14/05/2009
Cialtrone sciamannato
Non c’è nient’altro che potrei fare, se non questo: portarli in gita e farmi fotografare con gli occhiali a righe rosa, urlargli contro parole terribili come solo a coloro che si amano, abbracciarli forte e chiamarli topini o belve, spiarli di nascosto quando prendono nove e difenderli ad ogni costo, con le gengive dei denti scoperte come fanno la cagne per difendere i cuccioli. E’ un meraviglioso modo di passare i miei giorni, stare in mezzo alle loro facce buffe e belle e scoprire ogni minuto qualche loro talento in più.
Ebbene. Domani è un grande giorno. Tutti, io e loro, aspettiamo sospesi un’interrogazione fondamentale da cui dipende cascare di qua o di là dalla collina. Sicché io quel cialtrone sciamannato portato dal vento voglio non solo pensarlo, stasera, ma scrivergli qui, anche se non mi leggerà mai: spero che alla fine oggi tu abbia pranzato e cenato, che tu abbia fatto un pausa con un tiro a pallone e soprattutto voglio che domani tu faccia quel che devi fare. Ossia distruggermi e farmi scrivere quel maledetto sei e mezzo sul registro. Buonanotte, animale. Adesso dormi.
00:07
Scritto da : capecchi
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27/04/2009
Le lasagne del Ministero
Ho mangiato le lasagne del Ministero e ho capito che Roma mi appartiene.
Prendere il treno e partire con i miei due amati alunni, salire le tante scale e farsi premiare è stato bello. Ma ancor più bello era stare lì e sentirsi parte di qualcosa di profondo, che non si sa bene come definire o di cosa è fatto, ma c’è, lo senti, lo addenti insieme alle pizzette un po’ rancide, puoi stringerlo fra le mani come il bicchiere di carta seduti sulle scale imponenti e fredde. E Roma è una pazza girandola di colori e temperature. Il cielo grigio, plumbeo; poi celeste, spazzato dalle nubi; poi lingue di pioggia; poi il sole caldo, l’afa che sale su dal sampietrino, l’afa che il sampietrino ti respira addosso e che riconosci. Tutto quel vento che alzava sottane e noi due, bambine uguali, a tenersi giù con la mano lembi casuali di stoffa. Tutto quel senso di attesa condivisa, che dava valore a ogni cosa, persino all’autobus pieno o all’ennesima monetina lanciata. Una giornata a ridere con La Profe, a incrociare il bolognese e il fiorentino, a esser gli ultimi a lasciare le vellutate stanze dove tutti ormai se n’erano andati e noi invece no, ancora lì a fare le foto sceme sotto la scritta “Il Ministro”. Io che poi mica l’ho detto ai ragazzi, che quando tornavo indietro avevo un bel po’ di magone e chi lo sa perché avrei pianto volentieri, anche se invece non l’ho fatto e son stata brava e ho solo inviato un paio di messaggi.
Per una settimana intera ho tenuto questa manciata di ore a balenarmi in mente, a riscaldarmi la punta giù in fondo del cuore. Sentivo di non trovare parole, sapevo di non averne di giuste. Infatti anche adesso lo so, lo so che ho scritto niente, che ho detto nulla. Il bene che resta è difficile da dire. Ma alla fine quello che importa è che c’è.
15:41
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12/02/2009
Anime affannate un anno e una settimana dopo

(dallo storyboard di Anime affannate, video sul V canto dell'Inferno, realizzato dalla IIIB della scuola media Irnerio, a.s. 2007-2008)
Dunque, voi che c’eravate, grazie. Ve l’ho scritto appena pochi giorni fa e lo riscrivo di nuovo oggi: sono stati giorni memorabili, voi siete stati eccezionali e niente vale il fiato in gola che avevo quando salivo di corsa le scale quella mattina durante la vostra ora di francese, per dirvi che sì, sì, sì, ce l’abbiamo fatta! Grazie per questo, per l’assurdità della Crusca, per la passione e per tutto il resto.
Che vi voglio bene lo sapete. Quello che sapete meno, forse, è quanto.
