03/04/2012
Lezione
Io voglio entrare in classe e fare lezione. Arrivare a scuola, aprire la porta dell’aula, trovarci dentro la mia classe e fare lezione. Tutti i giorni. Soprattutto se siamo ad aprile e la classe è una terza e fra due mesi c’è l’esame. Ma anche con le prime o le seconde voglio far lezione. Allora uno dice: vai, falla. Eh. Pare facile. Invece. Invece da diversi anni, con un parossismo evidente soprattutto negli ultimi due o tre, la scuola è aperta agli Esperti. Agli Ospiti. Agli Altri. Sicché un giorno abbiamo i Vigili che vengono a fare due più due quattro ore di educazione stradale: bene, giusto, si deve. Poi un altro arrivano i partigiani a parlare della Resistenza: encomiabile, inevitabile, validissimo; come ignorare un approfondimento storico così importante? Poi tocca alla Casa dei Risvegli per parlare del coma e dei volontari che lavorano con le famiglie schiacciate dalla dolorosa esperienza di un caro ospedalizzato: un condivisibile progetto di solidarietà civile e di ascolto e di sensibilizzazione. Perfetto, giustissimo, facciamolo. Poi ecco l’educazione all’affettività: dunque benvenuti gli Psicologi che fanno scrivere ai ragazzi le loro domande su dei foglietti, aprendo un dibattito su seghe, preservativi srotolati su peni duri e lui viene prima ma lei invece dice tutto qui?. Come fare a dire di no? I ragazzi hanno bisogno di essere informati su sessualità, contraccezione e soprattutto sulle mille sfaccettature del piacere. Poi ci sono i Responsabili Avis che vengono a sensibilizzare le classi sull’importanza di donare il sangue: ci mancherebbe che noi chiudiamo fuori un intervento volto a far aprire gli alunni al prossimo. Poi ci sono le ragazzine volontarie di Emergency che mostrano foto e spiegano delle mine antiuomo ed è indiscutibile che i ragazzi debbano sapere, vedere, discutere, indignarsi di fronte al male. Poi ci sono i responsabili delle ambulanze, che illustrano nozioni di primo soccorso: tante volte un ragazzino per strada vedesse un pedone investito, o una signora accartocciata dentro una macchina, cosa dovrebbe fare? Dobbiamo dirglielo noi a scuola, certo. Così come dobbiamo far venire Esperti per ogni tipo di educazione – alimentare, sessuale, ambientale e via così. Ora. Io penso. Sbattere tutti fuori non sarebbe né giusto né bello. Dire che tutto questo andirivieni è inutile quando non insano sarebbe scorretto. Infatti di scorrettezza profonda, di scarsa sensibilità, di chiusura, di cecità si verrebbe accusati se si dicessero finalmente le cose come stanno. E le cose stanno così: la scuola è scuola. E a scuola si fa lezione. Punto. Mi piacerebbe, davvero, un giorno potermi alzare in pieno Collegio docenti e dirlo, così, come lo scrivo qui: a scuola si fa lezione, si insegnano Dante e le equazioni, s’impara a fare una presentazione in inglese e a conoscere la grammatica. A scuola i professori devono stare di fronte ai loro alunni, insieme ai loro alunni, con loro e per loro, facendo quello che devono: lezione. Gli altri fuori. Non il contrario: non l’Esperto dentro il docente fuori – come spesso accade, proprio fisicamente, con l’insegnante che aspetta di là dalla porta dell’aula perché l’intervento di educazione sessuale come si fa, eh, via, mica si può stare dentro a sentire, i ragazzi s’imbarazzano. Ecco, no. Gli insegnanti dentro e il resto via. Aria. Ma non perché sia sbagliato parlare di incidenti stradali o di memorie del vecchio partigiano o di rapporti sessuali in classe (beh, insomma), ma perché la scuola è scuola. Io voglio fare il mio mestiere. Voglio farlo durante le mie ore, che sono pochissime. E non voglio delegare ad altre figure insegnamenti che sono forse importanti, ma potrebbero avere altri tempi e altri spazi loro dedicati. E’ l’ora che la scuola si riprenda i suoi, di tempi; i suoi spazi dentro le quattro scrostate mura dell’aula. Dio, se solo sentiste quanto è meraviglioso il silenzio che si crea in un’aula quando chiudiamo tutto fuori e restiamo noi e loro, soli, a guardarci negli occhi e dirci: ora