30/04/2011
Indecifrabile
Quelle giornate che vorresti un autunno inoltrato, per chiuderti in casa e accendere il forno. Cucinare una barozzi al cioccolato, disegnare zucche arancioni e poi la sera stare sul divano sotto una coperta di pile, mentre intanto tutto intorno quell’odore di cucina calda, di cose buone, di sfinente fanciullezza. Invece è primavera. Umida e grigia, ma primavera. Sul terrazzo ho fiori viola, rosa, bianchi, rossi. La Nina è qui che fa le bolle di sapone ed è tutta un saltello. Io ho l’umore come il cielo qua fuori: indecifrabile. Vorrei guardare Glee tutto il giorno, per stordirmi di canzoni e armadietti nei corridoi. Oppure anche ascoltare di continuo Paolo Conte, mentre guido in macchina. E certo Paolo Conte non è roba da primavere. Sarebbe bello se fossero ancora quei mesi in cui ci sono gli alunni da conoscere per bene, lunghe settimane di scuola che si apparecchiano davanti, duemila pagine del registro ancora da firmare. Invece macché. I giorni mi sgocciolano via dalle mani e mi par di soffocare da quanto tutto scorre: una palla di vetro che rotola rapinosa verso la fine, con me dentro. Di solito aspetto il mese di maggio con ansia e molto amore. Quest’anno mah. Quest’anno boh. Quest’anno non so. Vorrei fare come si faceva con le cassette quando il nastro era uscito: infilarci una matita dentro e arrotolare indietro.
18:52 Scritto da: capecchi in lo scialo dei triti fatti | Link permanente | Commenti (2) | Segnala | OKNOtizie |
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15/04/2011
Pistoia, le gite e le cuffiette
Le gite son fatte un po’ così, che guardi i paesaggi scorrere fuori rapidi e poi ascolti le canzoni dividendo in due le cuffiette dell’ipod. Ti viene in mente quando ancora avevi le cassette che giravano nel walkman ed era il tempo dei Duran e degli Spandau e tu speravi sempre che Through the barricades arrivasse al momento giusto del giorno, del viaggio, della fila dell’autobus. In fondo non è cambiato nulla. Loro sono tutti sprofondati nei sedili, indossano felpe col cappuccio, jeans stretti e converse ai piedi. Hanno gli stessi occhi lucidi, le mani sudate e si parlano dentro le orecchie sbriciolando parole che rotolano via sui binari. Attendono qualcosa che non sanno ma intuiscono. Per questo sono radiosi, eccitati, invasi dal terrore ma smaniosi di non perdersi neanche un pezzo di questa giornata. Scorre un’altra canzone, il contrabbasso snocciola Your own sweet way ma anche lontanissime frasi di De Gregori tipo quella dei giocatori che li vedi dall’altruismo e dalla fantasia. Fra te e loro giusto un paio d’anni di differenza.
Poi arrivi a Pistoia. Che ha strade vuote e impalcature ovunque. Le piazze e le chiese sono quasi deserte, attraversate da commesse con le facce color mattone, avvocati ingiacchettati e donne dai tacchi grossi di camoscio che picchiano sulle pietre antiche. Le piazze e le chiese sono piene solo di noi, dei nostri ragazzetti, delle amicizie di una vita e degli accenti vecchi che sembrano nuovi: ti accorgi quanto ormai sei lontana da qui quando senti gli alunni pistoiesi spiegare la facciata del Battistero o la Sala e resti trafitta dalle lori voci. Il modo di piegare le frasi e dire le parole suona ai tuoi orecchi come completamente estraneo, sicché ti viene da sorridere anche se - dentro - qualcosa scricchiola e ti escono fuori dalla bocca frasi superflue: “Beh insomma la piazza è proprio bella, no?”. Già, proprio bella. Le nostre belve spargono chiazze di gioia scomposta in questa città zitta che oggi mi sembra una cartolina, una scenografia che quando me ne vado viene di certo smontata e chiusa da qualche parte. Pistoia non esiste; e guardarla seduti dal tavolino di un bar mentre loro mangiano, disegnano, ballano e s’accapigliano dà al pomeriggio un’insolita quieta pacatezza, un distacco da tutte le cose che forse il freddo accentua.
Nelle gite scolastiche succede però così, che non fai in tempo ad abituarti a come ti senti che subito lo scenario cambia. C’è da andare, comprare cuori, prendere un altro treno, buttarsi nel grigio ghiacciato della montagna e comunque leccare il gelato. Quando il tempo sta per scadere tu te li guardi ancora meglio e ti sembrano tutti belli e buffi. Ci sono Narcos, Don Johnson in occhiali da sole e il picchiatore ucraino biondo e altissimo. Le bimbe coi braccialetti nuovi e quelle che si tengono per mano. Finisce che chiamano pure quelli che non hai fatto venire e ti verrebbe da dirgli un sacco di dolcezze ma ti trattieni (forse).