23:25
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04/02/2009
Un anno fa
Ve lo ricordate il freddo e la quasi pioggia? Quel vento tagliente, impietoso, che segava in due le mani e spezzava le labbra? Ci si stringeva in bozzoli di calore, voci gridate, parole sillabate tanto per non sentirlo, che ci stavamo sgretolando in pezzi. Corde esili che pure sorreggevano; e piedi scalzi. Quel febbraio gelido che non riusciva a spengere i nostri sorrisi improvvisi. Lo ricordate quel senso prezioso del tutto da fare, del mischiare talenti, del perdersi insieme in un progetto? E le nocche delle mani che diventavano bianche e le palme invece rosse, perché i banchi eran duri e picchiare forte faceva male; ma benissimo, per la miseria, benissimo. E quella luce calda che c’era qua dentro? Quel far piano e forte, quel dire a tempo, quel pudore goffo della vostra età e lo stupore commosso della nostra? Quel parlare d’amore e rispondere di lacrime, che eravamo davvero, e tutti, anime affannate perse in qualche tempesta. Vi ricordate, voi, quanti strumenti c’erano per terra e chi li suonava e come e quando? Ve lo ricordate quanto tutto appariva straordinariamente semplice e arruffato, insieme? Che sembravamo poter prendere il mondo e spaccarlo in due, come un’albicocca o un pezzo di pane, solo perché eravamo insieme, le spalle vicine, i fiati confusi. E quei giorni per me a volte sono un cartoccio di ore gonfie e calde, che stanno qua nello stomaco a intiepidire buone. Ma a volte sono un buco, uno strappo muto e mi pare che nulla, davvero, potrà mai riempirlo.
Vi voglio bene, accidenti. Vi penso spesso, vi ricordo uno per uno e mi mancate come manca qualcuno con cui si è costruito insieme un muretto fuori da casa o una cuccia per il proprio cane in giardino. E anche se nessun diavolo di commissione, dopo un lungo anno, si decide ancora a dirci cosa ne è di noi, per me abbiamo vinto.

(Anime affannate. Dalla colonna sonora originale di Gianni Puri, suonata da tutti gli alunni della IIIB, scuola media Irnerio di Bologna, anno scolastico 2007-2008)
16:09
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01/11/2008
Questo novembre
"Ora ti faccio vedere io come si stritola una prof", dice sotto la sua testa di riccioli rotondi. E mi prende e mi stritola davvero, sollevandomi un po’. Ma anche gli altri abbracciano e stringono. Io non lo so perché, ma gli adulti non abbracciano così. C’è sempre quella rigidità, quell’incastro che non torna, quel vetro in mezzo. Invece con loro no; io me li piglio e mi lascio prendere. Tocco capelli, bacio guance e li guardo. Son diventati più alti e più belli. Ma i sorrisi sono gli stessi. La sera è umida, l’asfalto è bagnato; e luccica. Brilla di notte e di questo novembre che sta per spuntare. Io cammino nel buio su strade note, percorse tante volte lo scorso anno. Cammino, ascolto Capossela che parla del modo in cui si deve amare, di giornate perfette e di perdite. Non è freddo. Respiro le gocciole come fossero altro fiato; fiato in più da serbare nel petto. Guardo in su verso l’aula da cui ho guardato giù tante volte. Dove ho urlato, riso, spiegato, amato, pianto. Un’aula che era mia e ora non lo è più, anche se un po’ lo resterà sempre. Le foglie non scricchiolano sotto gli stivali da motociclista, ma anzi bagnate così sono un nastro di tepore e memorie. Ho una sciarpa rossa, ma è nuova e più adatta a questa stagione dove il freddo vero stenta ad arrivare, facendosi solo intuire dietro a qualche ombrello. La città brulica di streghe, di ghigni distorti, di urla. Ma io non ho paura perché non sono sola. E adesso me ne accorgo.
