09/03/2011
Tre
Due momenti, oggi; anzi tre. Uno è stato verso le nove e venti, quando camminando verso il bar con le colleghe dell’ora buca, una indica per terra e fa: “Guarda, una rosa rossa”. E infatti c’era questa rosa, rossa, grossa, perfetta, buttata in mezzo all’erba secca. Io ho guardato giù poi nessuno ha detto più nulla e ci siamo infilate nella striscia calda del baretto per i nostri cappuccini.
L’altro è stato verso l’una e venti, mentre m’ero nascosta a leggere Esche vive e stavo lì e sorridevo dei maldestri amori di Fiorenzo e Tiziana e poi d’un tratto ho alzato la testa, era l’ora d’andare a pranzo, farsi preparare il piatto e bere il Müller Thurgau, più un vino rosso ignoto, più il Moscato, più il liquore al cioccolato, più un caffè che non so bene perché ho buttato giù così amaro.
Il terzo è stato quando son scesa di macchina, alle otto di stasera, e sopra i tetti di casa mia pendeva un ritaglio di luna, luminoso e netto da fare male; da farti dire: quella è la luna, sì, e io me la piglio.
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01/02/2011
Nonostante me
Ci sono in certi giorni canzoni che t’inchiodano alla sedia e ti lasciano lì, immobile. Sarà la musica, saranno le parole o sarà quell’aria di neve fuori dalla finestra e dentro la testa. Ma certo rimani con nulla da dire, un poco da piangere, la voglia di tirarti una coperta addosso, bere un estathè e chiudere fuori l’inutile. Sicché oggi è uno di quei giorni che una di quelle canzoni è capitata. Me la tengo stretta. Mi ci avvolgo bene dentro e poi esco, contro febbraio.
(Lorenzo Jovanotti Cherubini, Un’illusione. Canzone in cui avvolgersi dentro)
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20/01/2011
King
Il contrasto fra la superficie fredda dell’ottone e il suono caldo che esce dalla campana di un sassofono è roba che andrebbe messa fuori legge. Troppo pericolosa. L’odore di fiato robusto, ferro, saliva, ruggine. Di fumo anche senza fumare. [...].
(CONTINUA sul Blog di "Grazia")
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20/10/2010
Il momento perfetto
Poi c’è questo momento perfetto in macchina. Quando ancora non è buio ma quasi sera e intorno i fari barbagliano vividi incolonnati tutti belli in fila lungo via Marco Polo. Nella testa s’accapigliano parole di genitori e mani strette e molti sorrisi. Una stanchezza piena, di quelle che riempiono invece di svuotare, ti ha già presa tutta e ti c’abbandoni mentre alla radio un qualche cantante italiano che non riconosci canta una canzone leggera e ondeggiante come una bolla. È allora che succede. Quando ti giri a destra e nel buio della macchina, la testa appoggiata al sedile, la Nina dorme. S’è addormentata di colpo mentre cambiavi stazione; o sgommavi come sempre; o bestemmiavi mentalmente contro qualche ciclista. S’è addormentata e accorgersene così è scoprire d’improvviso, come senza averle mai viste, quanto lisce siano le sue guance e quanto perfetta la linea delle labbra e quanto piccola la mano che stringe il pulcino giallo. Il tuo momento perfetto ti sorprende lì, in mezzo al traffico, nel punto più brutto della città che se ne torna a casa per cena, accanto a una bambina che dorme.
