29/03/2011

Giorni così pieni


Guardo la pioggia che scroscia sopra i finestroni e intanto racconto di Verlaine e di Rimbaud e del colpo di rivoltella. Ho caldo; sempre. Anche se l’acqua si rovescia sui vetri e tutti col naso in su che la studiano e pensano agli ombrelli da tirare fuori. Io invece penso ai listelli di legno lunghi due metri, se nella mia macchina c’entreranno sì o no. Poi guido e ho unghie cortissime color corallo: le tamburello sul volante mentre Aretha Franklin canta Don’t play that song for me più un sacco d’altre canzoni che avevo dimenticato. Mi piace parecchio cantarle a bassa voce mentre mezzo spiove mezzo no, il cielo su Bologna un secchio di ferro che rotola di qua e di là, col suo sdung-sdung-sdugudùng. Son giorni così pieni e compressi che finisco per non avere sonno, la sera. Come adesso, che devo ancora lasciar uscire fuori note, passi, facce, mani, sacchetti di chiodi, murene, lampade d’Aladino e cinque sei sette otto. Son giorni in cui vado a scuola con un cambio d’abiti e di scarpe dietro: c’è da provare, c’è da saltare, c’è da mettere in fila i ragazzetti e farli diventare una perfetta macchina da guerra hip-hop, dopo aver lavorato sul complemento d’argomento. Son giorni fatti in un modo che mi fa sorridere spesso. E molto. Trovare per caso della cioccolata fondente ancora da aprire in un sacchetto abbandonato nel bagagliaio della Ka non è l'ultimo dei motivi. Ma anche il sapore della nutella che si scioglie sulla lingua mentre te ne stai ferma in piedi sulla porta dell'aula e li guardi tutti lì seduti per terra, in cerchio, a raccontarsi faccende d'amore. Quel languore scemo all'altezza dello stomaco.  

23/03/2011

Già arrivati qui

Gli Champs-Élysées di via Paolo Costa hanno gli alberi esplosi di fiori rosa e nell’erba fuori dall’aula è tutto un apparire di margherite. Mica me n’ero accorta, che eravamo già arrivati qui. A quei giorni in cui prima hai il piumino e alzarsi alle sette è un pugno in faccia su sfondo grigio; poi d’improvviso strizzi gli occhi contro la finestra, c’è questa luce dappertutto e devi metterti gli occhiali scuri che non sono ancora suonate le otto. Scioccante. Bello. Allora lasci le calze nel cassetto e con una lunga sciarpa di fresie e chiffon guidi la macchina verso un Castorama che ha cambiato nome e in mezzo agli scaffali ti scappa da ridere; oppure stai coi ragazzini all’aperto e li guardi tutti appollaiarsi su irregolari biche di terra come tanti granchi sullo stesso scoglio. Ti piacciono, li senti vicini, ti dispiace che tre di loro non verranno in gita perché così è deciso.
Le mattine e i pomeriggi sono elastici che prendi e tiri come ti pare, in luoghi che ormai senti tuoi, che provi a guardare come due anni fa ma che invece hanno contorni del tutto diversi, più stondati, ariosi. Allora pestavi le stesse scale ma ti si chiudevano i muri intorno. Ti pareva d’essere inghiottita e risucchiata giù, in fondo. Un cupo senso di vertigine se ne stava lì appiattito dietro gli armadi, pronto a pigliarti alla gola. Ora invece apri la porta dell’aula ed entra un sacco d’aria. Saranno le ginocchia nude o il fatto che i tortelloni della mensa non li mangi proprio più, ma una certa lieta trasparenza ha invaso le stanze. Così si respira. Eppure, ecco, in giorni belli come anche questo, fatti di pause pranzo con il sole di sbieco sui banchi e i brownies nascosti dentro gli armadietti, t’accorgi che basta una parola, un taglio di voce, una scalfittura per farti sentire l’idiota perfetta che t’eri dimenticata d’essere. Oh, fanculo.

