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  <title>Le stanze di Gaia</title>
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  <subtitle>&amp;quot;Giura che mai rinnegherai il dio del fango, dell'habanera e del fandango&amp;quot;</subtitle>
  <updated>2013-04-02T16:41:33+02:00</updated>
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      <title>Ma che primavera è</title>
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      <updated>2013-03-30T00:38:41+01:00</updated>
      <published>2013-03-30T00:38:41+01:00</published>
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                              <summary> Come l’anno scorso con Dalla. Adesso con Jannacci. Succede che t’arriva...</summary>
      <content type="html" xml:base="http://capecchi.myblog.it/">
          &lt;p&gt;Come l’anno scorso con Dalla. Adesso con Jannacci. Succede che t’arriva addosso la morte così, e resti un attimo immobile. Sembra quasi non faccia male. Poi lo fa. Chissà perché. Mica poi li ascoltavi così tanto. Eppure hanno nella voce qualcosa di te com’eri, del passato, della finestra aperta della cucina sopra l’orto. Della mamma che strofinava il pomodoro sul pane nelle sere calde di luglio. Erano tutti giovani, allora. E tu piccina. Tu neanche capivi di che parlavano quelle canzoni ma il coro di Vengo anch’io lo cantavi sempre. Sicché stasera, per forza, ti piglia un magone ignorante. Ti metti lì e riascolti riguardi ripensi. Ti verrebbe da sprecare parole, imbrattare un bel po’ di carta con quattro scemenze sui limoni e sulle tre rondini nere. Ma quanto cincischiare nello stomaco quella volta in cui l’avevi ascoltato per bene, trovandoci dentro tutto: il ridere, l’illudersi, l’amare, il rompersi i coglioni, il morire. Poi c’erano anche Conte e Tenco e tutto quel correre dei quasi quarantanni come fossero venti con un bidone da far rotolare. Oh, insomma. Piove da giorni, è grigio, un freddo stolido ha preso possesso della città. Una primavera che non esiste aspetta appoggiata da qualche parte; forse lì a una saracinesca di lavanderia, nascosta dentro uno zoo, dietro la luna, boh. In questa sera mancano molte cose, oltre alla primavera. Gli ombrelli, per esempio. La voce in gola, anche. Ma soprattutto mancano quegli anni lì che avevo io quando cantava lui. Quegli anni che, ciao.&lt;/p&gt;
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      <title>Lo stesso identico giallo</title>
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      <updated>2013-03-08T18:31:25+01:00</updated>
      <published>2013-03-08T18:31:25+01:00</published>
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                              <summary> Il fatto è che io me lo immagino, il sacchettino trasparente della mimosa...</summary>
      <content type="html" xml:base="http://capecchi.myblog.it/">
          &lt;p&gt;Il fatto è che io me lo immagino, il sacchettino trasparente della mimosa dentro lo zaino. La carta lucida e quel fiocco fatto con cura infilato fra i libri stropicciati e il diario con la copertina mezza staccata. Mi sembra proprio di vederlo, quel gesto goffo ma pieno di cura con cui il rametto giallo è stato messo là nel mezzo. La voce con cui il fioraio si è sentito chiedere i fiori, quel tono di bambino ruvido e insolente.&lt;br /&gt; Oggi è una giornata evidentemente autunnale. Tutta grigia. L’aria umida, il freddino, il cielo privo di striature. Uno di quei giorni che schiacciano il profumo dei fiori sotto l’odore d’acqua marcia e marciapiedi bagnati. Uno di quei giorni inutili come altri, non più bello non più brutto, per fortuna pigiato in fondo alla settimana che finisce.&lt;br /&gt;Sicché in un giorno come questo arriva il mazzetto delle mimose. Quel profumo che stordisce, ti disturba. Eppure comunque ami, da sempre. E poi lo stesso identico giallo dei limoni. Come dire: dai malchiusi portoni un giorno per caso s’intravede eccetera. &lt;br /&gt;Insomma io con le mimose sulla cattedra faccio lezione. Me le guardo e mi viene da sorridere. Me le guardo e ripenso a quella camminata di mattina presto verso la scuola, con i fiori nascosti in cartella, con la segreta eccitazione di avere qualcosa da regalare. Il modo guascone di consegnarle. Quei capelli da pulcino, la pelle morbidissima della faccia, gli occhi due lucciole. Così quelle mimose me le tengo lì; le guardo, tutte gialle accanto al registro e alle penne rubate agli alunni, e mi piglia una roba allo stomaco che è insieme gioia e non proprio dolore ma quasi. Una fitta. Fisica. Una tenerezza strapazzata, rasposa in gola. &lt;br /&gt;“Prof, sa che ora ho dei debiti? Non avevo soldi ma il fioraio mi conosce e allora ho lasciato da pagare e me l’ha data lo stesso”.&lt;br /&gt; Io non so com’è che iniziano gli amori; e quando. So che in questa classe stavo male, all’inizio. Una fatica immane, il senso di lavoro sprecato, male speso, senza ascolto. Mi pareva di non essere nemmeno più quella che mi ricordavo. Mi vedevo, dall’esterno, e avevo una faccia come di pietra. Ma invece. Invece da qualche tempo provo una felicità, una grazia leggera e rotonda quando sto con loro. C’è qualcosa di primordiale e del tutto puro in quegli esseri. Sono lupacchiotti, maialini, gattini selvatici. Qualcuno mi ricorda la piccola Mery, la stessa grezza smania di dire. Un bisogno disperato di racconti. Mai m’erano capitati tutti quei “prof, ancora, ci racconti ancora”. E allora sarà la mimosa, sarà l’abbraccio di quell’altro che m’ha fatto arrabbiare o forse sarà che ho più di quarant’anni e il cuore in poltiglia, ma queste bestioline mi fanno emozionare come non mi succedeva da un bel po'. Accidenti, oh.&lt;/p&gt;
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      <title>Un anno straordinario</title>
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      <updated>2012-12-31T18:39:38+01:00</updated>
      <published>2012-12-31T18:36:00+01:00</published>
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                              <summary>           &amp;nbsp;     &amp;nbsp;    Ho saltato il classico post di Natale e...</summary>
      <content type="html" xml:base="http://capecchi.myblog.it/">