eccoci, facciamo lezione. Il brusìo della strada sparisce, si crea un sensazionale vuoto pneumatico e tutto prende a circolare più lento. Aprite il quaderno, vi detto un tema, ascoltate come suona questo verso di D’Annunzio, spiegatemi cos’era una trincea. E’ l’ora che mi lasciate spiegare le mie materie. E’ l’ora che mi lasciate preparare questi ragazzi affinché sappiano leggere una poesia, sappiano scrivere qual è senza apostrofo e ripetere in maniera decente un racconto letto. Basta Esperti. Basta Psicologi. Basta Ospiti. Basta tutto. Facciamo lezione. Diamo ai ragazzi quello che loro si meritano da noi: le nostre conoscenze, la nostra passione di insegnanti, il tempo della noia mentre spieghiamo una lezione noiosa – un tempo santo e benedetto, da custodire. Diamo loro interrogazioni, compiti in classe e riflessioni guidate sui brani letti. Scriviamo sulla lavagna frasi di grammatica. Per studiare le regole della strada o il modo d’infilare un preservativo ci sarà un altro tempo; un altro spazio. Ma che sia fuori dalla scuola. Che deve essere scuola. E basta.
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06/10/2011
Caprette
Ieri non sono andata a scuola. Ero da un’altra pare, in un’altra città, per dire l’ultimo ciao a un’amica cui ho voluto molto bene. I miei alunni sapevano tutto, forse qualcuno gliel’aveva detto come mai non c’ero. E un po’, ieri mattina, mentre piangevo lontana da loro, mi aveva fatto sorridere l’idea delle grida di giubilo e delle capriole nei corridoi con cui le belve stavano di certo festeggiando la mia assenza.
Poi oggi son tornata. Quando sono spuntata giù dalle scale li ho visti subito da lontano - gli animali - che stavano tramando qualcosa. Schiamazzavano, ridacchiavano, erano scompostamente agitati e avevano gli occhi troppo luminosi. Un enorme lampeggiante rosso mi si è accesso in testa: pericolo - pericolo - pericolo. Insomma, facendo finta di nulla sono entrata in classe e loro erano tutti ammassati intorno alla cattedra. È stato un attimo e gli applausi mi hanno travolta, i bentornata prof si sono accavallati l’uno sull’altro e i bigliettini colorati pieni di disegni sono spuntati da tutte le parti. Di uno mi è piaciuta la parte finale: dalle sue caprette con tanto affetto, di un altro la possibilità di dare un bel 2 al qual è scritto con l’apostrofo, di un altro ancora la citazione dantesca nel mezzo del cammin di nostra vita incontrammo la nostra musa e di tutti ho amato i disegni buffi, i cuori, gli adesivi, i brillantini. Allora me li son baciati tutti quanti - sapendo anche quanto dà uggia essere baciati dalle prof. Ai ragazzi ho stampato le labbra sulle guance, le bimbe me le sono strette forte, ho detto un paio di sciocchezze e li ho rimandati a posto. Non ho pianto, ci tengo a precisarlo; ma dentro avevo un ovo sodo che non andava né su né giù. Era bello guardarli di sottecchi e vedere tutte le loro facce soddisfatte, le occhiate d’intesa. Erano contenti di aver fatto un buon lavoro e aver portato a termine la missione: avermi fatto sorridere tanto. Poi ho fatto lezione come ogni giorno. Ho interrogato a storia e ho dato un 6+ e un 7-. Ho spiegato il Risorgimento arrabbiandomi con il libro, come sempre, e infine sono uscita. Tutto normale. Eppure ero in un bozzolo. Sparita la sensazione di cappa opprimente esterna, restava soltanto un caldino buono dentro, quaggiù. Non ho smesso di sorridere per due ore intere, dopo. E magari certo, tutto quanto non era che l’implicito messaggio: prof, se ne resti a casa un po’ più spesso, via. Ma io lo stesso ero felice, sicura di trovarmi in un posto dove accadono cose belle, dove circola non solo la leggenda - imprecisa ma non del tutto errata - della professoressa Capecchi che una volta si dice abbia spaccato un banco con un solo pugno ma insieme anche tanto tanto bene. Sicché grazie, caprette mie. Nonostante la vostra essenza di capre, o magari invece proprio a causa di, io vi amo molto. Ma la prossima volta che mi presentate tutte quelle k al posto del ch lo sapete già da soli: io vi do 2.