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05/09/2010
La sposa con le tasche
C’era il sole alto e io ho visto la sposa alcune centinaia di metri più in là di casa mia. Ho rallentato, abbassato il finestrino e ci siamo riviste così, dopo anni, lei in bianco io in rosso, nella strada dove abbiamo abitato entrambe per una vita intera. L’arrotolìo dello stomaco m’ha presa alla sprovvista. Mi son sentita per un attimo piccina; o piuttosto vecchissima. A essere lì che vado a un matrimonio - nel seggiolino dietro una bambina che si è provata le mie scarpe alte. Mentre invece d’improvviso è salita su tutta quella roba di noi che tornavamo insieme in autobus e lei che andava in motorino con uno di terza liceo e poi più nessuna immagine specifica ma solo quel senso di confusa e arruffata condivisione. Non me la ricordo mica, davvero, la sua faccia in classe. Eppure c’era. Eppure quegli anni erano anche lei. Le ho sempre voluto un bene buono e senza spiegazioni; come adesso. Lei che ogni tanto appariva sulla soglia di casa e si sedeva in cucina. L’ho pensata spesso come qualcuno che sta di lato, in transito. Uno gnomo buffo, una strana creatura in tutto diversa da me eccetto l’essenziale – che tuttavia non saprei dire cos’è. Sicché vederla oggi che si sposava ha stropicciato parecchio il cuore. E io non lo so, ma ogni volta che mi giravo intorno mi pareva di specchiarmi in facce uguali alla mia: sorridevano tutti, si stringevano, si abbracciavano con quell’idea di passato che balenava negli occhi; con quella tristezza bene accolta del tempo che ti viene a cercare. Ce ne stavamo lì a stappare bottiglie mentre il pomeriggio diventava mezza sera. Le bambine coi fiori in testa e i pizzi addosso, le luci tremolanti del baretto, i tavolini di plastica con le gerbere gialle in mezzo: tutto vibrava. Quello che avevamo fatto, chi eravamo stati noi e cosa infine ci era accaduto lo potevamo vedere lì, tutto intorno. Ma per fortuna non l’ho capito, in quel momento: se no una spaventosa gioia m’avrebbe - credo - travolta. Poi è passata lei. Ci siamo abbracciate, strette e toccate; due corpi che non sfuggono, come siamo sempre state. Ed è solo allora che me ne sono accorta: la sposa aveva due tasche sull’abito bianco. In cui a volte nascondeva le mani. Io una sposa con le tasche non l’avevo mai vista e allora ho pensato che quello era un bel matrimonio e un bel pomeriggio.
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12/06/2010
Apparizioni
Gello è una strada nel niente in mezzo al niente. Però odora di buono e d’ulivi. Qualche luce spezza il nero della campagna e io ho paura che cadrò dalle scarpe altissime, proprio sull’erba e sulle zolle di terra scomposta, nel buio. E’ una notte calda, umida; fatta per appoggiarsi a un muretto storto oppure nascondersi dietro del pitosporo e stare lì tutto il tempo a baciarsi. Di quelle notti così. Quando l’estate è già iniziata ma nessuno è ancora partito e tutti indossano abiti leggeri e sgualciti. Una di quelle notti che hai detto: ma sì, andiamo a riprenderci un pezzo di passato, di uscite a finestrini giù con l’estathè finale, di balli e incontri precari, di posti in cui qualcuno che conosci lo troverai di certo.
Il contrabbasso sul palco è dipinto di rosso e il gruppo suona un improbabile rockabilly che pensavi nessuno suonasse più. Tutto è sgangherato qua intorno: le luci, le facce, gli odori di bombolone e birra alla spina. I ricordi, pure. Noi ce ne restiamo lì da una parte a considerare se il Bob sia ora come allora: in effetti sì, è come allora, però adesso fa più ridere – anche se in quello speciale modo di gola, come soffocato, dato da tutto ciò che è passato nel frattempo. Davanti al palco nessuno balla; ad eccezione del quartetto di vecchi che si muovono tutti insieme, in un ipnotico hullygally sempre uguale. Qualche bambino corre e accenna un passo. Ogni tanto ti sfila davanti una coppia - la mano di lei lungo il fianco, un valzer ballato sopra Johnny be good. Quello che manca è un filo di lucine appese; e il vento. In alternativa va bene una birra rossa, da bere e dondolare insieme all’orlo nero della gonna, ai capelli, alle caviglie. D’improvviso ti viene in mente quella volta che hai scritto del piacere della bottiglia ghiacciata di birra e del gesto di sollevarti i capelli per appoggiare il vetro sul collo sudato. Vorresti compiere quel gesto adesso, subito, ma non lo fai; anche se stasera per qualche non specifico motivo ti senti così bella che potresti.