          &lt;p&gt;&lt;span style=&quot;font-family: Times New Roman; font-size: small;&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://capecchi.myblog.it/media/02/01/3521407812.JPG&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;img id=&quot;media-2239404&quot; style=&quot;margin: 0.2em auto 0.7em; display: block;&quot; title=&quot;&quot; src=&quot;http://capecchi.myblog.it/media/02/01/538350273.JPG&quot; alt=&quot;DSC02957.JPG&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;margin: 0cm 0cm 0pt;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: 'Verdana','sans-serif'; font-size: 8.5pt;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;mso-spacerun: yes;&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;margin: 0cm 0cm 0pt;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: 'Verdana','sans-serif'; font-size: 8.5pt;&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;margin: 0cm 0cm 0pt;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: 'Verdana','sans-serif'; font-size: 8.5pt;&quot;&gt;Ho saltato il classico post di Natale e un po’ m’è dispiaciuto. Ma è stato un dicembre affannato, strano, sbatacchiato di qua e di là. Non ce l’ho fatta, non ne avevo voglia, non so. Quelle due righe di fine d’anno però non riesco a non scriverle. Il 2012 è stato un anno straordinario. Comincia cercando casa a New York e finisce uguale, con me isolata da tutti, rifugiata sul mio divano a esplorare Chelsea e il Village.&amp;nbsp;&lt;span style=&quot;mso-spacerun: yes;&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;margin: 0cm 0cm 0pt;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: 'Verdana','sans-serif'; font-size: 8.5pt;&quot;&gt;È stato l’anno di una scuola che amo molto ma che ogni giorno mi ha fatto arrabbiare, stancare, sgomentare un briciolo di più. Sono arrivata a dicembre ed ero prosciugata: la terza che mi manca - gli insospettabili come il Principe Arabo e quelli del tutto attesi come l’Ucraino dal sorriso spezzaghiaccio -, i nuovi maialini da latte, quelli di seconda con cui mi sento a casa e tutto il resto che a volte è tanto, è troppo. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;margin: 0cm 0cm 0pt;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: 'Verdana','sans-serif'; font-size: 8.5pt;&quot;&gt;Poi l’arrivo del nuovo esserino, che sparge ciuffi di pelo e lascia graffi addosso oppure ti butta la testa contro la mano per farsi accarezzare ma dopo si nasconde dietro la colonna e ti fa degli agguati insensati, folli, alle sei e mezzo del mattino o in un’ora a caso del giorno. Ma anche si addormenta chissà come dentro l’albero finto. Quegli occhioni grandi che ti guatano, sempre. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;margin: 0cm 0cm 0pt;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: 'Verdana','sans-serif'; font-size: 8.5pt;&quot;&gt;Ed è stato l’anno in cui ho incontrato l’Unico e Solo Maestro, Lui, il Diodituttelesecche Pierre, che ora e sempre ringrazierò per avermi fatto almeno avvicinare a come vorrei essere. E se ho peccato in queste feste, Maestro, Tu perdonami e sappi che tornerò da Te molto presto, in ginocchio su semi di pura crusca dukaniana M2bisB6.&amp;nbsp;&lt;span style=&quot;mso-spacerun: yes;&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;margin: 0cm 0cm 0pt;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: 'Verdana','sans-serif'; font-size: 8.5pt;&quot;&gt;Il 2012 è stato soprattutto&lt;a href=&quot;http://ritornoamiddlebury.blogspot.it/&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt; tornare a Middlebury&lt;/a&gt;. Il Vermont che era mancato così tanto mi ha inghiottita ancora, nei suoi spazi temporali dilatati ma pienissimi, stretti come un pugno, pieni di sole, pioggia, facce, caffettoni, lingue, pessimo vino, risate, assenze come buchi in pancia, solitudini, insofferenze e musiche. Amore totale, insomma, per un posto che sarà sempre uno dei noccioli duri e profondi di me, lontani da me, ovunque vada, sempre, con chiunque sia. E New York di cui non ho saputo dire nulla ma solo caricare centinaia di foto che dicevano tutto da sole. L’appartamento a vetri con l’Empire in fondo che cambiava colore ed era verde, giallo, bianco. La luce come scendeva giù la sera tutta arancione, allagando il soggiorno, gli occhi. Svegliarsi e dire: oggi pranziamo al Meatpacking? Andiamo da &lt;em style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;Shake Shack&lt;/em&gt;? Facciamo merenda al caffè &lt;em style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;Angelique&lt;/em&gt;? Ecco, avere anche un caffè che sentivi tuo, all’angolo di Grove street. Questa era New York. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;margin: 0cm 0cm 0pt;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: 'Verdana','sans-serif'; font-size: 8.5pt;&quot;&gt;Il 2012 è stato l’anno di Thom Yorke. Radiohead - Thom - nella testa, nelle orecchie, negli occhi; e mesi d’ossessione, note su note, senza smettere, senza sentire altro, il jazz dimenticato, il resto accartocciato, solo &lt;em style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;Paranoid android, Lotus flower, Nude, Videotape, House of cards, Exit music, There there, Lucky&lt;/em&gt;. Il concerto a Bologna, tutte quelle luci, la fuga a Parigi, la cellula immaginaria in cui son precipitata quella notte con il lampione giallo a brillare nel freddo e stringersi le mani e dire “Thom”. Il viso scarno e gli occhi strani che ti fissano e poi il lampo chiaro dei capelli che la Francia ha portato via.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;margin: 0cm 0cm 0pt;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: 'Verdana','sans-serif'; font-size: 8.5pt;&quot;&gt;Questo è stato anche l’anno in cui ho capito che si muore. Che tutto può finire. Che la paura di perdere tutto è lì, sempre, concreta, sconcia, brutta a guardarsi in faccia. Che le persone che più ami ci sono ma poi no, chi lo sa domani se ti alzi e son lì. Sicché arrivare al 31 di questo mese ed avere ancora tutti qui intorno provoca una gioia pazza, per cui iniziare a brindare adesso e andare avanti tutta la notte.