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15/04/2011
Pistoia, le gite e le cuffiette
Le gite son fatte un po’ così, che guardi i paesaggi scorrere fuori rapidi e poi ascolti le canzoni dividendo in due le cuffiette dell’ipod. Ti viene in mente quando ancora avevi le cassette che giravano nel walkman ed era il tempo dei Duran e degli Spandau e tu speravi sempre che Through the barricades arrivasse al momento giusto del giorno, del viaggio, della fila dell’autobus. In fondo non è cambiato nulla. Loro sono tutti sprofondati nei sedili, indossano felpe col cappuccio, jeans stretti e converse ai piedi. Hanno gli stessi occhi lucidi, le mani sudate e si parlano dentro le orecchie sbriciolando parole che rotolano via sui binari. Attendono qualcosa che non sanno ma intuiscono. Per questo sono radiosi, eccitati, invasi dal terrore ma smaniosi di non perdersi neanche un pezzo di questa giornata. Scorre un’altra canzone, il contrabbasso snocciola Your own sweet way ma anche lontanissime frasi di De Gregori tipo quella dei giocatori che li vedi dall’altruismo e dalla fantasia. Fra te e loro giusto un paio d’anni di differenza.
Poi arrivi a Pistoia. Che ha strade vuote e impalcature ovunque. Le piazze e le chiese sono quasi deserte, attraversate da commesse con le facce color mattone, avvocati ingiacchettati e donne dai tacchi grossi di camoscio che picchiano sulle pietre antiche. Le piazze e le chiese sono piene solo di noi, dei nostri ragazzetti, delle amicizie di una vita e degli accenti vecchi che sembrano nuovi: ti accorgi quanto ormai sei lontana da qui quando senti gli alunni pistoiesi spiegare la facciata del Battistero o la Sala e resti trafitta dalle lori voci. Il modo di piegare le frasi e dire le parole suona ai tuoi orecchi come completamente estraneo, sicché ti viene da sorridere anche se - dentro - qualcosa scricchiola e ti escono fuori dalla bocca frasi superflue: “Beh insomma la piazza è proprio bella, no?”. Già, proprio bella. Le nostre belve spargono chiazze di gioia scomposta in questa città zitta che oggi mi sembra una cartolina, una scenografia che quando me ne vado viene di certo smontata e chiusa da qualche parte. Pistoia non esiste; e guardarla seduti dal tavolino di un bar mentre loro mangiano, disegnano, ballano e s’accapigliano dà al pomeriggio un’insolita quieta pacatezza, un distacco da tutte le cose che forse il freddo accentua.
Nelle gite scolastiche succede però così, che non fai in tempo ad abituarti a come ti senti che subito lo scenario cambia. C’è da andare, comprare cuori, prendere un altro treno, buttarsi nel grigio ghiacciato della montagna e comunque leccare il gelato. Quando il tempo sta per scadere tu te li guardi ancora meglio e ti sembrano tutti belli e buffi. Ci sono Narcos, Don Johnson in occhiali da sole e il picchiatore ucraino biondo e altissimo. Le bimbe coi braccialetti nuovi e quelle che si tengono per mano. Finisce che chiamano pure quelli che non hai fatto venire e ti verrebbe da dirgli un sacco di dolcezze ma ti trattieni (forse).