Poi succedono delle cose una dietro l’altra. Prima riconosci dietro un ragazza con le spalle nude e belle un viso di bimba: l’abbracci e nella memoria si ricompone perfetto il quadro di una voce, un volto, un’aula, un banco. Poi una figura slanciata ed elegante, piedi stretti in lacci rossi, maglia a righe e sorriso chiaro, ti s’avvicina e ti dice: ti leggo sempre, t’ho riconosciuta. Abbracci anche lei, sorridi, è tutto strano. Infine un’altra apparizione: i capelli sono più lunghi, ricci, e adesso è alto; più alto di te. Ma è sicuramente lui. Ha una camicia a quadretti aperta e una maglietta sotto. E’ magro come allora, con gli stessi occhi di quando gli riportavi il tema e sopra avevi scritto ottimo! – col punto esclamativo di stupore, perché ottimo proprio a un tema, eh no, mai. La musica ora disturba, vorresti tempo e silenzio e un tavolo piccolo a cui sederti. Vorresti un pianista jazz: ehi, c’è un pianista jazz qua intorno o suonate solo Elvis? E mentre si parla di università, compagni, gruppi musicali, America e ragazze; mentre si scambiano numeri e indirizzi; mentre si cerca di divorare con poche domande il vuoto della passata assenza, ecco che la senti: è una specie di commozione idiota, una disperata tenerezza che ti piglia. Tanto tempo fa questo ragazzo ti s’era infilato nel cuore: evidentemente non n’era uscito mai. Quanti anni fa erano, quando lui stava nel banco d’angolo in fondo a sinistra e tu aspettavi con ansia un altro suo tema da leggere? Quanti? Se provi a contarli, io dico che son dieci. Ossia tre o quattro vite fa.
Quando te ne vai vorresti chiedere ancora, dire ancora, abbracciare ancora. Ma è sciocco. Il bene che provi t’imbarazza: provi a pigiarlo alla meglio dentro la borsa, ce la fai, sei già via. Ormai la notte inghiotte la musica, la strada, te e quello sbuffo di apparizioni del passato che son venute a visitarti.
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12/04/2010
Palloncini
Sabato era una giornata tersa e appena ventosa. Si sembrava quasi usciti di primavera, vicini all’estate. Tutto era verde e bianco e rosa. Io non indossavo calze ma un abito nero con uno scollo profondo e scarpe alte, lucide, che m’hanno fatto pensare spesso a Roma: quel tacco rovinato dai maledetti sanpietrini, una qualche stagione simile a questa, di molto tempo fa. Un tempo sparito, soffiato via, forse mai accaduto; se non fosse per quella pelle del tacco sfregiata a dirmi che invece sì, vedi, accaduto eccome. Qualcuno davanti alla chiesa, per terra, aveva disegnato un cuore di riso e tanti avevano preso a lanciarlo contro gli sposi, con quella che pare gioia eppure nasconde sempre una specie di soddisfazione aspra, mal trattenuta, in certo modo sofferente. Io infatti non lancio mai il riso. Ma i bambini si divertivano e correvano là in mezzo facendo mucchietti bianchi. Ridevano, avevano le guance rosse. Era bello guardarli. Poi sono arrivati i palloncini. Li avevano sistemati tutti dentro la macchina degli sposi e dunque tutti all’improvviso sono usciti fuori, rotolanti, colorati, lucidi di sole. Lei ha sgranato gli occhi scuri ed è corsa. Ne ha preso uno azzurro, anche se non è il suo colore preferito - che è il verde. Così in una mano stringeva un mazzolino di margherite e nell’altra il palloncino. E la luce che c’era, l’aria fina, il sorriso, i capelli spettinati, il bianco dei fiori, l’azzurro rotondo: si disegnava lì davanti l’immagine chiara e tangibile della felicità. Eravamo tutti in una bolla, sospesi. Però d’un tratto, senza preavviso, un colpo secco: il palloncino è scoppiato. Un rumore forte, violento. Lei è rimasta immobile, con un pezzo di gomma fra le mani e un’espressione prima attonita poi sgomenta sul viso. La gioia prima c’era, era lì, la stringevo. Ora non c’è. Fine. Questo è tutto quanto c’è da sapere sulla felicità: i bambini lo imparano presto e perciò piangono disperati, inconsolabili, smarriti quando scoppia o vola via, quel palloncino. Non prenderò mai più un palloncino. Mai più. E anche se lo vorrò, non lo prenderò. Mai mai più. Anche se lo vorrò, non lo prenderò.