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;margin: 0cm 0cm 0pt;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: 'Verdana','sans-serif'; font-size: 8.5pt;&quot;&gt;E infine questo è l’anno in cui la Nina è cambiata: mi sembra molto più grande. Infatti lo è, accidenti: ha s e t t e anni. La guardo ed è bellissima, coi capelli sempre tutti annodati e gli occhi luminosi. Mi fa ridere tanto, mi prende in giro, non piange quasi mai, per Natale ha voluto la tastiera coi tasti pesati ma anche la Playstation 3 per via del &lt;em style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;Libro degli incantesimi&lt;/em&gt;. Oltre a una valanga di libri. È l’anno in cui me la son portata in America e l’ho vista essere com’è: sorridente, saggia, divertente. Uno degli essere umani con cui preferisco in assoluto passare il mio tempo. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;margin: 0cm 0cm 0pt;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: 'Verdana','sans-serif'; font-size: 8.5pt;&quot;&gt;Dunque eccoci, è ora di bere, mangiare e ballare. Muoversi scomposti dentro una musica che ci faccia dondolare la testa, martellare il cuore ed entrare nel futuro con i passi leggeri della noncuranza.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;margin: 0cm 0cm 0pt;&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;margin: 0cm 0cm 0pt;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: 'Verdana','sans-serif'; font-size: 8.5pt;&quot;&gt;Buon 2013 a chi c’è ed è necessario. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;margin: 0cm 0cm 0pt;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: 'Verdana','sans-serif'; font-size: 8.5pt;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;mso-spacerun: yes;&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;br /&gt;&lt;a href=&quot;http://capecchi.myblog.it/media/01/01/2527867451.mp3&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://static.myblog.it/backend/blogs/images/extras/podcast.jpg&quot; border=&quot;0&quot; alt=&quot;podcast&quot;/&gt;&lt;/a&gt;&lt;object type=&quot;application/x-shockwave-flash&quot; data=&quot;http://static.myblog.it/backend/blogs/images/extras/dewplayer.swf?son=http://capecchi.myblog.it/media/01/01/2527867451.mp3&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;20&quot;&gt;&lt;param name=&quot;movie&quot; value=&quot;http://static.myblog.it/backend/blogs/images/extras/dewplayer.swf?son=http://capecchi.myblog.it/media/01/01/2527867451.mp3&quot; /&gt;&lt;param name=&quot;pluginspage&quot; value=&quot;http://www.macromedia.com/go/getflashplayer&quot; /&gt;&lt;param name=&quot;wmode&quot; value=&quot;transparent&quot; /&gt;&lt;/object&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;margin: 0cm 0cm 0pt;&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;margin: 0cm 0cm 0pt;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: 'Verdana','sans-serif'; font-size: 8.5pt;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;mso-spacerun: yes;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: 'Verdana','sans-serif'; font-size: 8.5pt;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;mso-spacerun: yes;&quot;&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;margin: 0cm 0cm 0pt;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: 'Verdana','sans-serif'; font-size: 7.5pt;&quot;&gt;(Radiohead, &lt;em style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;Idioteque&lt;/em&gt;. Musica per entrare nel futuro con i passi scomposti e leggeri della noncuranza)&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;margin: 0cm 0cm 0pt;&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;margin: 0cm 0cm 0pt;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: 'Verdana','sans-serif'; font-size: 8.5pt;&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
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      <title>Tranne Parigi</title>
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      <updated>2012-10-15T15:02:11+02:00</updated>
      <published>2012-10-15T14:47:00+02:00</published>
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                              <summary>        Molte cose mi hanno lasciato questi due giorni a Parigi; molte tranne...</summary>
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          &lt;p&gt;&lt;span style=&quot;font-family: Times New Roman; font-size: small;&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://capecchi.myblog.it/media/02/02/2477569076.jpg&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;img id=&quot;media-2154151&quot; style=&quot;float: right; margin: 0.2em 0 1.4em 0.7em;&quot; title=&quot;&quot; src=&quot;http://capecchi.myblog.it/media/02/02/4019034263.jpg&quot; alt=&quot;thom dj 4.jpg&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;font-family: 'Verdana','sans-serif'; font-size: 8.5pt;&quot;&gt;Molte cose mi hanno lasciato questi due giorni a Parigi; molte tranne Parigi. Gli squarci d’arancio nel cielo durante la corsa in taxi da Charles De Gaulle, con la pancia stretta in una morsa per la paura di non fare in tempo, di non trovare il biglietto, di perdermi. Poi l’arrivo a Bercy, un luogo che potrebbe essere ovunque: umido, grigio e scintillante di strane luci verdi su grandi palazzi di cemento. Tutte quelle ragazze flessuose, dai capelli raccolti in piccole code casuali. Tutti quei ragazzi belli di una bellezza distratta ma indiscutibile, coi visi scarni e i capelli spettinati. Poi c’è Caribou che pompa direttamente nello stomaco, nel caldo e nella ressa. Poi c’è il lampo di luce blu elettrico che arriva sul palco e spalanca un sorriso indimenticabile: Ed splendore O’Brien. Lo vedi da vicino: altissimo, col suo ciuffo liscio sugli occhi, fa quel ballo con il braccio in avanti - un’onda verso il pubblico. E ride, ci guarda, ci saluta, si diverte. È una specie di enorme divinità chitarresca, che sparge gioia ovunque guardi; e infatti la gioia ti travolge se ti capita anche solo per un momento di essere trafitta dal biancore luminoso dei suoi denti. È dopo che arriva Thom. Quasi non lo vedo. La gente si accalca, salta, spinge, agita le braccia, scatta foto, si issa sulle punte, come faccio anch’io che alla fine della serata mi ritrovo due pezzi di truciolato dentro gli stivali neri. Ma quando lui appare fra una testa e l’altra, eccolo, ti