Poi c’è quel momento quando tutti s’arrampicano su per le scale bagnate. Tu ti siedi e loro spariscono dietro la torre. Resti sola, non c’è più nessuno. Guardi il cielo livido, le montagne in fondo, le case che ti si chiudono addosso. Ascolti il silenzio. Sospendi il respiro. Nient’altro. Sei l’unico essere umano al mondo e ti sembra di avere la chiaroveggenza su tutto. È quel miracolo che ogni tanto ti capita, quello di quando dici: ecco. Ma è solo un attimo, un niente. Poi tutti si scapicollano di nuovo giù, senti le voci, il trotto dei piedi, il loro prooooof!, lo scrocchiolare delle scarpe sull’acqua. Via, bisogna tornare a casa.
La luce quando torni dalle gite sembra sempre la stessa. Non lo so bene perché. Forse è quel buttarsi sui sedili e appoggiare la testa, lasciare che tutta la stanchezza e i passi accumulati ti vengano addosso, essere più indulgenti. Non riuscire a smettere di ridere quando lei con quegli occhi azzurro ghiaccio viene lì e dice tranquilla: “Di solito mio padre arriva in ritardo oppure non viene”. Ridi, sei così stanca, ridi, ridi e non ti va di preoccuparti mentre ti vedi già a passare la notte sotto un cartone della stazione di Borgo Panigale aspettando invano. Poi il padre invece viene e si stringono mani, si spezzano sorrisi, si danno baci sulle guance, si sciama via tutti sotto una pioggia che c’è e non c’è. Alla fine resta quel disco di Paolo Conte dentro la macchina e tu sai che è il disco sbagliato per almeno due miliardi di buone ragioni ma del resto quello hai e allora te lo tieni, così come ti tieni il baluginare struggente di Babilonia, Ninive, Memphis e Luxor. Resta il caldo buono che ti porti addosso, sulla faccia, sui capelli spettinati e il rossetto scolorito, il caldo nonostante l’aria fredda che circolava per le vie. Resta intorno al polso un braccialetto che ti ha regalato la bimba cinese con la frangia sugli occhi: lo guardi e brilla, nella notte che viene giù senza fretta. Lo guardi e la notte t’inghiotte umida mentre le ruote fanno il giro della rotonda, il tuo stomaco s’attorciglia e fai finta d’avere fame ma tanto mica è vero: è solo la gita che finisce e ti lascia piena e vuota, allo stesso tempo.
(Spandau Ballett, I’ll fly for you. Canzone delle gite e delle cuffiette divise)
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18/01/2011
Susy
Se ne sta lì e mi guarda, scarabocchiando qualcosa con un pennarello color oro, quasi del tutto scivolata sotto il banco, ostile. Se ne sta lì e mi guarda di sotto in su, imprevedibile cagna selvatica che scruta per strada un passante da cui teme e desidera calci. Io allora m’arrabbio e urlo, ma tanto a lei che importa [...].