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15/01/2010
La prima cosa bella
Così esci dal cinema e ti sembra che la vita sia tutta lì, in quei tinelli slavati dove accadono le cose, fra i vestiti stropicciati di due bambini e una donna, nelle vecchie strade scrostate di Livorno o nelle feste al mare con le lucine che dondolano. Il vento; il vento spazza tutto. Nell’aria il sale si sente e si sente la gioia, il dolore, la malinconia che ti spezza le vene da quanto è tanta, vigliacca, nascosta in uno zucchero filato, in un giro in motorino, in vecchie fotografie appese al muro o nascoste nei cassetti. In un figlio ormai uomo quando si lascia con malgarbo abbracciare dalla madre che balla. La vita è lì dove si respira forte la passione, la paura, la dolcezza, la gelosia, la disperazione di uomini e donne che si prendono e si perdono, così, a strattoni e rincorse sotto la pioggia. E’ la storia di esseri forti, rocce contro tempesta che però si spezzano; si sbriciolano fragili a terra, si decompongono sotto la bellezza - troppa -, sotto l’amore - troppo. Ma poi ritornano sempre pietra e stanno in piedi o accucciati nella notte e non gliene importa più nulla del freddo, del male, della distanza: siamo tornati pietra, nessuno ci butta giù, noi si canta uguale, alla fine un posto si trova. E nello struggimento della musica, della carne, di Livorno che è tutta spigoli ma pare stondata sotto la luce aranciata della memoria, c’è questa donna che cammina inciampando; questa madre che intrampola ovunque, vestita di fiori e sigarette rubate, coi capelli spettinati, bagnati, a volte senza verso, che le cadono dappertutto, addosso. Ha occhi grandi, sorride ma chissà e tutti ne pigliano un po’- di lei -, se n’abbeverano perché lei è così: bella come son belli i cerbiatti, le puttane, le tovaglie bianche. Che se passano davanti non ci si può fare nulla ma vien la voglia di sventrarli, amarli, sporcarli e tenerli per sempre appiccicati al cuore, anche se un po’ vergognandosi, svicolando di nascosto lungo i muri. E’ tutta una catastrofe nel suo farsi, questa storia, un continuo spaccarsi di qualcosa, uno slabbrarsi di vite, di famiglie, di sentimenti. Eppure tutto si ricompone: madri, figli, fratelli, mariti, amanti. Tutto alla fine appare comprensibile, persino giusto: è l’inevitabilità del vivere grosso, quando dietro le porte non ci si piglia solo a sberle ma anche si fa l’amore, ci si ritrova, ci si sposa. Son dolci i bambini quando sembra che non capiscano e invece capiscono, sono dolci ma anche tenaglie che ti stringono lo stomaco: e lei che ride e si stupisce e ha paura ma ride sotto la frangetta piccola; e lui che invece non ride mai e ha labbra all’ingiù e occhi neri di cane da guardia, appostato dietro i muri, negli angoli, da dove la mamma appare persa, fragile, sempre più bella. E insomma alla fine esci e sei presa dalla spaventevole meraviglia del ridere quando si muore, del cantare quando si sbaglia, del ferirsi quanto più ci si ama. Vuoi bene a tutti, fuori nella notte d’inverno, e avresti voglia di fare un bagno al mare.
