca, in un prima di sera caldo, e io avevo un vestito nero che girava troppo ma bene. C’erano proprio tutti dentro lo stanzone scrostato e umido: la tatuata in abito a righe, il non fidanzato di Emme, i musicisti che suonavano Django e naturalmente i miei ballerini preferiti. Ci sono stati momenti in cui mi sentivo a posto, dove volevo essere. Ma anche altri in cui la non appartenenza al luogo, al momento, alle persone, spingeva di più. Non come l’altra sera sul divano rosso che mi sentivo schiacciata fra discorsi e sottotesti non voluti, preda di un umore indefinito, stolido; quando avrei voluto addormentarmi lì, stivali, lenti e tutto, con una o massimo due persone, gli altri tutti fuori. Non mi sentivo insomma proprio così ma quasi. Credo sia stato quel terribile momento in cui ho guardato la donna accanto a me e ho visto la sua pelle di vecchia, le sue mani e il suo collo e la scollatura della maglietta con dentro un colore di vecchia. E quella vecchia che mi sembrava così vecchia aveva in realtà parecchi meno anni di me e allora io ci pensavo e ripensavo e non finivo più di ripensarci: ma gli altri? È questo quello che vedono gli altri quando mi guardano? Non è mostruoso? Non è innaturale?

Poi per fortuna è scesa la notte e tutto è apparso più lieve, clemente nell’indeterminatezza delle ombre. Un nugolo di lindy hoppers clandestini si è riversato per le strade, ha allagato i portici, le pietre sconnesse, le piazze quasi vuote e ha ballato così, con la musica che usciva da una cassa appoggiata per terra, gli occhi che s’intravedevano soltanto e l’aria fresca, odorosa, a sollevare gonne e domande. La scia dei ballerini si è allungata da piazza XX Settembre in via Indipendenza. Ed era tutto un incrociarsi di passi, mezze parole, intenzioni accennate, biciclette silenziose, pantaloni rossi. Qualcuno si stringeva nel cappotto leggero, qualcun altro rovesciava bottiglie di birra ma nulla di quello che avrebbe voluto davvero dire. Lo shim-sham riempiva i portici e la voce di Louis Armstrong che cantava Go down Moses si gonfiava fino a salire su, su, su e sparire da qualche parte, lontano, forse sui colli, in qualche altra città o magari oltre l’Atlantico, chissà dove.

A un certo punto della notte quando nessuno se l’aspetta, eccolo, arriva il momento perfetto: è quando smetti di ragionare sui passi da fare, su chi hai intorno; e tutto scivola via liscio, senza tempo. E se questo momento accade in piazza Maggiore, allora va bene, è ancora meglio. Perché le luci calde del Comune si incrociano con quelle bianche di San Petronio e noi balliamo in un guscio buio fondo ma sicuro, senza sapere che ore sono e dove abbiamo appoggiato i desideri. Piazza Maggiore è una palla di neve senza neve ma con noi tutti là dentro, a muoverci e sorridere nel semibuio, perduti dentro le nostre giravolte. Avrebbero potuto prendere e capovolgere la piazza e noi saremmo comunque rimasti lì, aggrappati gli uni agli altri, a ballare swing. Se io fossi una fanciulla che porta i fiori tra i capelli, stanotte l’avrei messo rosso. O forse giallo. Ma bianco mai. E mi sarebbe piaciuto perderlo durante un circle lentissimo mentre alzavo la testa in su e guardavo cosa c’era sopra: un cielo nero nero, qualche stella, le finestre con le sagome di qualcuno a guardarci dall’alto. Siamo fuori tempo? Non lo so, non m’importa. E non avevi un fiore fra i capelli? Non ricordo, può darsi, ma se ce l’avevo non era bianco. E adesso balliamo, che intorno è una meraviglia e noi ci siamo finiti dentro.

Quando il freddo comincia a infilarsi su per i vestiti è l’ora di andare. Mi sembra uno spazio impossibile, quello fra lì e casa mia. Non andrò mai a piedi, lo so. Lo sapevo già all’inizio della serata. Così, visto che siamo a New York, alzo la mia piccola borsa luccicante e un taxi si ferma. Sono sicura che è giallo. La portiera si apre: sgusciano dentro una scintilla di gonna nera, una caviglia chiara, una scarpa coi tacchi argentata. È un lampo nella notte. Che subito sparisce.

Un lampo nella notteultima modifica: 2016-04-11T15:37:32+00:00da capecchi
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