piglia questa cosa che sta lì all’altezza di un punto impreciso fra la fine della terza media e l’inizio della prima superiore. In fondo sei lì per quello: sei finita in questo ritaglio di nulla che è Bercy portata da un’insensatezza adolescente e adesso sei felice, schiacciata dalla gente, spalla a spalla con ragazzi ubriachi che hanno gli occhi semichiusi e ballano scompostamente; oppure stretta fra ragazzini per bene che quando scatta &lt;em style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;The national anthem&lt;/em&gt; muovono le teste locomotiva e cantano con la faccia dritta verso il palco, senza voltarsi mai, perduti. &lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;font-family: 'Verdana','sans-serif'; font-size: 8.5pt;&quot;&gt;Quando dopo il concerto srotolo le strade su un altro taxi che mi porta in un posto ignoto, intravedo pezzi che mi pare di ricomporre ma poi invece no, non lo so, tutto mi sfugge. C’è Parigi, là fuori? È la Senna quell’acqua lucida e fonda laggiù dietro gli alberi? Chissà. Non m’importa. Arrivo in questo posto buio, tutto tetto basso e gente coi bicchieri in mano. Uno con gli occhiali e la felpa grigia mette della musica potente. Se ne sta lì dietro una ringhiera nera, tranquillo, sembra il fratello grande di una compagna di liceo, e non diresti che ha suonato e cantato prima dei Radiohead quattro ore fa in un’arena con millemila persone urlanti. Io ho come tutti un bicchiere fra le mani; e aspetto. Ballo e aspetto. Finché il dj che aspettavo arriva. Compare in mezzo agli altri dietro i computer, le batterie, le casse e le attrezzature ed è come se fosse sempre stato lì. Ha i capelli sciolti. Brillano di rosso in quelle luci sotterranee. Sorride, muove la testa, mette la musica, balla, balla, ride, balla, sorride. Ha la faccia stanca. Sembra felice. E siccome io ho aspettato e ho preso molti taxi e un aereo e diversi colpi al cuore, lui inizia con Duke Ellington. Così mi finisce. Io davvero mai, mai nella vita avrei pensato di trovarmi di fronte Thom Yorke che sceglie del jazz per me. Gli altri non ci sono, sparisce tutto, resta solo il buio intorno e noi dentro con quella luce rossa e &lt;em style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;Sophisticated lady&lt;/em&gt; e poi i bassi che partono: tump tump tump. Dritti nello sterno, senza pietà. Non resta che ballare. Non resta che guardarlo ballare, capelli sugli occhi, barba e maglietta. Non resta che uscire poi in questa cellula immaginaria di spazio in cui sono caduta e guardarmi intorno e respirare il freddo della notte quando la stessa onda biondo-rossa appare fra gli altri, sotto i lampioni gialli e dentro un cappotto nero. Tre passi, due, uno. Respiro. Tutto è lì, non bisogna far altro che prenderselo. Son qui apposta.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;font-family: 'Verdana','sans-serif'; font-size: 8.5pt;&quot;&gt;Molte cose mi son rimaste di Parigi – tranne Parigi. Di certo è rimasto Ed che ride, mette una mano sopra il suo cuore prima d’andare via e ci abbaglia quando sorride. Oppure le braccia dietro la schiena del dodicenne Jonny quando parla in francese e dice: “…&lt;/span&gt;&lt;span class=&quot;usercontent&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: 'Verdana','sans-serif'; font-size: 8.5pt; mso-bidi-font-family: Tahoma;&quot;&gt;notre chanteur a peur de parler français, moi j'ai peur de parler du tout”&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;font-family: 'Verdana','sans-serif'; font-size: 8.5pt;&quot;&gt;. La rissa che c’è stata accanto a me e che mi ha fatta riparare dietro la schiena del ragazzino perbene che salmodiava &lt;em style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;The national anthem&lt;/em&gt;. La coca zero nel bicchiere di plastica e la barretta di cereali mangiata in albergo a mezzanotte, dopo un giorno di digiuno. Ma soprattutto i capelli chiari e lo sguardo di Thom mentre mi dice “Thank you”; nella mia mano la sua mano liscia e fresca del freddo di una notte di una città sconosciuta che di certo non è Parigi. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
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      <title>Wake from your sleep</title>
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      <updated>2012-09-26T18:25:13+02:00</updated>
      <published>2012-09-26T18:19:00+02:00</published>
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          &lt;p style=&quot;text-align: center;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;http://capecchi.myblog.it/media/00/00/3009419656.jpg&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;img id=&quot;media-2134246&quot; style=&quot;margin: 0.7em 0;&quot; title=&quot;&quot; src=&quot;http://capecchi.myblog.it/media/00/00/2485475076.jpg&quot; alt=&quot;thom.jpg&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: center;&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;margin: 0cm 0cm 0pt;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: 'Verdana','sans-serif'; font-size: 8.5pt;&quot;&gt;C’è un vento leggero, la luna pende a tre quarti sopra le nostre teste e un alieno è appena calato sulla polvere secca del Parco Nord. L’alieno si chiama Thom Yorke, indossa un gilet nero e porta una coda di cavallo. È bellissimo; ipnotico nel suo incedere dinoccolato da pazzo. La musica attacca martellante, i cerchi concentrici di &lt;em style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;Lotus flower&lt;/em&gt; si sistemano tutti per bene intorno agli ingranaggi dei nostri cervelli: siamo già in trappola. Del resto si sapeva che l’alieno era venuto per prenderci e parlarci di altri pianeti; no, per portarci lassù. Lo spazio siderale sopra di noi, guardalo come splende, che paura che fa. La tarantole che ci pigliano e ci fanno muovere a scatti – come lui. Oppure le onde che ti portano qua – e là. Poi qua – poi là. Poi là. Il palco in fondo brilla nel buio. Dodici schermi quadrati galleggiano nel nulla. Altri sei stanno fermi ancora più su. La voce dell’alieno s’infila nel mezzo, gira, sale, si tira, s’assottiglia, sembra spezzarsi ma poi no: diventa trasparente. Sgretola su nel cielo le litanie cherokee di &lt;em