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24/12/2009
Un Natale come lo volete
Quanto mi sono piaciuti questi giorni di neve. E più nevicava e più ero contenta. Col naso attaccato al vetro e il caldo in casa. Fuori quell’aria strana, un po’ buia un po’ opalescente, che dava un colore incredibile a tutte le cose – divani albero regali e mani. Uscivo poco, solo se necessario. Per procacciarmi cibo o scambiarmi regali. Poi tornavo su con crescentine e I love radio rock. Che bello asserragliarsi qua dentro, accendere la televisione e sperare di trovare film natalizi. E che noia quelli che basta coi film di Natale. Io li guardo tutti, persino (o soprattutto) se c’è Dawson come protagonista – che gli voglio quasi bene come a uno di famiglia. Che meraviglia scendere giù nel freddo, guardare nella posta e aspettare pacchetti. Poi un giorno affacciarsi e trovarli; piccoli gioielli rotondi, collane, calzine coi pois. Intorno la neve si scioglie, gocciola tutto giù dai tetti e dai cornicioni e mi si bagnano i capelli e gli occhiali. A me dispiace, davvero, che la neve stia sparendo. Il russare del terrazzo sommerso di bianco, i rumori ovattati e lo scricchiolare degli stivali sul ghiaccio: erano suoni buoni, che davano ancora più la voglia di stare chiusi chiusi in casa, tirarsela addosso come una coperta, dormire mezzi vestiti di pomeriggio con la Nina arrotolata contro il fianco. Mi piaceva nascondermi dentro sciarpe enormi, rinvolgerci tutti dentro i cappotti e andare alla recita di Natale, sentire un coro di bambini cantare Merry merry Christmas – Buon Natale! Ridere un sacco. Sentirsi pieni di – boh – meraviglia? E ancora attraversare stalattiti e stalagmiti, infilarsi dentro il cinema, trovarci dentro beignets jazz voodoo e Louis il coccodrillo trombettista il quale giustamente dice che come s’impara a suonare il jazz nel Bayou da nessuna altra parte; e giù un assolo di tromba. Insomma la neve è diventata prima ghiaccio, poi acqua e ora è nebbia. Tutta una gradazione di bianco che intorno a questo Natale sta bene. Stasera si cena qui, in tre. Ho tortellini e brodo. Gorgonzola e noci. Biscotti al cioccolato e gianduiotti di Venchi. Regali da scartare e tutte le musiche che voglio. Davvero un buon Natale.
Allora auguri a chi passa sempre di qua e me lo dice; ma anche a chi passa e sta zitto. E pure a tutti gli altri. Quelli lontani che vorrebbero passare ma non passano mai. Un Natale che sia come lo volete.
(Diana Krall, Let it snow, in Christmas songs. Canzone per la neve e il Natale)
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19/10/2009
Up
Ho riso, ho pianto, ho tremato, ho saltato sulla sedia. Ho visto Up. E difficilmente potrò dimenticarlo. Non c’è solo questo vecchio che attacca uno strabiliante numero di palloncini colorati alla sua casa, per farla volare. No, c’è anche una buffa bambina sdentata e il suo amico dagli occhiali rettangolo. Ci sono libri d’avventura e di cose da fare. Eroi canaglia e medaglie fatte coi tappi di bottiglie. Storie d’amore lunghissime, straordinarie, normali; anzi straordinarie perché normali. Tu te ne stai lì seduta sulla sedia - gli occhi lucidi di pianto, una mano che asciuga il viso alla meglio, nel buio, l’altra che stringe le dita piccole della Nina - e davanti agli occhi ti s’apparecchiano nuvole, finestre, grattacieli, bufere, altezze vertiginose e sogni realizzati. Spazio, distanza, tempo, silenzio. E non fai in tempo a volare su, in alto, sollevandoti col fiato in gola sopra un cielo mutevole color palloncini, che ripiombi giù, a precipizio. Le rocce, la terra, il verde, la paura, il bisogno. Occhi rossi d’animale. Strane piume colorate. Ridicole voci di cani. Collari che traducono in parole i pensieri: scoiattolo! Laggiù è un mondo esplorato per metà, tutto alla rovescia. Dove si baratta quello che si era con quello che si è. Quando poi è tempo di risalire su, allora si combatte, si grida, si ride, si lanciano palle da tennis e si dondola ancor più nel vuoto, aggrappati a mostruosi dirigibili o appesi a case bruciate ma ancora vive. In aiuto solo la sfrontatezza impavida della vecchiaia e l’incoscienza buona della fanciullezza. Le musiche del grande Giacchino assecondano ogni palpito, lacrima e risata.
Il naso tondo del vecchio Friedricksen e il naso tondo del cane inadatto alla vita selvaggia; il sorriso bucato di Ellie e la fascia piena di medaglie del caracollante Russell; il lungo becco di Kevin e la voce del cagnaccio; il cielo e tutti quegli incredibili palloncini. Sono cose che non scorderò per molto tempo.
12:42 Scritto da capecchi in amuleti | Link permanente | Commenti (7) | Segnala | OKNOtizie |
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