11:20
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29/10/2008
Scorza ruvida
Ogni tanto c’è un alunno che mi sfrangia il cuore. Non c’è un esatto perché. Magari è qualcosa che mi dice o come mi guarda o il modo in cui sta seduto sulla sedia. Accade che questo alunno se ne stia lì, in classe, e sprigioni qualcosa, non so bene cosa, perché ogni volta cambia anche se, sempre, ha parecchio a che fare con il dolore. Comunque anche quest’anno ce n’è uno. Non è tanto alto, ha i capelli biondi e spessi, una specie di nido arruffato, e un viso sempre serio, gli occhi bassi. Mi guarda di sotto in su, ma mi guarda, sempre. E’ al primo banco e anch’io lo guardo sempre, perché ci capiamo al volo, non so come sia possibile ma è così: io dico una cosa, una mezza frase, un sibilo, un’alzata di ciglia e lui se ne accorge. Ha questi occhi chiarissimi, luminosi, e quando sorride io sono felice. Parla piano perché forse si vergogna. Certo all’inizio era a disagio, imbruttito di rabbia e delusione: fa la terza per la seconda volta, perché l’ha combinata davvero grossa, l’anno scorso, e una volta mentre uscivamo da scuola mi ha raccontato cosa. Lui comunque ride se dico un’idiozia. Ma ride senza volume, incurvandosi nelle spalle, rintanandosi dentro quelle felpe grosse che ha. Poi si fa interrogare e prende buono oppure 7 e mi dice “Non ho mai preso questi voti. Stamani in musica ho preso 9 e son stato l’unico”. Infatti ama il pianoforte. Ma finge di no. Quando il pianista della classe a ricreazione si siede al piano a suonicchia, lui va sempre lì e prova a mettere le dita pure lui. Ma anche si fa guidare la mano da una compagna e suonano insieme così, la mano di lui dentro quella di lei. Però se ti avvicini e gli chiedi: “Ti piace il pianoforte?” lui ti dice “No no”. Ma tu invece lo sai che lo ama e vorrebbe di sicuro imparare a suonarlo bene e magari un giorno lo farà. Questo alunno non è che studi tanto. Però sta attento in classe, mi sorveglia e se non ci fosse io mi sentirei molto sola, quest’anno, perduta in mezzo all’enorme parco pieno di foglie, sotto quelle finestrone oblique dove scorre l’acqua, in quelle aule così buie e invernali, anche quando fuori c’è il sole. Quest’alunno ha una scorza ruvida addosso che non so da dove arrivi ma so che c’è. E a me viene di sgrattargliela via, proteggerlo, stringerlo forte, cullarlo e poi dirgli: “Andrà tutto bene, sai?”.
14:14
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16/10/2008
Il nocciolo del cuore
Arrivano a fine lezione davanti alla cattedra, spalleggiandosi buffe, con le facce di due gatti che si sono ingoiati un topo intero a testa. Sorridono.
“…Sì?”, faccio io.
“…ma le Stanze di Gaia sono sue?”, dice una.
“Sì”.
“…che bella quella canzone…” aggiunge l’altra.
E una ha lunghi capelli biondi ed è molto bella quando sorride; infatti dovrebbe farlo sempre invece di metter su quei musi storti che si cuce addosso a volte. Perché quando sorride s’illumina l’aria intorno. E l’altra ha occhi neri neri e lucidi e riccioli scuri che son come lei, morbidi e rassicuranti, soprattutto dolci.
Continuano a sorridere e stanno lì. E io pure. Ci guardiamo e ci sorridiamo tutte e tre come deficienti, chissà perché. Ma quel sentirsi deficienti in tre è un piccolo momento prezioso della giornata. Così esco di classe e non so perché ma mi sento un po’ gioiosa, un po’ di bene circola nelle ossa. Continuo a sorridere per tutto il corridoio e le scale e l’atrio e poi anche per il giardino, fuori, che è tutto pieno di foglie giallomarroni. Mi tolgo la maglia color cielo perché è caldo e cammino in maglietta e penso a me che ho pianto mesi fa ascoltando una canzone che ora ha fatto piangere una bimba di diversi anni meno di me. Una bimba che ha avuto la voglia e il tempo di fermarsi, leggere, ascoltare e scrivermi.
In fondo, la vita è anche questo.
Ed è incredibile come, ogni volta, siano loro ad entrar dentro al nocciolo del cuore, a scardinarlo. A capire qualcosa di me che non sanno nemmeno loro cos’è, ma c’è.
22:38
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10/10/2008
Riconoscersi
Dopo pranzo suona il campanello. “Chi è?” “Cerchiamo la prof Capecchi, siamo Silvia e Giulia, due ex alunne”. Come se non mi ricordassi di loro. Le mie bimbe. La Nina accorre, è contenta, si siede con noi. Chiede così spesso di loro. Dice così spesso che le mancheranno. Che sciocca. Lei, io, tutti quanti. Bello ritrovarsi. Guardarsi e riconoscersi. Nonostante i capelli tinti di nero e i mesi, in mezzo, a dividerci. “Suoni sempre la chitarra?” “La prova d’ingresso è andata male” “Amori?” “Del concorso ancora nulla” “E Gianni come sta?” “Fate le brave”. Parole che sbricioliamo, fra abbracci stretti e il caldo di questo ottobre.
Per il resto, mi riempio (mi svuoto) solo della Kristof. E ciò basta.
