Patisco

Prima disprezzavo i tiepidi; e i trasparenti. Li avrei calpestati, potendo. Ora li guardo illanguidita e sorpresa: li stimo, vorrei essere come loro. Sgusciare dentro e fuori dalle porte e sparire: un sogno. Invece macché. La mia maledizione è che sono come mi si vede, come mi si sente: cammino a passi decisi, tagliando gli angoli di sbieco per far prima. Faccio rumore con gli stivali, ho la voce che non sa sussurrare e un corpo visibile, rotondo, a colori forti. Insegno come ballo come suono come mangio come vivo. Ma non si può più insegnare così. Tutto è cambiato. La scuola è un’altra cosa rispetto a quella che mi sembra una manciata d’anni fa. La scuola è altro dalla scuola. Non mi ci riconosco più. Non è più mia, non è più il mio posto. Mi sentivo a casa in quella terra battuta dove ci si azzuffava e si era felici e ci si poteva sporcare e ridere sguaiati. Ora è diventato un posto per Signorine coi guanti e Parlatori politicamente corretti. Un luogo asettico e smussato, senza spigoli, per carità, che i bambini non s’abbiano a far male. E a me non interessa nulla di quello che mi viene chiesto, di quello che dovrei fare, del registro elettronico e delle competenze, dei nuovi criteri di valutazione, dell’ampliamento dell’offerta formativa e dei pon dei bes dei ptof. Nulla. Ma nulla. Mi interessa – mi è sempre interessato – solo dei ragazzi. Ancora, nonostante lo sfascio cui assisto impotente ogni giorno, mi sciolgono le budella certi loro sguardi. Non resisto di fronte al sorriso di quel ragazzino in prima fila pieno di lentiggini. Mi commuovono quelli che arrivano alla cattedra e balbettando, incespicando, con tutta la forza che non so neppure dove trovino, mi recitano A Zacinto perché percepiscono, in modo confuso eppure irrevocabile, che è importante imparare quei versi a memoria. Ma i ragazzi non sono la scuola, oggi. Io e loro siamo solo un incastro là nel mezzo. Perché più di tutto la scuola oggi è l’adesione a un modello che non è mio: carte, lungaggini, firme, controfirme, dichiarazioni, laboratori, educazioni di ogni tipo, incontri inutili, riunioni sempre in ritardo, esperti, espertoni, progetti, progetti, progetti. Il Dio Cattivo del Progetto sembra avere informato di sé tutti quanti i meandri scrostati delle aule scolastiche e aver cacciato via tutto il buono, il bello e il semplice che c’era (ma quando, c’era? Forse non c’è mai stato e ricordo male io?). Così guardo con ammirazione gli invisibili: che riescono a districarsi nei vicoli oscuri della scuola senza aderire a nulla. Senza farsi vedere. Senza partecipare. Li ammiro proprio. Vorrei imparare la loro arte del nascondimento, della non essenza, per smettere di fare tutte queste idiozie scolastiche anch’io. Hanno sempre avuto ragione loro e io non l’ho mai capito, fino adesso. Tutto quello che prima facevo per gioia, ora viene richiesto per obbligo, incatenato e inscatolato sotto etichette ridicole: se faccio recitare ai miei alunni Dante e tutti son contenti e imparano e si divertono è bello. Ma non è giusto. E il bello da solo non va bene, non serve, non è utile. È giusto invece se io prendo questa recita, la chiamo Progetto per la lotta alla dispersione – o una qualunque di queste formule vuote (laboratorio per l’inclusione, prevenzione del disagio, focus sui bisogni educativi speciali) e la infiocchetto: applausoni e titoloni. A volte addirittura basta solo l’etichetta esterna, sopra il barattolo. Se dentro poi c’è il nulla, va bene uguale. La scuola è qualcosa che non conosco più. Roba che maneggio con un senso di nausea crescente, col fastidio dei vecchi che guardano ai bei tempi andati e borbottano sempre. Ma io – mi si dice – non sono vecchia e devo maneggiare questa roba qui ancora per un bel po’. Come? Non lo so. So che prima avevo un amore, enorme e appassionato, che ora non c’è più. Prima amavo la scuola. Ora non la amo più. E provo un dolore rabbioso e feroce per questo amore finito. Sono triste e mi viene da piangere ma non posso farci nulla. I ragazzi li amo ancora; ma quell’osceno Minotauro dentro il cui stomaco ci troviamo tutti, no. Lo odio. E patisco, patisco, patisco.

Patiscoultima modifica: 2018-01-25T18:36:22+00:00da capecchi
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Un pensiero su “Patisco

  1. “So che prima avevo un amore, enorme e appassionato …”. Come sosteneva James Hillman, ciò che manca (in genere) nella scuola d’oggi è l'”eros”, il piacere. Ed è quello che, in genere, accade in questo “chronos” (ho usato di proposito questo termine): non si è né freddi, né caldi… e la nostra tiepidezza (anche se camuffata da “scatti” e “selfie”) può farci precipitare nell'”abisso” (tanto per scuoterci un po’ e “vedere l’effetto che fa”).

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