style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;15 step&lt;/em&gt;. Le facce della gente intorno sono indecifrabili. Ma molti fanno movimenti strani, muovono le teste a tempo. Oppure stanno immobili, incatenati. Quando inizia &lt;em style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;Lucky&lt;/em&gt; uno si mette le mani nei capelli e dice: “Oddio, Lucky”. Succede spesso, durante la notte, che qualcuno si metta le mani sulla testa o che le alzi su, su, più in alto. Succede spesso, durante la notte, che la gente non creda a quello che sente. Mani sulla bocca, qualche no che l’incredulità schiaccia sotto i denti. &lt;span style=&quot;mso-spacerun: yes;&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;Come per quelle cinque note di perla con cui inizia &lt;em style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;Kid A&lt;/em&gt;. Come per le batterie corpose e potenti che spingono &lt;em style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;There there&lt;/em&gt;. Come le mani sul piano e la voce lunga, strapazzata di &lt;em style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;Pyramid song&lt;/em&gt;, quando avanzi fra la gente e t’avvicini al palco. Intorno è tutta luce blu, aria blu, suono blu. Aria, aria, aria. L’alieno canta e porta aria – o la fa mancare, che in definitiva è un po’ la stessa cosa. Sempre d’aria si tratta: ma è lui che l’amministra, che decide, che toglie e poi dà. Non è che si possa fare nulla se non aspettare e vedere cosa vuol fare di te: salvarti o soffocarti. Lui se ne sta lì sopra il piano e sotto gli schermi che ondeggiano. Lui sa anche per te quello che tu non sai di volere. E mentre torni indietro verso la collina, la luna, il vuoto, ti si struggono addosso tutti quei &lt;em style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;come on come on&lt;/em&gt; e tutti quegli occhi moltiplicati. Gli occhi di Thom che si sdoppiano si centuplicano s’immillano. Gli occhi di Thom che ti seguono mentre gli giri le spalle. Non puoi scappare: &lt;em style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;You and whose army&lt;/em&gt; segna il momento in cui lo sai: quell’uomo lì non ha solo la voce le movenze la magrezza, dell’alieno, ma dell’alieno ha soprattutto gli occhi, sgranati puntati addosso a te, in milioni di posti diversi; posti che di te non sai. Così la musica va avanti. E &lt;em style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;The king of limbs&lt;/em&gt; non ti è sembrato mai così bello. E&lt;em style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt; In rainbows&lt;/em&gt; pure. Com’è che invece ti pareva di no, che insomma, che però, che boh? Macché, idiozie. Sono una meraviglia. Ogni pezzo che scorre seppellisce infatti il precedente per bellezza. Non c’è limite, non c’è limite. Il vecchio &lt;em style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;Planet telex&lt;/em&gt; t’avvolge e ti lascia pronta per le frammentate spezzature di &lt;em style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;Feral&lt;/em&gt; e soprattutto per una canzone che viene evidentemente dal futuro e si chiama &lt;em style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;Idioteque&lt;/em&gt;: musiche, tempi, respiri che non possono essere stati scritti dodici anni fa, non c’è verso, impossibile. Ma poi succede una cosa. Succede che lui si mette ritto e fermo in mezzo al palco, una sola luce addosso, il suo respiro che si ferma, il tuo respiro che si ferma perché ti disturba, tu che aspetti – aspetti. Aspetti. Hai aspettato tanto. Ed ecco la chitarra, il primo accordo. Precipizio. &lt;em style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;Wake from your sleeps. The drying of your tears. Today we escape, we escape. &lt;/em&gt;Il mondo implode, il cielo precipita, tutto è risucchiato giù. Stai per cascare, non ti riesce nemmeno di cantare, forse sei già morta e non lo sai. È proprio allora la musica d’improvviso si sospende, la canzone resta sollevata per aria e l’uomo dentro l’alieno dice:“Jonny, turn the fucking microphone”. Tutti spalancano le bocche, qualcuno ride, altri applaudono. Niente musica. Squarcio, taglio. È lo strappo nel cielo di carta del teatrino. È la voce di un uomo alto, allampanato e dai capelli sottili che parla e si arrabbia ed esiste e ha braccia lunghe da toccare, occhi spaventosi da fuggire, fauci spalancate da tuffartici dentro. È un uomo di ossa e poca carne laggiù troppo lontano da dove lo vorresti. È un uomo. Poi la musica riparte esattamente nel punto in cui si era fermata. Arriva quel passaggio di batteria che ti fa tremare le ginocchia, arriva il resto, arriva tutto il resto. Lui ti riacchiappa, viene a riacciuffarti mentre sei ancora lì che dici “ma?”. Non ti lascia in pace, è gentile, morbido. La gente si dondola su &lt;em style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;The daily mail&lt;/em&gt;. La luna dell’inizio sembra la luna qua dietro. Tutto si sfalda. Tutto si scioglie. Tutti poi urlano &lt;em style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;What’s thaaaaat&lt;/em&gt;, tutti sono oranghi che ciondolano le teste su quel&lt;em style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt; dun du du du du dun dun du dun dun&lt;/em&gt;. Gli schermi volteggiano colorati, si scheggiano in azzurri gialli rossi verdi blu. Le corde di chitarra, le bacchette delle batterie, i triangoli degli occhi, le unghie delle mani, i ciuffi dei capelli vengono tutti fatti a pezzi sopra il palco, s’incrociano e si confondono: sotto la musica va e sopra le immagini amplificano quei tonfi del cuore che ti pare di sentire dappertutto. C’è tempo ancora per la strappata dolcezza di &lt;em style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;House of cards&lt;/em&gt;, che hai scoperto di amare ora. C’è tempo per ballare e per piangere. Sentirsi urlare &lt;em style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;Don’t leave&lt;/em&gt; dal palco, gridarlo a lui. &lt;em style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;Don’t leave don’t leave don’t leave&lt;/em&gt;. La preghiera dell’addio, la disperata canzone della fine. L’amore vero ha aspettato, aspetterà, ma tu non te ne andare – uomo secco che balli dentro l’alieno. Cantami ancora &lt;em style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;Everything in its right place.&lt;/em&gt; Cantami ancora un verso una parola una nota ma non andare via, non andartene più, adesso che tutto – tutto – è lì dove deve stare. Tu non andare via proprio ora. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: center;&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
