Come si fa con lo sugar push

Fumi bassi si alzano dalle campagne. I rami neri degli alberi, bislunghi, si slanciano contro il celeste; e disegnano risposte, messaggi misteriosi, domande mai fatte. È tutto uno scivolare di piani e prospettive, sotto un cielo trasparente come solo a dicembre. Mi piacciono le mattine così, perché sembrano cristalli pronti a spezzarsi, che tuttavia puoi proteggere e curare. Mi piacciono perché ti fanno sentire sbattuta là in mezzo, fatta della stessa materia cristallina dell’aria e del cielo e dei fiati delle persone che camminano lente nelle città deserte nonostante il Natale.

Quando arrivano giornate così, è facile che si cominci a provare una forma di tenerezza stupida per tutti quanti, compresi noi stessi. Si vaga infreddoliti e stanchi, con una specie di luccicore negli occhi e le guance rosse, aspettando che finisca l’anno e che si compiano storie o desideri. Si programmano partenze, si cambiano lavori e s’impacchettano regali che poi scambieremo a gennaio. Tutto, slitta a gennaio; allunghiamo il tempo in strisce sottili, di carta, che abbiamo paura a srotolare del tutto. Ma che però vogliamo cominciare a scartocciare, voraci, sotto l’albero. In fondo bruciamo tutti dello stesso demone dell’immaginazione: anticipiamo momenti che abbiamo paura a vivere e li viviamo quando sono già un po’ sbiaditi. Solo in alcuni casi eccezionali e, forse, anche fortemente voluti, il dopo supera il prima. Ma ci vogliono lungimiranza, elasticità e cuore. E quello, quello, mica ce l’hanno tutti.

Queste sono le giornate in cui più spesso fai i conti con chi sei e con ciò che vuoi. Con le persone che davvero desideri tenerti intorno. Con quelle che hai perduto e alla fine chissenefrega: fantocci. Con quelle che non perderai mai perché anche in una macchina senza riscaldamento loro ci sono sempre oppure magari non ci sono, ma restano lì, legate a una telefonata improvvisa e ubriaca da Cordoba o ai trucchini che si compravano nelle farmacie fuori da Middlebury quando eravamo così giovani che ci tremavano le ginocchia e si cascava nella notte brumosa dentro sgiacuzi caldissime, magliette non nostre addosso, carte da poker sul tavolo di cucina. Tutti bellissimi, leggeri e luccicanti di quella crudeltà inconsapevole che si chiama vent’anni.

In questi giorni di dicembre si balla a occhi chiusi e si fa finta di farsi guidare. I maestri ti dicono di ascoltare; di fidarti. E c’è chi si fida, chi no, chi uhm. C’è chi gli occhi non li chiude proprio – te lo scordi, bello! – e chi invece starebbe sempre lì così, il buio intorno e due mani che ti tengono. Ma insomma bisogna buttarsi; buttarsi sempre, come si fa con lo sugar push. Sicuri che ci sarà lì qualcuno pronto ad accoglierti senza stritolarti. Lanciarsi in avanti con la certezza di qualcuno che ti acchiappi: non è forse questo, un po’, il senso di tutto quanto? Non è forse quel modo di suonare che ha Brad, a insegnarci come dovremmo vivere? Vorticosi assoli, precipizi impossibili e rincorse disperate. Ma poi: le mani, l’approdo, rallentare, il tempo; più tempo; ancora più tempo.

In questi cristalli di giornate, allora, bisognerebbe prendere un treno per un posto che amiamo; guardare fuori come il sole tramonta e pensare che è dicembre. Cioè quel mese in cui possiamo scegliere cosa appendere all’albero, crogiolandoci nelle nostre piccole, personali e inutili storie, che però fanno tanto bene a quel pezzo di carne pulsante che i bambini disegnano sempre con la punta rossa all’ingiù.

Come si fa con lo sugar pushultima modifica: 2017-12-06T15:53:33+00:00da capecchi
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