Dicembre è come sempre un gomitolo

La Nina ha dodici anni e io ho un piede nella fossa. Questo è un fatto. Ora, per esempio, io ascolto canzoni vagamente jazz e vagamente tristi, mentre lei è chiusa in camera con tre amiche. Ogni tanto escono allo scoperto, schizzano fuori veloci a prendere una schiacciatina mentre io mi faccio parete, divano, vaso di fiori e sto zitta. Pensano di sicuro quelle cose che io pensavo appena un paio d’anni fa e si raccontano storie che io non conosco né conoscerò mai, pur avendole vissute – uguali – tutte quante.  A ogni modo stanotte ho sognato Damiano dei Maneskin e mi sono svegliata pensando che non si esce davvero mai da quei giorni in cui attacchi i poster alle pareti della tua stanza mentre fuori è freddo, è buio e c’è tutto un mondo adulto che non puoi capire.

Stamani invece ho tagliato un pandoro sopra la cattedra e lo zucchero volava dappertutto e tutti gli alunni ridevano, si accalcavano, scoppiettavano di gioia semplice. La scuola nei giorni che sgocciolano veloci verso le vacanze di Natale è una delle cose più belle del mondo, bisognerebbe insegnare solo per quello: l’attimo in cui esci dalla classe e dici “Allora buon Natale ragazzi!” e loro esplodono in urla o applausi. Lo scorrere del tempo misurato dalle parole che dici sulla soglia dell’aula.

Ma soprattutto c’è stato un momento, l’altra sera, un momento preciso in cui tutti erano ormai arrivati e stavano mangiando, bevendo, chiacchierando. Non succedeva nulla in particolare ma succedeva tutto – la vita – e la cucina era una tana calda sul punto di scoppiare. Allora io in quel momento l’ho pensato; ed era sciocco, forse. Forse ridicolo. Però: “Ecco, ora sono felice”. Un pensiero fra tanti, che ha attraversato la serata mentre guardavo tutte quelle persone e mi dicevo che alla fine il mio amico che arriva sempre tardi e invece stavolta era arrivato presto aveva ragione: le tradizioni vanno rispettate. Per forza.

Comunque io quella festa non volevo farla. Perché ero stanca, perché il tempo è sempre poco, perché ogni volta che mi dicono mi dispiace non posso io resto male e sì, è vero, anche perché Thanksgiving aleggiava ancora nell’aria e non m’immaginavo, o non volevo, o tutte e due, di potermi sentire più così. È un difetto dei romantici – e degli stupidi – cercare di isolare la sensazione perfetta, tenerla lì, crogiolarcisi dentro e puntare i piedi quando qualcuno vuol tirarti fuori. Così puntavo i piedi.

Poi però la festa c’è stata. Sono saliti tutti poco per volta. Ondate di notte ghiacciata su per l’ascensore. E certo il piacere fisico, tutto invernale, di baciare – calda –  guance fredde e barbe gelide nessuna sera di giugno sul terrazzo potrà dartelo mai. È il piccolo ma ovvio segreto che nessuno ti dice: le feste d’inverno sembrano sempre salvarti dalla bufera. Così ci si stringe su un divano o si balla accanto all’albero acceso e ci si sente tutti sopravvissuti sopra le macerie di qualcosa: amori, amicizie, desideri. Per fortuna là in mezzo girano vassoi con piccoli bicchieri rossi e ballerini usciti dal Club 21 si spacciano per camerieri, offrendo rum e whiskey di contrabbando.  Nessuno s’azzarda a rifiutare: è ovvio che altrimenti sarà impossibile cantare a perdifiato e sentir scorrere tutto quel bene che proviamo senza dircelo, perché siamo tutti troppo grandi per certe cose.

Due giorni fa insomma la Nina ha compiuto dodici anni. Fra tre giorni è Natale. Il tacchino è finito da un pezzo e dicembre è come sempre un gomitolo di struggimenti diversi da srotolare. Credo allora che mi chiuderò qui per tutto il 2017 che manca e aspetterò di vedere che succede: un altro compleanno, ritorni, macchine nuove o bambine (?) nascoste in camera. Tutto andrà bene, purché ci scappi ancora un po’ da piangere, tanto tanto da ridere e molto da sentirci come l’altra sera in quel momento preciso in cui ho pensato:  “Ecco”.

Dicembre è come sempre un gomitoloultima modifica: 2017-12-22T19:55:55+00:00da capecchi
Reposta per primo quest’articolo