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      <title>Piangono tutti</title>
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      <updated>2012-06-09T00:03:49+02:00</updated>
      <published>2012-06-08T23:56:00+02:00</published>
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          &lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;margin: 0cm 0cm 10pt;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;line-height: 115%; font-family: 'Verdana','sans-serif'; font-size: 8.5pt;&quot;&gt;&lt;br /&gt;Piangono tutti, stamani. Appena entro e sono tutti in piedi e applaudono. Quando gridano “Prof, prof, prof!”. Continuano a piangere a grappoli, a scoppi improvvisi, abbracciandosi mentre dico: “Via, bambine, ora interrogo poi dopo si piange un’ora intera”. Ma mentre faccio domande su Pirandello e la guerra fredda, ogni tanto riparte un singhiozzo. Poi c’è Càrops che si soffia il naso; dice che è il raffreddore e io credo sia vero. Il Lazzarone Biondo mi siede accanto, mi ha chiesto lui se poteva star lì, e io certo che gli ho detto sì: questa è l’ultima lezione dell’ultimo giorno dell’ultimo anno di scuole medie delle mie capre di terza. Comunque poi il tempo passa e io distribuisco il plico di fogli, foto, consigli di lettura, inviti al Ripassone Totale Globale e soprattutto lettere d’addio. E in quel caldo umido, con la luce da fine del mondo imminente, si vede una lacrima, si sente una risata strozzata, si piegano spalle all’ingiù e capelli ricadono sulla faccia. Sono belli i maschi che ridono e il trucco nero delle bimbe che cola giù lungo le guance vorrei stamparmelo bene nella memoria, per avere – domani – l’immagine chiara di cos’è lo splendore. Hanno quegli occhi luccicanti e spalancati, tutti sbavati di nero, e i maschi che le guardano un po’ continuano a ridere e un po’ le abbracciano, forte, capendo che in quel momento quello c’è da fare: prenderle in giro ma poi stringerle a sé. Io faccio lo stesso, che giro fra i banchi e me li bacio e me li strapazzo tutti. C’è chi si lascia abbracciare e chi invece abbraccia tirandomi giù fin quasi sul banco. C’è chi mi si butta nel collo e chi resta rigido come un legno. Li amo tutti. Mi mancheranno tutti. Tocco le loro braccia e prendo visi fra le mani. Ho bisogno di sentire che ci sono, che esistono ancora là dentro, in quell’aula con la porta rossa; che sono fatti di carne e sangue d’alunno. Loro hanno pelli morbide e accaldate dall’emozione, dal pianto, dal tutto che sentono e non riescono a spiegare per bene. Tirano su col naso e dicono: “Sì, prof”. Rispondono: “Sì, prof”. Ripetono: “Sì, sì, va bene prof” quando io dico loro di essere bravi e comportarsi a modo e studiare e &quot;non fatevi uno stinco al forno la sera prima dell’esame che poi dormite male&quot;. Sicché insomma finisce l’ora; ma in qualche modo a me sembra non finire affatto e continuo a sfilacciare le ultime parole, a guardarmeli per bene ancora un po’dalla porta, a sorridere scema senza più rossetto sulle labbra, perché m’è rimasto tutto appiccicato alle loro facce, sui loro ciuffi di capelli, dentro qualche fotografia.&lt;br /&gt;Stamani hanno pianto tutti ma invece io no. Però quando ho voltato le spalle e sono uscita dall’aula mi è preso un senso di stordimento idiota. È durato un attimo, mi ha fatto sbandare; poi è passato. Le adorabili capre sono uscite dalle mie giornate, sì, ma tanto, da qua dentro, non usciranno mai. E scommetto che loro lo sanno.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
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      <title>Lezione</title>
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      <updated>2012-04-03T18:31:54+02:00</updated>
      <published>2012-04-03T18:31:00+02:00</published>
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                              <summary> &amp;nbsp;   Io voglio entrare in classe e fare lezione. Arrivare a scuola,...</summary>
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          &lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;margin: 0cm 0cm 10pt;&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;margin: 0cm 0cm 10pt;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: Calibri; font-size: small;&quot;&gt;Io voglio entrare in classe e fare lezione. Arrivare a scuola, aprire la porta dell’aula, trovarci dentro la mia classe e fare lezione. Tutti i giorni. Soprattutto se siamo ad aprile e la classe è una terza e fra due mesi c’è l’esame. Ma anche con le prime o le seconde voglio far lezione. Allora uno dice: vai, falla. Eh. Pare facile. Invece. Invece da diversi anni, con un parossismo evidente soprattutto negli ultimi due o tre, la scuola è aperta agli Esperti. Agli Ospiti. Agli Altri. Sicché un giorno abbiamo i Vigili che vengono a fare due più due quattro ore di educazione stradale: bene, giusto, si deve. Poi un altro arrivano i partigiani a parlare della Resistenza: encomiabile, inevitabile, validissimo; come ignorare un approfondimento storico così importante? Poi tocca alla Casa dei Risvegli per parlare del coma e dei volontari che lavorano con le famiglie schiacciate dalla dolorosa esperienza di un caro ospedalizzato: un condivisibile progetto di solidarietà civile e di ascolto e di sensibilizzazione. Perfetto, giustissimo, facciamolo. Poi ecco l’educazione all’affettività: dunque benvenuti gli Psicologi che fanno scrivere ai ragazzi le loro domande su dei foglietti, aprendo un dibattito su seghe, preservativi srotolati su peni duri e lui viene prima ma lei invece dice &lt;em style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;tutto qui?. &lt;/em&gt;Come fare a dire di no? I ragazzi hanno bisogno di essere informati su sessualità, contraccezione e soprattutto &lt;span style=&quot;mso-spacerun: yes;&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;sulle mille sfaccettature del piacere. Poi ci sono i Responsabili&lt;span style=&quot;mso-spacerun: yes;&quot;&gt;&amp;nbsp; &lt;/span&gt;Avis che vengono a sensibilizzare le classi sull’importanza di donare il sangue: ci mancherebbe che noi chiudiamo fuori un intervento volto a far aprire gli alunni al prossimo. Poi ci sono le ragazzine volontarie di Emergency che mostrano foto e spiegano delle mine antiuomo ed è indiscutibile che i ragazzi debbano sapere, vedere, discutere, indignarsi di fronte al male. Poi ci sono i responsabili delle ambulanze, che illustrano nozioni di primo soccorso: tante volte un ragazzino per strada vedesse un pedone investito, o una signora accartocciata dentro una macchina, cosa dovrebbe fare? Dobbiamo dirglielo noi a scuola, certo. Così come dobbiamo far venire Esperti per ogni tipo di educazione – alimentare, sessuale, ambientale e via così. Ora. Io penso. Sbattere tutti fuori non sarebbe né giusto né &lt;span style=&quot;mso-spacerun: yes;&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;bello. Dire che tutto questo andirivieni è inutile quando non insano sarebbe scorretto. Infatti di scorrettezza profonda, di scarsa sensibilità, di chiusura, di cecità si verrebbe accusati se si dicessero finalmente le cose come stanno. E&lt;span style=&quot;mso-spacerun: yes;&quot;&gt;&amp;nbsp; &lt;/span&gt;le cose stanno così: la scuola è scuola. E a scuola si fa lezione. Punto. Mi piacerebbe, davvero, un giorno potermi alzare in pieno Collegio docenti e dirlo, così, come lo scrivo qui: a scuola si fa lezione, si insegnano Dante e le equazioni, s’impara a fare una presentazione in inglese e a conoscere la grammatica. A scuola i professori devono stare di fronte ai loro alunni, insieme ai loro alunni, con loro e per loro, facendo quello che devono: lezione. Gli altri fuori. Non il contrario: non l’Esperto dentro il docente fuori – come spesso accade, proprio fisicamente, con l’insegnante che aspetta di là dalla porta dell’aula perché l’intervento di educazione sessuale come si fa, eh, via, mica si può stare dentro a sentire, i ragazzi s’imbarazzano. Ecco, no. Gli insegnanti dentro e il resto via. Aria. Ma non perché sia sbagliato parlare di incidenti stradali o di memorie del vecchio partigiano o di rapporti sessuali in classe (beh, insomma), ma perché la scuola è scuola. Io voglio fare il mio mestiere. Voglio farlo durante le &lt;em style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;mie&lt;/em&gt; ore, che sono pochissime. E non voglio delegare ad altre figure insegnamenti che sono forse importanti, ma potrebbero avere altri tempi e altri spazi loro dedicati. E’ l’ora che la scuola si riprenda i suoi, di tempi; i suoi spazi dentro le quattro scrostate mura dell’aula. Dio, se solo sentiste quanto è meraviglioso il silenzio che si crea in un’aula quando chiudiamo tutto fuori e restiamo noi e loro, soli, a guardarci negli occhi e dirci: ora eccoci, facciamo lezione. Il brusìo della strada sparisce, si crea un sensazionale vuoto pneumatico e tutto prende a circolare più lento. &lt;span style=&quot;mso-spacerun: yes;&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;Aprite il quaderno, vi detto un tema, ascoltate come suona questo verso di D’Annunzio, spiegatemi cos’era una trincea. E’ l’ora che mi lasciate spiegare le mie materie. E’ l’ora che mi lasciate preparare questi ragazzi affinché sappiano leggere una poesia, sappiano scrivere qual è senza apostrofo e ripetere in maniera decente un racconto letto. Basta Esperti. Basta Psicologi. Basta Ospiti. Basta tutto. Facciamo lezione. Diamo ai ragazzi quello che loro si meritano da noi: le nostre conoscenze, la nostra passione di insegnanti, il tempo della noia mentre spieghiamo una lezione noiosa – un tempo santo e benedetto, da custodire. Diamo loro interrogazioni, compiti in classe e riflessioni guidate sui brani letti. Scriviamo sulla lavagna frasi di grammatica. Per studiare le regole della strada o il modo d’infilare un preservativo ci sarà un altro tempo; un altro spazio. Ma che sia fuori dalla scuola. Che deve essere scuola. E basta. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
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      <title>E la luna è una palla ed il cielo un biliardo</title>
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          &lt;p&gt;&lt;span style=&quot;font-family: Calibri; font-size: small;&quot;&gt;Non lo so che mi piglia, adesso. Stamani a scuola, sarà stata l’una e mezzo, il collega di matematica viene e mi fa leggere un messaggio che gli è arrivato sul cellulare: &lt;em style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;è morto dalla&lt;/em&gt;. Così, tutto minuscolo.&lt;span style=&quot;mso-spacerun: yes;&quot;&gt;&amp;nbsp; &lt;/span&gt;Non sento nulla - dentro. Esco fuori e c’è il sole, i ragazzi si rincorrono, l’aria è profumata di quella cosa indefinita che fa venire a tutti voglia di non tornare in classe, chiacchierare, mettersi occhiali da sole e provare a sentire come si sta con meno vestiti addosso. Una giovinezza sfrontata ci passa davanti e noi non ce la facciamo ad entrarci dentro, fermarla. &lt;br /&gt;Mentre guido verso casa dalla radio esce &lt;em style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;4 marzo 1943. &lt;/em&gt;Ho i finestrini aperti , canto e mi accorgo che la so tutta. Non so bene perché, però la conosco a memoria. Quando l’ho imparata? Chi me l’ha fatta sentire la prima volta? Bernardo? Era lui? Non lo ricordo; ma so che per qualche motivo era importante anche se ora l’ho dimenticato. Dopo mi metto ad ascoltare canzoni, senza ordine. &lt;span style=&quot;mso-spacerun: yes;&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;Arraffo dove posso, in un tempo lontano che mi viene in mente a sprazzi. La mia mamma che cantava &lt;em style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;Ma come fanno i marinai&lt;/em&gt; e io piccina che mi ci cullavo dentro. &lt;span style=&quot;mso-spacerun: yes;&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;Non capivo niente di quello che voleva dire però c’erano dentro Genova e New York e le zanzare e nessuno che ti chiede come va. La volta che il