La città in cui le strade sembrano non finire mai

La notte vista dal Griffith Park non si può spiegare. È infinita e lunghissima. Luccicano milioni di strade, laggiù in fondo; puntini intermittenti, storie, rincorse, tristezze. Vite intere che s’accendono e si spengono, brillano lontane nel buio e nel fresco magnifico della sera di Los Angeles. Prendi una giacca, ma leggera. Anche un foulard basterà, non preoccuparti. Avvolgitelo intorno al collo e poi affacciati giù. Respira. Non senti che parlare è inutile? Ascolta il silenzio, la musica.

Si spiega ancora meno quell’ora che è prima della notte ma subito dopo il tramonto, vista da lassù. Quell’ora in cui cola giù sulle colline e sopra le scritte al neon un arancione assoluto. Anzi no: un rosso melograno impastato di azzurro, che scioglie i contorni alle cose e dunque anche a tutte le certezze. Puoi solo tacere, guardarti intorno, sederti su una panchina e cambiarti le scarpe. Chi non ha mai fatto il gesto un po’ scomposto di appoggiare una gamba sull’altra e sfilarsi una scarpa, abbandonarla da qualche parte e poi infilarne un’altra, non sa quella tensione gioiosa del prima di: prima delle note, prima della danza, prima della mano di lui che prende la tua e ti fa girare. Chi non ha mai fatto un cambio scarpe in bilico su una panchina polverosa, cosa può saperne di come funziona l’amore? Non può accorgersi certo che questo sta nel momento esatto in cui lui, più tardi, ti porge con noncuranza attraverso lo sportello della macchina le scarpe che avevi tolto. Poi non ha bisogno di dire nulla. Va via. A piedi lungo una strada a capofitto fra gli alberi e le rare finestre illuminate delle case là in mezzo. Ma intanto, prima, ti ha dato le scarpe che avevi dimenticato.

In una città in cui le strade sembrano non finire mai, innamorarsi è un’impresa da folli. Si resta sempre soli contro gli sfondi perfetti dei ristoranti, delle insegne colorate, dei cartelloni dalle grandi scritte. Muri pieni di facce, locali dalle luci basse, la mezzeria deserta. E profili solitari che camminano dietro ai fantasmi. Seguendo una musica che pensano di non amare, fanciulle in abiti leggeri scivolano dentro malchiusi portoni: sono quei momenti in cui tutto cambia e allora ci si ferma, gli occhi spalancati, di fronte a ciò che diventeremo. Ma è un attimo. Le strade senza fine e le piscine le palme i volti tutti uguali ti riavvolgono nel turbinìo. È Los Angeles, questa. A ogni angolo credi d’averla capita e invece non hai capito niente, mai. Tutto luccica; ma tutto anche si sfuma, insieme, lasciandoti come in perenne attesa. Di qualcosa, di qualcuno. Di nulla.

In questa città dagli spazi assoluti e malinconici, lei indossa abiti gialli e lui possiede lo sgabello su cui sedeva Hoagy Carmichael: dunque sono pari, per distribuzione di bellezza. Uguali per desideri, imbarazzi e canto: infatti si siedono vicini, spalla a spalla, e cantano una piccola canzone che va bene per le buonanotti o per immaginare futuri impossibili, fatti di stelle, sguardi, mani che si sfiorano, balli. Cantano insieme per un po’, roteano lievi fra lampioni e sassofoni, si abbracciano e si spettinano, si aspettano di notte e bruciano arrosti nel forno. Spalancano sorrisi. Finché la vita prende il verso che deve prendere. Il verso che loro hanno voluto che prendesse. Si sparisce, così, come prima si era comparsi, sopra marciapiedi grigi, dandosi la schiena e andando via. Un lampo che sono anni. Poi un giorno l’ennesima delle strade che da pienissima diventa vuota riporta tutto da capo. Come la puntina del giradischi che si continua a rimettere dall’inizio per ascoltare bene l’assolo. Tutto sprofonda ancora in un locale dal soffitto basso come le luci. Le solite quattro note sul piano, un ritaglio di luce sui tasti: nanananananà, nanananà. Guardaci, questi siamo noi, ci riconosci? Siamo quei due lì, anzi siamo questi due qui e io ora mi alzo dallo sgabello, ti vengo incontro e in mezzo a tutti ti bacio e tu ti fai baciare perché questo è il pezzo che suono io ora e tu non puoi fare nulla per fermarmi. Nemmeno uscire, nemmeno girarti, nemmeno lasciarti guardare come se fosse davvero finita ma noi ci amassimo ancora. Non puoi fare nulla perché questi siamo noi e questa è la notte di Los Angeles, che è una città piena di stelle, sogni e scarpe cambiate sopra la panchina polverosa del Griffith Park, un attimo prima di ballare.

La città in cui le strade sembrano non finire maiultima modifica: 2017-02-02T15:58:18+00:00da capecchi
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