Una luce prodigiosa

A un certo punto mi sono girata e c’era una grande lanterna di carta che aveva appena iniziato ad alzarsi. Sotto, un sacco di mani tese verso l’alto e una specie di ooooooh che anche se non ho sentito mi è risuonato nelle orecchie. Forse era la mia voce, forse ero io; non so. Ho continuato a guardare la lanterna a lungo, convinta d’essere l’unica a vederla, zitta nel mio stuporoso accorgermene e in quel buio caldo.

Quando sono arrivata nel parco, invece, c’era ancora luce, una striatura di nubi grigie e rosa che facevano mezzo paura mezzo no. Il cancello t’inghiottiva e ti ributtava fuori in un qualche altro luogo; o tempo. L’erba alta, la città scomparsa, gli alberi grossi e lucidi completavano la certezza di essere tutti quanti Alice, precipitati anche noi dentro una tana segreta, caduti a testa in giù dietro alla coda bianca di un coniglio. Del resto anche qui le mollette da bucato servivano per appendere cartine geografiche, bambine e abiti a fiori e la fila di lampadine che dondolava nel vento diceva che sì è tutto vero, no stai sognando.

Io sapevo che quella non era la realtà perché stavo attraversando lo specchio con pantaloni a vita alta. Dunque: o non ero io; o dormivo e sognavo questo sogno di me tutta fasciata in costumi a righe e turbanti rossi. Intanto fanciulle col fazzoletto in testa, uomini in papillon e bionde vestite di giallo si muovevano a sciami, spinti in eguale misura da ondate di nervosismo o languida mollezza. Risate, rossetti, abbracci, cappelli di paglia, brindisi, passi abbozzati di danza si avvitavano l’uno dentro l’altro; il riconoscersi, senza dirselo, compagni dello stesso salto nel vuoto ci avvicinava eppure ci teneva in qualche modo un po’ lontani, come timorosi di spezzare qualcosa, un accordo, una stretta di mano clandestina, un patto da non dire. Eravamo tutti lì per la musica. Per ballarci dentro e là dentro nasconderci o invece piuttosto là dentro denudarci; prendere un faro, voltarlo verso la nostra faccia e dire: eccomi, hai visto, non vedi come sorrido? Credi che abbia paura? Guarda i miei occhi bistrati di nero. Pensi che mi senta il cuore in gola? Vuoi sentire il rumore che fanno i miei piedi sulle assi di legno?

C’era in giro un’allegria un po’ sfacciata, qualche viso misteriosamente pensoso e, in me, molta preventiva nostalgia.  Un anno è passato dall’ultimo Shorty George che non ho fatto e di nuovo sono qui. L’Atlantico mi ondeggia davanti e mi ricorda tutto quello che avrei dovuto fare; oppure quello che non avrei dovuto e invece. La sensazione è quella di sabbia fra i denti. Ma siccome io stasera ballo, la sabbia non la sento e mi lascio portare là sopra.

Entro dal sipario degli alberi. Buio, luce, scoppio di voci. Sento tutti, non sento nessuno, non vedo nessuno. Solo la musica e gli otto da contare e la mano del ballerino e le nostre spalle che vanno a tempo e il legno pericoloso e la sprezzatura orgogliosa dei miei tacchi. Rossi. Solo passi mandati tanto a memoria che non li ricordi più e per questo balli bene, balli meglio e non sai se sbagli o chi se ne importa, perché tanto importa che ti venga, tutto il tempo, da sorridere così, respirare così, vivere così. Da lassù si brilla di una luce inspiegabile, prodigiosa. Ci vorrebbe uno di quegli incredibili verbi danteschi per spiegarlo bene. Tipo: ci s’immilla di chiarore. O qualcosa del genere. Ed è un secondo di brillantezza lunghissimo. Poi di colpo tutto è finito. Si è risucchiati via così come si è stati scaraventati là sopra. Con lo stesso senso di: eh? È allora quando hai voglia di abbracciare tutti, ringraziare tutti, sentire tutti vicini. Ci provi, un po’, a farlo: in fondo alcune tra le persone a cui vuoi (più) bene sono qui. Chi in prima fila, chi a tiro d’occhi, chi perso là in fondo. Abbracci quanto puoi, ti appoggi su qualche spalla, vorresti non fare più nulla se non stare così. Era da quando suonavi il sax che non sentivi le tue mani e le tue braccia e la tua testa in questo modo, dopo. La felicità certo non esiste né ha un nome; ma insomma un assolo ringhiante o un perfetto sugar push senza distogliere lo sguardo ci vanno molto vicino.

Mentre il palco lentamente si svuota e i vestiti continuano a sventolare fra le lampadine laggiù, ti pare di vedere tutti sparire via – la ragazza d’ambra col fiore rosso fra riccioli raccolti, il ballerino stanco coi capelli spettinati, le signorine con le gonne colorate; ti sembra di vederli arrampicare tutti all’ingresso della tana, mentre cadono giù bretelle, fiocchi, guanti, baffi, domande. A qualcuno resterà lo strappo di un addio, a qualcun altro una fascia portata storta sopra la spalla, ma qualcuno infine avrà acchiappato la coda bianca del coniglio. A me restano un gin lemon, uno uh-uuuuh della bambina con il piumino bianco in testa, la collana con le pietre blu. E una lanterna che ho visto di sicuro solo io. Nel paese delle meraviglie di questa notte di metà giugno prima che vada via.

Una luce prodigiosaultima modifica: 2016-06-18T10:28:14+00:00da capecchi
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