(CONTINUA sul Blog di "Grazia", dove scriverò per questa settimana)
16:41 Scritto da: capecchi in alunni e cattedre | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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17/01/2011
Infermità mentale
È da venerdì che pensavo cosa mettermi; se indossare le scarpe col tacco che tanto avevano spaventato gli alunni un paio d’anni fa; quali parole dire e con quale faccia entrare in classe. Ci pensavo da quando la collega mi aveva telefonato all’ora di cena per dirmi cosa era successo la mattina. Avendo il giorno libero, io non ero a scuola, e non essendo io a scuola, loro avevano pensato bene di combinarla grossa. Sicché la vena del collo ha cominciato a pulsarmi forte, m’è venuto un nervo di quelli memorabili e la voglia di ammazzarli, uno a uno, con le mie mani. Aspettavo dunque oggi con ansia. L’avrei rivisti tutti e avrei camminato attraverso l’aula facendo battere i tacchi in modo lugubre. Inarcando il sopracciglio sinistro in quel modo brutto e perforandoli con gli occhi. Così ho fatto. Mi ero pure dipinta le unghie di uno splendente Dior rosso sangue: a volte, in aula, scenografia e costumi sono tutto. La mattinata si è svolta dunque fra silenzi spaventosi e urla trattenute (ché avevo promesso di controllarmi); sguardi impauriti e lacrime zitte, nascoste veloci dietro fazzoletti di carta. Si sono accumulati sulla cattedra pugni, dita che tamburellano e temi pieni di paure, scuse e racconti. Ma il momento più bello, quello proprio insuperabile, è stato quello in cui uno degli alunni ha dichiarato che quella famosa mattina, prima di entrare a scuola, era caduto e aveva battuto la testa. Dopo il colpo, si era rialzato senza ricordarsi di essere caduto. Si sentiva anzi più allegro del solito, ci vedeva doppio, sembrava un drogato. Così, confuso e fuori di sé, si era effettivamente macchiato del reato di cui era accusato. Dopo, messo dalla professoressa di fronte alla realtà, era infine ritornato in sé, incredulo e disperato per ciò che aveva compiuto. Ebbene, io un alunno che si appella alla momentanea infermità mentale per ottenere uno sconto della pena non l’avevo mai incontrato. Quasi quasi faccio finta di cascarci.
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02/12/2010
Io ci sto tanto bene
Lo sgangherato ragazzetto marocchino rientra a scuola dopo un mese d’assenza e io me lo mangio vivo. Strappo a morsi brandelli di carne, mastico bene e poi sputo quello che rimane. Mi ci vogliono tre ore intere, per fare tutto come si deve. Ma i giorni successivi, non so, mi piglia un’imprevista voglia d’abbracciarmelo tutto; o meglio abbracciare quel che resta di lui. Parlargli a lungo. Strapazzarmelo come si fa coi cuccioli ringhiosi dagli occhi grandi. Me lo studio mentre armeggia senza tregua con gomme, fogli e penne, e intanto mi si scioglie una specie di bolo dentro lo stomaco, una spaventosa urgenza di bene che mi fa venire caldo.
La bimba bellina dal nome letterario mi fissa da fondo classe mentre racconto di quando Didone si ficcò un ferro in corpo maledicendo Enea insieme al figlio che purtroppo non aveva fatto a pezzi e poi servito a pranzo. Mi guarda immobile, le si dipinge sul volto un’ombra di qualcosa e io penso: oddio ora piange. Poi suona la campanella e lei non piange ma anzi comincia a giocare a sasso-carta-forbice.
La smilza cinese con la frangia lunga lunga, invece, la fo piangere spesso. Per qualche motivo incomprensibile non ci capiamo e finisce sempre che le urlo contro e la vedo smaniare per rispondermi qualcosa. Infatti lei un po’ lo fa, di rispondermi, così io m’arrabbio di più e mi faccio montare la furia pestando l’aula come fossi in una gabbia, con grandi falcate precise e marziali che mi spaventano, se mi guardo per un attimo da fuori. Eppure io, quella cinese lì, l’adoro.
La timida piccolina che si chiama come la Nina si offre sempre volontaria, da quando ha preso 5 alla prima interrogazione e l’ho sgridata con la voce brutta. Ora alza la mano, viene alla cattedra, dice le sue cosine, è orgogliosa di sé e io di lei, tanto.
Il ragazzino biondo coi capelli che cambiano in base alle mattine mi fa tanto ridere: se ne sta laggiù in mezzo alle bimbe, che se lo coccolano e lo chiamano il signorino. Porta con sé una bottiglietta piccola di amuchina gel e prima e dopo i pasti, con un gesto veloce, se la passa sulle mani. Sembra essere di qualche altro luogo; o secolo. Sorride leggero e garbato, come avesse capito tutto di come si sta al mondo. Laterale e defilato ma comunque presente, in mezzo agli altri.