Poi c’è quel momento quando tutti s’arrampicano su per le scale bagnate. Tu ti siedi e loro spariscono dietro la torre. Resti sola, non c’è più nessuno. Guardi il cielo livido, le montagne in fondo, le case che ti si chiudono addosso. Ascolti il silenzio. Sospendi il respiro. Nient’altro. Sei l’unico essere umano al mondo e ti sembra di avere la chiaroveggenza su tutto. È quel miracolo che ogni tanto ti capita, quello di quando dici: ecco. Ma è solo un attimo, un niente. Poi tutti si scapicollano di nuovo giù, senti le voci, il trotto dei piedi, il loro prooooof!, lo scrocchiolare delle scarpe sull’acqua. Via, bisogna tornare a casa.
La luce quando torni dalle gite sembra sempre la stessa. Non lo so bene perché. Forse è quel buttarsi sui sedili e appoggiare la testa, lasciare che tutta la stanchezza e i passi accumulati ti vengano addosso, essere più indulgenti. Non riuscire a smettere di ridere quando lei con quegli occhi azzurro ghiaccio viene lì e dice tranquilla: “Di solito mio padre arriva in ritardo oppure non viene”. Ridi, sei così stanca, ridi, ridi e non ti va di preoccuparti mentre ti vedi già a passare la notte sotto un cartone della stazione di Borgo Panigale aspettando invano. Poi il padre invece viene e si stringono mani, si spezzano sorrisi, si danno baci sulle guance, si sciama via tutti sotto una pioggia che c’è e non c’è. Alla fine resta quel disco di Paolo Conte dentro la macchina e tu sai che è il disco sbagliato per almeno due miliardi di buone ragioni ma del resto quello hai e allora te lo tieni, così come ti tieni il baluginare struggente di Babilonia, Ninive, Memphis e Luxor. Resta il caldo buono che ti porti addosso, sulla faccia, sui capelli spettinati e il rossetto scolorito, il caldo nonostante l’aria fredda che circolava per le vie. Resta intorno al polso un braccialetto che ti ha regalato la bimba cinese con la frangia sugli occhi: lo guardi e brilla, nella notte che viene giù senza fretta. Lo guardi e la notte t’inghiotte umida mentre le ruote fanno il giro della rotonda, il tuo stomaco s’attorciglia e fai finta d’avere fame ma tanto mica è vero: è solo la gita che finisce e ti lascia piena e vuota, allo stesso tempo.
(Spandau Ballett, I’ll fly for you. Canzone delle gite e delle cuffiette divise)
12:03 Scritto da: capecchi in alunni e cattedre | Link permanente | Commenti (1) | Segnala | OKNOtizie |
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07/04/2011
Il parchetto
Non so dire quando abbia preso ad amare il parchetto fuori di scuola. Forse addirittura due anni fa, nei miei arrivi con gli occhi pesti e le notti insonni sulle spalle. Quelle panchine di legno che mi accoglievano, quando spersa guardavo le facce estranee che mi circondavano; quando aspettavo l’ora di rientrare in classe; quando volevo starmene sola a piagnucolare senza nessuno che mi vedesse. Sicché quando a settembre l’ho rivisto, dopo più d’un anno, ho sentito certo qualcosa. Ma poi non c’ho fatto più tanto caso. Adesso invece è da un po’ che lo guardo, lo annuso, ci vivo dentro. E’ bello quando piove, tutto grigio e slabbrato e gocciolante. La fanghiglia s’attacca ai tacchi, le pozzanghere sfasciano l’erba ed è tutto uno scivoloso procedere a tentoni, per non cadere, caracollare giù. Mi piace quando è buio la sera alla fine delle riunioni e le luci delle case più in là traspaiono di dietro a qualche ramo secco e nero. Le colleghe che sgusciano via rapide dentro le macchine: ciao, ciao, a domani. Ma ancor più mi ci perdo adesso. Che arrivo e ogni giorno c’è un colore nuovo, un albero che non avevo visto, settemila verdi diversi e tutti quei rami rosa. Adesso con questo caldo anomalo e il prato pieno di mamme bambini passeggini cani e altalene che vanno su e giù. Quei pomeriggi che esci da scuola e dici: ehi, guarda quant’è bello questo Central Park. Quelle sere che fai per girare la chiave nella macchina e ti colpisce, con imprevisto anticipo, l’odore dei tigli: ma siamo solo all’inizio d'aprile e infatti l’odore sparisce subito e ti lascia lì così, a chiederti se era soltanto una specie di ricordo. Non so quanto amo quei dopomensa a guardare come mutano le forme degli alberi e le attività dei ragazzetti: d’inverno a rimpiattarsi dietro i cespugli, adesso a stendere camicie nell’erba e rimanere sdraiati sotto il sole per lunghissimi minuti. Passerà anche questo insolito aprile estivo, è ovvio, lo so, ma io per ora me lo piglio. Mi inoltro nei vialetti di là dal campo sportivo, aspetto l’ora di pranzo, regolo l’umore su Tony Bennett o Marvin Gaye e guardo di lontano i ragazzi sciamare qua e là: i prati pieni di zaini, calci, grida, risate, sudore, ciao prof! – i prati d’un tratto deserti. Solo io là nel mezzo sopra una panchina. Amo il mio Central park e sapere che per arrivare a scuola devo per forza passarci dentro mi rende felice. Infatti sorrido, allungo il passo, entro in classe. Oppure ne fuggo, nascondendomi dietro file di alberi lucidi e piste da bowling abbandonate.
00:36 Scritto da: capecchi in luoghi | Link permanente | Commenti (3) | Segnala | OKNOtizie |
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