30/09/2009

Sono io il cerbiatto

cerbiatto.jpgOgni scelta è una rinuncia. E ancor più se la scelta è ponderata, sofferta, vivisezionata. Io ci metto ore, la sera, a decidere cosa indossare la mattina dopo; figuriamoci scegliersi una vita. Vuoi qualcosa e scarti qualcos’altro, perché tutto insieme non si può tenere - le mani son due e poi finisce che ti scappa tutto da tutte le parti. Le scelte acchiappate tutte in una diventano perdite e non potrai rimproverare nessuno quando vedrai sbriciolarsi pezzi di te. Sicché io ho scelto. Sicché ho scelto di stare un anno a casa, scrivere le mie grammatiche, vedere la Nina che cresce, avere tempo. Forse addirittura riprendere a girare in bicicletta (questo non credo che lo farò davvero). Ma oggi quando venivo giù lungo gli odiati tornanti io lo sentivo che me ne stavo andando prima di poterli amare troppo, lo sapevo che dopo non sarei stata più coraggiosa, né sufficientemente libera per farlo, per andarmene. Mentre scendevo giù veniva via con me la collanina col ciondolo a cuore e i brillantini azzurri: “Perché non si dimentichi di me, prof”; una collanina consegnata così, sul suono della campanella, arrotolata in una mano, in mezzo al pieno degli zaini e al vuoto di parole. Occhi trasparenti e chiari che io giorni fa avevo invitato i maschi sbruffoni a guardare, da quanto erano belli e spauriti; no, meglio: belli perché spauriti. Allora mentre guidavo dentro il sole e stropicciavo gli occhi, ho ripensato al salto del cerbiatto o al perfetto equilibrio dell’airone sul sasso, e ho capito che scegliere è sempre una merda. Ma va bene, si fa, è giusto. Perdo delle cose, che non sono soltanto quei quattro soldi mensili, ma soprattutto il codino buffo del bimbo di prima o la domanda “Prof, fammi un sorriso” ripetuta ogni giorno dal primo banco. Rinuncio a far saltare i ragazzetti sulla seggiola mentre leggo Barbablù o racconto film dell’orrore sentendomi in colpa perché sto usando il mio solito vecchio trucco dello spavento, i primi giorni. Perdo i volti del treno, lo spiarsi di vagone in vagone, il timidamente riconoscersi al treno dopo e le parole sulla focaccia di ceci o i tramonti metropolitani. Ma scelgo. Salto. Giù. Dal treno. Sono io il cerbiatto. Così ritrovo la mia città, gli spazi che amo, lo smog che mi rende viva, le ore a scrivere, e presto vestiamoci che si va all’asilo e un paio di teglie in più di gratin patate e funghi. Ho rinunciato a qualcosa che amo per qualcosa che amo. E da domani inizia un nuovo anno. Il primo ottobre si riparte, un po’ come quando andavano a scuola i nostri genitori col fiocco al collo e il grembiule nero. Non lo so proprio, io, se questo nuovo anno sarà meglio o peggio. Sarà diverso, quello sì. E a me manca solo di starlo a guardare e muovermici dentro.

18/09/2009

Dead End Mistery


podcast

 


(Sondre Lerche, Dead End Mistery, in Duper sessions.
Canzone del treno prima dell’alba)

16/09/2009

Sette vite


Quando, venti minuti alle otto, io arrivo a scuola, ho già vissuto sette vite. Ho camminato nell’afa imprevista e troppo umida del binario uno; la stazione buia, i barboni accartocciati sotto le coperte e contro i muri. Ho trovato il treno chiuso e cercato di liberarmi del tipo che non si sa cosa diavolo abbia in testa per importunarmi alle cinque e mezzo del mattino: “Bella ragazza, dove vai? Vuoi chiacchierare?”. Ho preso l’acqua alla macchinetta e viaggiato per un’ora guardando fuori. Dove fuori nella prima mezzora è il nulla compatto, nella seconda sono montagne, alberi, fiumi, case sparse, piccole stazioni vuote. Alle sei e mezzo ho ormai finito di mangiare una spiga del mulino bianco mentre il mio estathè si accartoccia su se stesso. Ho allungato le gambe e sbadigliato nel vagone deserto, ascoltando Sondre Lerche oppure battendo forte gli anfibi per terra su Sexy mother fucker. Ho sorriso fra me almeno una volta. Bestemmiato mentalmente tre. Dato allo schermo del cellulare un numero indefinito di occhiate. Non sono ancora le sette, eppure io ho già sudato, starnutito, controllato l’agenda. Visto un airone immobile su un sasso di fiume. Poi sono scesa a Silla e mi son lasciata colpire dal freddo e dall’acqua, tanta acqua. E ho guidato. Su su su per una strada vuota che non finisce più e soprattutto sembra quella di Jack Torrance, se non fosse per il fagiano che starnazza all’angolo di un prato e la faina (forse) che attraversa lesta la strada. Ho tenuto sempre bene aperti gli occhi, attenta a non sbattere contro qualche cervo. Ho ascoltato la radio che mandava Tiziano Ferro, Lucio Dalla e qualche cretinetta che canta non so che. Poi ho fermato la macchina nel parcheggio; il cimitero alle spalle e il parco giochi davanti. Sono scesa. Sono sola. Piove, ancora. Cielo gonfio di nubi e di chiome d’albero. Ho camminato fino all’ingresso della scuola dove l’unica bidella mi apre la porta.
Ecco. Quando io venti minuti alle otto arrivo, potrei già voltare le spalle e tornare a casa: di sicuro ho già vissuto abbastanza.