Un paio d’alunni iniziano i temi scrivendo Cara prof Capecchi e a me scappa subito da sorridere, qualunque cosa ci sia scritta dentro.
Un’altra non parla mai. Ma proprio mai. Io la interrogo, la tengo lì vicina a me, le faccio delle domande; e lei zitta. Le dico di scegliere un argomento a piacere; e lei zitta. La strattono un po’ a parole, la blandisco, la carezzo, la sgrido, le scrivo, la guardo, la chiamo, le sorrido; e lei sempre zitta. Chissà che pensa. Chissà perché sta zitta. So che ha milioni di cose da dire. E aspetto.
Sicché insomma in classe io ci sto tanto bene. Nel cassetto della cattedra ho del cioccolato fondente da mangiare e offrire; nell’armadietto due matite piene di brillantini, che m’hanno regalato le bambine; nella borsa tutte le forbici che ho sequestrato. Io me le guardo e sono contenta.
19:42 Scritto da: capecchi in alunni e cattedre | Link permanente | Commenti (7) | Segnala | OKNOtizie |
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27/10/2010
L'anellino
Non credere che me ne sia scordata, sai, di quando ti sei messo in ginocchio in mezzo al corridoio e mi hai regalato l’anellino di gomma nera. Tu avevi tredici anni e io un paio meno d’adesso. Era la fine della scuola, forse il mio compleanno; e la luce che c’era fuori, il caldo dell’aula e le nostre facce buffe me le ricordo bene. Oggi mica potevo dirtelo, che quell’anello lo conservo ancora. L’ho messo nell’armadietto del bagno, quello dove tengo le creme. Così due volte al giorno, la mattina appena sveglia e la sera prima di dormire, lo vedo. Non so se ho mai ricevuto un regalo così bello.
Io la cosa dell’anellino ve l’avevo raccontata i primi giorni di scuola. Ché avevo visto quello stupido filmetto dove c’è il bambino che regala alla bambina il cerchietto di gomma e lei lo tiene per sempre anche se non si vedono mai e insomma alla fine poi è ovvio che. Poi, vabbe’, il bambino da grande era pure Marco Cocci e il film in sé lo so che non era niente ma la storia dell’anello era bella e a voi era piaciuto farvela raccontare, soprattutto quando io avevo detto qualcosa tipo “che bello qualcuno che ti regala un anello di gomma”. Comunque tu nove mesi dopo te l’eri ricordato e così eri lì di fronte alla porta dell’aula che mi consegnavi quel pacchetto.
Da allora sembrano passati molto più che due inverni. Sono sparite persone, ne sono apparse altre, sono successe e non successe molte cose. Tu adesso sei altissimo, parli sempre un sacco e mi fai ridere tanto. Io ho cambiato scuola e ho regalato quasi tutti i vestiti che portavo. A tratti mi manca, sì, come eravamo noi allora; ma a tratti invece proprio per nulla. È che si sta così bene, ora. Del resto io tengo un anellino di gomma nera nell’armadietto del bagno e ogni volta che lo guardo mi viene da sorridere.
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23/06/2010
Peter si sposa
Peter si sposa. Federico ha otto a latino e un fisico lungo e forte da giocatore di pallacanestro – perché infatti è un giocatore di pallacanestro. Matteo e Francesca erano in classe insieme ma si sono innamorati tre anni dopo. Giulio è diventato lo scrittore tormentato che prometteva d’essere, con tanti riccioli biondi e gli occhiali. Marina è una brava attrice e non riuscirò mai a vederla diversa da una donna di Boldini. Mery che ho amato come si fa con le cagne selvatiche ora fa la parrucchiera e i suoi occhi blu dentro quel film al cinema m’hanno fatto piangere. Valentina ride e parla come allora ma è più grande; e aspetta. Il Vitto da dietro non l’avevo riconosciuto, poi qualcosa nella sua nuca m’ha detto che era lui ma io non ho avuto il coraggio di chiamarlo. Gianluca non lo vedo mai ma lo penso spesso: mi hanno detto che è bello, ha i capelli lunghi e lavora e studia e non si è perso quando perdersi era uno degli epiloghi possibili. Ma soprattutto Peter si sposa. E io ho sempre questa immagine di lui all’esame di terza media. Vederlo apparire là in fondo controluce sulla porta, già alto, bellissimo, tutto nero nero com’era, dentro a una camicia rosa perfettamente stirata, le maniche arrotolate, il sorriso immenso. Sentirlo leggere Ungaretti e dirsi: non piangere non piangere non piangere, sei tu la prof, idiota. Così adesso laggiù in Ghana Peter si sposa. E insomma.
