Quelli che son rimasti

C’è stato un momento in cui ascoltavo Fossati mentre fuori era buio e il teatro greco nascondeva le luci lontane di Oakland. Potevi nella notte vedere due occhi sgranati di cerbiatto, che ti fissavano. Un’apparizione misteriosa e struggente, nel silenzio, fra un’ombra e l’altra. Si restava con la bocca aperta, veniva da piangere e dirgli “Fermati, tu, che mi hai sorpreso qui e mi hai inchiodato a terra”. Poi un impercettibile fruscìo: il nulla dietro. Scomparso. Una fitta data dalla sparizione attraversava il petto. Secondi lunghissimi. Un tempo infinito – c’è tempo c’è tempo c’è tempo. Ma invece tempo non ce n’era affatto. Non ce n’è mai. Tutto precipita sfrangiandosi con la velocità e la stessa inspiegabile essenza del cerbiatto. Lo so; ora. Lo sapevo; anche allora. Ma ascoltavo Fossati, l’ho detto. E c’è poco da fare con una che ascolta canzoni come J’adore Venise sotto gli alberi d’eucalipto che si muovono nella notte.

Per fortuna adesso ascolto il gracchiare dei piatti e sfilze di parole che non capisco, tutte sputate fuori veloci una dietro l’altra, snocciolate sotto cespugli di capelli neri e giubbotti troppo sgargianti, da negri portoricani con le gambe smilze. Il ritmo pulsa, il pavimento scivola lucido sotto scarpe rosse ed è tutta un’esplosione di braccia alzate. Muovere il culo, dondolare la testa, battere le mani, luci che girano, molto sudore, altro sudore, il soffitto che ruota visto da sdraiati. Questo ora m’interessa. E m’interessano quelli che s’impastano là dentro, che non hanno paura ad acchiappare mani e cascare per terra se serve. Il Bronx fuori dalla porta. Gente dalla faccia ruvida, individui scontrosi che caracollano quando camminano. Ma che son lì, quando ti volti. Non sono interessata, ora, al vacuo cerbiatto e ai suoi occhi con dietro il nulla. Voglio rincorse sui tetti, musica suonata troppo forte e balli scomposti da stringersi tutti insieme gocciolanti dentro lo stesso ritmo. Mi piacciono i ginocchi che si sbucciano quando caschi di bicicletta e il fiatone che ti viene ad agitarti troppo. Una casa con le lucine colorate dentro, pacchiana, calda, piena di facce che ami e roba polverosa che non butti da anni. La musica che non si ferma mai. I piedi nudi e stanchi di quelli che son rimasti.

Quelli che son rimastiultima modifica: 2017-04-26T17:20:11+00:00da capecchi
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