16:06
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14/09/2008
Il giorno prima del primo giorno di scuola
Domani si comincia. Domani è il primo giorno di scuola. C’è fuori questo grigio di cielo e d’aria, queste strisce messe per traverso a smorzare gli slanci. C’è un senso di spavento e stupore. Di inappartenenza ma anche di attesa per la scoperta e gli sguardi. Non so come sarà quest’anno. L’ultimo è stato straordinariamente pieno. Con una luce e un caldo buono giù dentro le ossa. Ho così tanti lampi e memorie che si mescolano insieme. Così tante lacrime e risate. Tutto si avvolge insieme. L’estate in fondo è niente più che il lento scivolare via di un anno intero. Una stagione come un’altra per affrontare il distacco. Il giorno prima del primo giorno di scuola è un giorno di fine. Sicchè è sempre un po’ triste. L’inizio è domani. E la sensazione di quando entri per la prima volta in una classe nuova e li guardi e ti guardano è una delle poche degne, memorabili, che danno senso alla vita: quel momento in cui si stanno già per fare tutti i giochi, quando sospendete il respiro e pensate “E adesso?”. Ma questo sarà domani. Oggi lasciatemi stare. Oggi ho nostalgie e luoghi dentro lo stomaco che fanno male di qualcosa che sa tanto di mancanza. Allora metto un disco stupido come gli Strokes, che non mi descrivono affatto ma vanno bene per questo giorno. Tanto è già nei negozi il nuovo disco di Brad. Venerdì uscirà Paolo Conte. Coordinate che conosco. Che amo. Attendo in questo modo il farsi delle mie giornate e spero in un altro anno che il settembre prossimo mi farà, ancora, struggere così. (The Strokes, Is this it. Canzone del giorno prima)
10:38
Scritto da : capecchi
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21/06/2008
Di quella giovinezza
Mi mancava molto quel posto. Prendere la macchina, guidare veloce e passare in mezzo a colline e paesi. Odore di campagna. Erba e insegne di vecchie osterie. Attraversare la piazza a piedi e vederne uno, poi due, poi tre, poi quattro, poi cinque, poi sei. Tutti alti e tutti belli. Di quelle bellezze fresche, a tratti scomposte, vere e limpide della giovinezza. Ma come hanno fatto a diventare così e ad avere quegli occhi che hanno? Sì, è vero che io già li vedevo brillare e se anche non intravedevo i muscoli del braccio né le forme rotonde del corpo già intuivo là sotto pulsare anime e intelligenze. Vibravano già allora, figuriamoci adesso. E io m’accorgo che parlo poco. Perché finché son dietro la cattedra sono protetta, ho dei numeri e uno scudo. Ma al di là, che gli dico, che gli spiego? Son loro che devono dire e spiegare a me. Son loro che hanno cose da mostrarmi. E io lascio che me le mostrino, che dicano, che sorridano, che mi guardino un po’ sì un po’ no. C’è chi mi dà del tu. C’è chi è un perfetto gentiluomo d’altri tempi e non dice mai una parolaccia fino alla fine. Ci son le bimbe così belle e luminose nei loro lucidalabbra e ombretti chiari. Mi snocciolano i loro amori. Mi confessano debiti ed errori. Io sto lì, me li cullo di sguardi, li ritrovo dopo tre anni e pure è come se fossimo ancora al punto in cui strappavo le porte di carta con le palline a Gian. Il tempo è fermo. Il tempo va velocissimo. Tutto ruota e noi in mezzo, là, immobili o piuttosto vorticosamente trasportati via. Ma quando senti la forza dei loro abbracci, quando vedi il buono e il lucido degli occhi, allora lo sai, lo senti forte, nello stomaco: non sono più alunni, sono persone che non andranno mai più via. Da te, dalla tua vita, dal tuo pensiero.
Così poi sali in macchina e prima di partire stai un po’ ferma nel buio, respiri la notte. Aspetti che il vortice si fermi e che i battiti riprendano a scorrere regolari, lenti, fluidi. Aspetti che fluisca l’estate intorno. Aspetti. Pensi che ne vuoi ancora di quella giovinezza e di canzoni scritte apposta e di progetti di partenze in posti lontanissimi dai nomi impronunciabili. Aspetti. Poi metti in moto. E viaggi rapida, mezza felice e mezza triste. In un giugno incerto come un colore steso male su un vecchio foglio da disegno.
23:20
Scritto da : capecchi
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