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14/05/2009
Cialtrone sciamannato
Non c’è nient’altro che potrei fare, se non questo: portarli in gita e farmi fotografare con gli occhiali a righe rosa, urlargli contro parole terribili come solo a coloro che si amano, abbracciarli forte e chiamarli topini o belve, spiarli di nascosto quando prendono nove e difenderli ad ogni costo, con le gengive dei denti scoperte come fanno la cagne per difendere i cuccioli. E’ un meraviglioso modo di passare i miei giorni, stare in mezzo alle loro facce buffe e belle e scoprire ogni minuto qualche loro talento in più.
Ebbene. Domani è un grande giorno. Tutti, io e loro, aspettiamo sospesi un’interrogazione fondamentale da cui dipende cascare di qua o di là dalla collina. Sicché io quel cialtrone sciamannato portato dal vento voglio non solo pensarlo, stasera, ma scrivergli qui, anche se non mi leggerà mai: spero che alla fine oggi tu abbia pranzato e cenato, che tu abbia fatto un pausa con un tiro a pallone e soprattutto voglio che domani tu faccia quel che devi fare. Ossia distruggermi e farmi scrivere quel maledetto sei e mezzo sul registro. Buonanotte, animale. Adesso dormi.
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27/04/2009
Le lasagne del Ministero
Ho mangiato le lasagne del Ministero e ho capito che Roma mi appartiene.
Prendere il treno e partire con i miei due amati alunni, salire le tante scale e farsi premiare è stato bello. Ma ancor più bello era stare lì e sentirsi parte di qualcosa di profondo, che non si sa bene come definire o di cosa è fatto, ma c’è, lo senti, lo addenti insieme alle pizzette un po’ rancide, puoi stringerlo fra le mani come il bicchiere di carta seduti sulle scale imponenti e fredde. E Roma è una pazza girandola di colori e temperature. Il cielo grigio, plumbeo; poi celeste, spazzato dalle nubi; poi lingue di pioggia; poi il sole caldo, l’afa che sale su dal sampietrino, l’afa che il sampietrino ti respira addosso e che riconosci. Tutto quel vento che alzava sottane e noi due, bambine uguali, a tenersi giù con la mano lembi casuali di stoffa. Tutto quel senso di attesa condivisa, che dava valore a ogni cosa, persino all’autobus pieno o all’ennesima monetina lanciata. Una giornata a ridere con La Profe, a incrociare il bolognese e il fiorentino, a esser gli ultimi a lasciare le vellutate stanze dove tutti ormai se n’erano andati e noi invece no, ancora lì a fare le foto sceme sotto la scritta “Il Ministro”. Io che poi mica l’ho detto ai ragazzi, che quando tornavo indietro avevo un bel po’ di magone e chi lo sa perché avrei pianto volentieri, anche se invece non l’ho fatto e son stata brava e ho solo inviato un paio di messaggi.
Per una settimana intera ho tenuto questa manciata di ore a balenarmi in mente, a riscaldarmi la punta giù in fondo del cuore. Sentivo di non trovare parole, sapevo di non averne di giuste. Infatti anche adesso lo so, lo so che ho scritto niente, che ho detto nulla. Il bene che resta è difficile da dire. Ma alla fine quello che importa è che c’è.
15:41 Scritto da: capecchi in alunni e cattedre | Link permanente | Commenti (6) | Segnala | OKNOtizie |
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