A Salsomaggiore, sul finire degli anni Venti

L’ultima volta che ho visto Salsomaggiore era l’autunno del 1928. Un silenzio irreale avvolgeva le strade piene di foglie e si camminava ritagliati come cartamodelli da sartoria nel grigioverde di fine novembre. Apparentemente lo stesso novembre aveva, anche stavolta, preso per incantamento la città. Un’umidità compatta colava sopra gli alberi del viale e su scale silenziose che portavano chissà dove. S’intravedeva ancora il guizzo dei baffi di Galileo Chini mentre usciva dal Grand Hôtel des Thèrmes e si lasciava dietro vetri preziosi e decori orientali, i suoi.

Dalla finestra della camera d’albergo appariva però un panorama diverso. Un altro tramonto si allungava sopra i tetti delle case, laggiù in fondo alle colline. Meno rosso e più lunare, i lampioni gialli, l’inizio del viale, musiche d’orchestra che arrivavano oblique attraverso la fitta tenda del terrazzino al secondo piano. Guardavo fuori e nel momento stesso in cui guardavo già provavo nostalgia per quel cielo e quella piazza ferma nel tempo. O forse erano le fitte di mancanza, non so. Infatti chi non c’era finiva per esserci di più, in quel momento tra la veglia e il sogno di inizio sera prima di indossare l’abito color vinaccia coi fiori blu, troppo scollato.

La notte i musicisti dalle facce inglesi correvano su rotaie ben oliate, un tutt’uno col soffitto basso e le mille lampade della taverna rossa. Il trombettista smilzo sorrideva da ragazzino e il sassofonista alto era bello come gli attori del cinema. Sputava assoli ringhianti e s’avvitava al rullare della batteria mentre i piedi dei ballerini battevano instancabili sul legno. D’un tratto dalle volte affrescate sono sbucate fuori fanciulle vestite di bianco, tutte gambe e sorrisi. Avevano soffici code che sventolavano al ritmo del charleston e contro le urla della folla accalcata per vederle. Un’esplosione di gioia in quel covo di contrabbandieri di gin e lindy hop, abbigliati con bretelle e scarpe stringate. Là dentro vagavo in preda al desiderio di ballare e non ballare, parlare con tutti oppure con nessuno, esserci e brillare, ben visibile, al centro di tutto; o invece sparire, appiattita contro una colonna, dietro lo sbuffo di un abito. Quello che provo più o meno sempre. Dopo è stato bello tornare a piedi nel buio, nella calma notturna, le gambe a pezzi, la testa piena di musica che non smetteva; mai. Un pensiero di un attimo mi ha attraversata: e se l’albergo fosse chiuso? Se per caso suonassi e suonassi e nessuno venisse ad aprirmi? Se dovessi vagare ancora così nella notte e nel silenzio e nelle luci rare di questo luogo misterioso? Non sarebbe bellissimo? Quelle avventure segrete che si vivono da soli e non si raccontano a nessuno.

Poi tutto d’un colpo è scoppiato maggio. Sole, gente, sabato mattina, borse rosse, occhiali scuri, risate, i giardini verdissimi, le maniche corte, le lezioni, il cesto di mele e di banane, le bottiglie d’acqua, le mille Remix da comprare, il sudore, il pranzo accaldati tutti insieme, quelli a cui vuoi bene, quelli che inizi a conoscere, ancora i piedi a battere sul legno, ancora le mani a stringersi, gli asciugamani sulla faccia, le magliette cambiate nel bagno, un altro sugar push, un altro texas tommy, la bellezza di esserci per davvero e sentirlo. Nella stanza numero 2, tutta lunga e stretta com’era, le gambe si muovevano da sole, i respiri si facevano più fitti, i leaders ti prendevano le mani: da lì in poi era tutto swing. Un maestro dietro l’altro e via. La classe elegante di quello dal ciuffo sfuggente, la gioia rotonda di quell’altro con gli occhi azzurrissimi, i passi dritti e puliti del maestro dalle forti braccia tatuate. Ma soprattutto il groove del meraviglioso principe nero, tutto spalle, morbidezze e calore. Che bastava camminasse per accenderti; che bastava contasse five, six – and five six seven eight per sciogliere qualunque nodo tu avessi nel fondo. Non esistevano resistenze, muri, luoghi e melodie diverse. Ma era tutto lì, sotto la pelle, dentro lo stomaco, abbarbicato al cuore, giù giù giù, ancora più giù: il ritmo pulsante della danza. Primitivo e naturale come lo volevi.

A Salsomaggiore sul finire degli anni Venti il sabato sera ci si veste tutti eleganti, con paillettes, tuxedo e perfino cappelli a cilindro. Le donne sfoderano sete e abiti a ruota: pavoni multicolori che brillano insieme all’oro degli ottoni. Gli uomini vestono il profilo perfetto di giacche stirate e lucidi papillon. Non c’è nessuno che sia lì per caso. Neppure io, che porto un abito bellissimo ma del tutto sbagliato. Scelto con la consapevolezza stolida che solo le donne possono avere prima di una festa. Intanto le ore passano e i vestiti si stropicciano. Si balla di più, ci si abbraccia di più, si ride di più e tutto si fa confuso, ridicolo nella sua bellezza scomposta. Tutti sudati, urlanti, spettinati sotto il palco. I musicisti vanno e vanno e vanno. Sembrano avere riserve inesauribili di fiato e polsi. Il pianista suona così bene e così veloce Count Basie che il pianoforte quasi prende fuoco. I tasti bruciano e i ballerini pure, là sotto. La bionda ballerina e il suo compagno dai capelli incredibilmente lisci stanno lì e ci guardano e si asciugano un po’ gli occhi e non ci credono che un intero salone sia pieno di ballerini che ballano per loro, tutti insieme. Un’onda che investe l’intero palazzo e sembra non finire più. Dentro l’onda s’intrecciano storie, si litiga, si fa la pace, si rovesciano bicchieri, si pestano i piedi, ci si sente in colpa per cose sbagliate, non si prova vergogna quando si dovrebbe, ci si muove a tempo ma anche tutti storti. Non c’è nessuno che là dentro non viva almeno cinquemila vite in una sola notte. C’è chi stringe chi vuole, chi si sente solo ma ha i triple step, chi vuole qualcun altro accanto ma non ce l’ha, chi è felice e basta. Quello però che tutti vogliono è continuare a ballare così, come se quel salone e quella notte e quegli abiti fossero gli unici che hanno. Come se non ci fosse niente là fuori. La fine del mondo in corso e non smettere di ballarci sopra. A qualunque costo. Nulla da perdere se non un altro giro di ballo.

A Salsomaggiore, sul finire degli anni Ventiultima modifica: 2017-05-16T15:48:37+00:00da capecchi
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