14/09/2009

Il buio la pioggia la sveglia


E domani il buio la pioggia la sveglia che suona alle cinque il senso di vuoto e di più l’inutilità di trovarsi in un posto in cui sei soltanto qualcuno che passa di lì. Il freddo al mattino nella stazione che è cupa ed è vuota come un tubo o un barattolo vecchio. Il tergicristallo che va e che va e che va abbassi il finestrino e l’acqua ti bagna l’impermeabile idiota che porti addosso: Sei un genio? Sei una cretina? Spostati! Levati! - ti urlano bocche buie  nel buio attaccandosi al clacson feroce e spingendoti in senso contrario. La punta di quel campanile la vedi poi dopo sparisce nell’aria compatta di bianco di umido e nebbia. La nebbia pensavi tu fosse in pianura tu povera piccola scema e invece qui avvolge e cancella i contorni e i colori slavati dovunque di grigio di bianco e di nero. Che brutto che è questo posto e che brutta la gente che c’è. Perché non ti lavi i capelli? E perché indossi quei pantaloni con macchia di unto sul culo? Davvero non era importante lavarli cambiarli buttarli? Magari poi arrivano i piccoli. Son loro che ti guarderanno e ti chiameranno maestra sbagliando e alzeranno la mano per andare in bagno. Magari sì sarà bello così. Eppure per la prima volta, da lunghi dieci anni che insegni, ti sembra che non servirà a nulla, che ti sentirai grigia come quel fuori che odi, persa e inconsistente come quel posto che occupi, triste d’una tristezza fastidiosa, scoraggiata, livida.

03/09/2009

Smog contro Natura

Nella nostra New York personale, salire io e la Nina sopra un taxi, per dimenticare l’odiata montagna. Vedere le sue gambette che appoggiano sul sedile e gli occhi che guardano su, nel cielo striato di grigio città. La piantina che il tassista regala mentre lei, zitta, sorride. “C’è gente come in Riviera”, dice lui dietro gli occhiali scuri, fendendo le vie del centro come si taglia una torta. Quando scendiamo, abbiamo entrambe una borsa e poca voglia di camminare. Molta di bere. Infatti beviamo, io birra lei acqua, in una casa dai toni del verde e gli sgabelli come in un bar. Quando la sera scende, è l’ora di andare, perché comincia a far buio e due signorine a modo all’imbrunire rientrano. La città è calda, puzza e ha bagliori aranciati. In una parola è meravigliosa. Smog contro Natura 1-0, come sempre. L’idea fissa al momento è solo una: enorme colata di cemento su tutto il Corno alle Scale. Disseminare sui tornanti parcheggi, fabbriche, scale mobili, centri commerciali, enormi palazzi di vetro e acciaio. Mostri tecnologici che ti fissino a ogni curva. Dio, la gioia selvaggia di veder pietrificata sotto una colata lavica la montagna tutta. E alla fine, giù dal taxi mano nella mano, aggrapparsi a poche certezze: il clangore metallico dei tram, lo scambio dei fili della luce sopra le teste, il frastuono sporco delle macchine.  

02/09/2009

C'è tempo


C’è tempo per la poesia. Del momento in cui vedrò l’alba dal treno e starò ascoltando forse Fresu o magari Conte oppure qualche canzone totem dei Radiohead e sentirò una specie di perfezione assoluta galleggiarmi intorno. C’è ancora tempo, per quando guiderò su su per quelle curve e mi sentirò così pienamente dentro a ciò che faccio da sorridermi da me sola dentro lo specchietto. E son sicura, son sicura sì che ci sarà un giorno, un’ora, un minuto in cui guarderò gli occhi di un ragazzetto, lui guarderà i miei e mi verrà da ridere così forte che lo farò. Oppure gli stessi occhi mi guarderanno e magari mi verrà da piangere - ma quello invece non lo farò, anche se mi sarò commossa per uno dei soliti miliardi di motivi per cui ti fanno commuovere i ragazzetti. C’è tempo, molto, per quella pausa in cui sarà bello prendere il caffè con una collega, tirare su col naso il fresco del cielo, guardarsi intorno e vedere quant’è prezioso quello che c’è, notare il verde, il grigio, il celeste, il bianco, il verde, il verde, il verde. C’è tempo. C’è tempo per quel momento di fine giornata in cui il dondolio del treno sarà la musica migliore di tutte e vedrò il sole entrare dal finestrino e ritagliare un triangolo di luce arancione sul sedile di fronte mentre fuori infuria un gelido inverno. C’è tempo, c’è tempo per tutto questo.
Intanto, si registra un vorticoso giramento di coglioni.

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