13/03/2011

Un bel sabato

Ci sono quelli che il sabato si appoggiano a qualche colonna e si baciano così, ritti in piedi contro il pomeriggio e dentro i cappotti e la gente che passa di lì. Hanno un’età qualunque ma comunque sono giovani. E si appoggiano ai muri scrostati e io lo so quel languore che hanno alla pancia e il lucido degli occhi. Poi passa un tram che devono prendere e allora vanno a casa coi capelli spettinati e chi li vede li vede con lo sguardo perso e il sorriso ebete di chi non ha concluso nulla ma ha ancora tutto da fare. Poi ci sono quelle con la riga nera sotto gli occhi e i leggins e le gambe grosse; loro tengono in mano le bottiglie di birra e bevono attraversando la strada, insieme alle amiche che anche loro ciondolano la bottiglia col polso molle e ridono, spalancano la bocca coi denti brutti e si spingono disperatamente infelici. Poi anche un sacco di gente dai contorni estranei, oscuri. I loro occhi sono pozzi, crateri, voragini. Fanno paura ma sono bellissimi. Dove vanno? Perché son venuti qui? Da dove sono arrivati? Io me ne cammino in mezzo a loro e stringo un sacchetto di vestiti nuovi che metterò, tutti, uno al giorno durante la settimana. Una collana, una maglia con le scritte anche se dovrebbero portarle solo i ragazzini, un braccialetto rosso di rafia e un flacone di Issey Miyake, l’eau de parfum, quello più forte, che nelle ultime settimane mi ha dato un po’ alla testa e mi piace sentire affondando il naso dentro la sciarpa. Cammino verso casa e la notte scende sui tetti e le canzoni mi trapassano le orecchie. Penso che è un bel sabato e che sarà una bella domenica, come infatti è, che ho ballato, mangiato brownies, dormito, cucinato crescentine, bevuto fino a ubriacarmi e preparato tutto per domani mattina.

09/03/2011

Tre

Due momenti, oggi; anzi tre. Uno è stato verso le nove e venti, quando camminando verso il bar con le colleghe dell’ora buca, una indica per terra e fa: “Guarda, una rosa rossa”. E infatti c’era questa rosa, rossa, grossa, perfetta, buttata in mezzo all’erba secca. Io ho guardato giù poi nessuno ha detto più nulla e ci siamo infilate nella striscia calda del baretto per i nostri cappuccini.
L’altro è stato verso l’una e venti, mentre m’ero nascosta a leggere Esche vive e stavo lì e sorridevo dei maldestri amori di Fiorenzo e Tiziana e poi d’un tratto ho alzato la testa, era l’ora d’andare a pranzo, farsi preparare il piatto e bere il Müller Thurgau, più un vino rosso ignoto, più il Moscato, più il liquore al cioccolato, più un caffè che non so bene perché ho buttato giù così amaro.
Il terzo è stato quando son scesa di macchina, alle otto di stasera, e sopra i tetti di casa mia pendeva un ritaglio di luna, luminoso e netto da fare male; da farti dire: quella è la luna, sì, e io me la piglio.

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05/03/2011

Prisma

Oggi Bologna era un prisma. A ogni svolta mi sembrava d’essere da un’altra parte; e in un altro momento. Per un attimo, quando ho distolto lo sguardo dalla vetrina e ho camminato rasente il muro sotto la misteriosa via De’ Musei, ero a Roma, era dicembre e i sanpietrini sbrilluccicavano per terra. In via Drapperie c’era invece Parigi, c’erano i fiori e il ferro battuto. Poi non ricordo neppure perché, che cosa ho visto o quale odore m’ha presa, ma ho pensato che mi sentivo proprio come quando, un anno fa, camminavo stupefatta per le vie di Londra. E sicché mi son sentita bene, ero dove volevo essere, in un posto che è come lo voglio, per metà estraneo.
Mi piace uscire e prendere possesso della città, dragarla, girare un angolo nuovo per entrare in un negozio vecchio, che conosco. Mi piace camminarla tutta, pensando a cosa mettermi domattina o a quale regalo portare. I caffè che prendo, le facce che incontro, i sacchetti che appendo al braccio e gli autobus su cui salgo: sono tutte sospensioni, buche temporali, varchi. Questo sentirmi a casa in un luogo che non mi appartiene è bello, credo. Specie in giorni come questo, che le strade e le persone sembrano tutte immobili, pronte a diventare qualunque cosa, qualunque posto. Di questa città, alla fine, amo il fatto di non essere la mia.

                                                

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