Maestro al pianoforte cominciò a suonare &lt;em style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;Caruso&lt;/em&gt; e io avevo paura ma la cantai lo stesso, un po’ storta, un po’ stonata, un po’ senza voce; eppure tutti rimasero zitti e si commossero, in quella estate americana che sembra non essere mai esistita ma che io non scorderò più. E &lt;em style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;Balla balla ballerino&lt;/em&gt; che doveva essere la sigla di qualche vecchio programma ma chissà qual era e quando e come mai ora mi pare che fossero sere bellissime quelle in cui la sentivo arrivare dalla televisione. Poi c’era &lt;em style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;L’anno che verrà&lt;/em&gt; che si suonava alle medie. S’imparavano gli accordi alla chitarra oppure si faceva finta di non conoscerli per far suonare quello più grande sulla spiaggia di sera seduti sulle sdraio umide e con la espadrillas ai piedi. &lt;span style=&quot;mso-spacerun: yes;&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;Quelle notti di quando tu eri quella che cantava bene e lei quell’altra che alla fine si alzava e se ne andava abbracciata al chitarrista. C’erano quelle canzoni così, con la luna che è una palla ed il cielo un biliardo, che non sapevi di avere imparato né amato, finché non le risenti ora e ti ritrovi a piangere rannicchiata sul divano. Forse le grosse scarpe e la poca carne, forse l’aria da commedia americana o un tempo che a riascoltarlo t’accorgi finito per sempre. C’era – non c’è più. Sparito. Sicché ecco, adesso mi piglia così. Che mi viene da piangere e cantare vecchie canzoni. Mentre la luna in silenzio ora si avvicina e con un mucchio di stelle cade per strada. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
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      <title>Il trentuno</title>
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          &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;margin: 0cm 0cm 0pt;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: Verdana; font-size: 8.5pt;&quot;&gt;È una magnifica mattina dell’ultimo giorno dell’anno, c’è poca gente in giro e io esco con dei guantini da sedicenne a prendere il pane. La Nina non ha la febbre da due giorni e ride, balla e divide con me i tortellini sul divano, guardando storie di cani e babbinatale. Che bello è quando suono il campanello e dal citofono sento la sua voce: &lt;em style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;Chi è? Sono la mamma, aprimi&lt;/em&gt;. Non lo so che mi piglia, ma allora quando la porta si apre e salgo su per l’ascensore, sento che sì, sto tornando a casa, in un cantuccio che mi sono ritagliata ed è nostro. E tutti gli altri fuori. Oggi è il trentuno e io sono felice. Infatti non sono di quelli che odiano il trentun dicembre, quelli che &lt;em style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;il trentuno&lt;/em&gt; &lt;em style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;è un giorno qualunque&lt;/em&gt;. Sciocchezze. Non è vero che lo è. Il trentuno è quando ti prende lo struggimento di guardarti indietro e pensare che anche questi mesi sono finiti, questi giorni tutti appiccicati insieme, stretti, pigiati uno addosso all’altro come troppe matite dentro la stessa scatola. Il trentuno è quando ti viene la voglia di preparare le lenticchie precotte della scatoletta di latta e berci insieme lo champagne. Il trentuno è un giorno bellissimo di un sacco di tempo fa passato per la prima volta qui a Bologna ed eravamo tutti così giovani e belli e con le gambe lunghe e buone - ancora. Il trentuno è il precipizio sull’anno nuovo che è un enorme buco nero di paura e di spazio e di tempo. Quel momento quando sei lì fermo in piedi col bicchiere in mano, senti i botti che scoppiano, vedi le luci fuori e dici &lt;em style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;auguri, auguri, buon anno!&lt;/em&gt; ma vorresti invece fermare tutto, tutto proprio esattamente in quell’istante, in quello specifico momento lì. Però il brindisi è finito, poggi il bicchiere sul tavolo ed è subito domani. Il trentuno è quella notte che vorresti non finisse mai perché il mattino dopo ci son le briciole sul tavolo, la cera che è colata sulla tovaglia e poi gennaio è sempre freddo e tutti siamo stanchi e uffa. Sicché davvero non li capisco quelli che chi se ne frega del trentuno dicembre. Io stasera brindo anche a loro; bacio chi è qui e penso forte chi non c’è ma io lo sento uguale; ringrazio l’anno che passa e prego quello che viene, affinché sia clemente, dolce e lunghissimo. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;margin: 0cm 0cm 0pt;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: Verdana; font-size: 8.5pt;&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;margin: 0cm 0cm 0pt;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: Verdana; font-size: 8.5pt;&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href=&quot;http://capecchi.myblog.it/media/00/01/2037538814.mp3&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://static.myblog.it/backend/blogs/images/extras/podcast.jpg&quot; border=&quot;0&quot; alt=&quot;podcast&quot;/&gt;&lt;/a&gt;&lt;object type=&quot;application/x-shockwave-flash&quot; data=&quot;http://static.myblog.it/backend/blogs/images/extras/dewplayer.swf?son=http://capecchi.myblog.it/media/00/01/2037538814.mp3&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;20&quot;&gt;&lt;param name=&quot;movie&quot; value=&quot;http://static.myblog.it/backend/blogs/images/extras/dewplayer.swf?son=http://capecchi.myblog.it/media/00/01/2037538814.mp3&quot; /&gt;&lt;param name=&quot;pluginspage&quot; value=&quot;http://www.macromedia.com/go/getflashplayer&quot; /&gt;&lt;param name=&quot;wmode&quot; value=&quot;transparent&quot; /&gt;&lt;/object&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;margin: 0cm 0cm 0pt;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: Verdana; font-size: 8.5pt;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;mso-spacerun: yes;&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;font-family: Verdana; font-size: 7.5pt; mso-ansi-language: EN-GB;&quot; lang=&quot;EN-GB&quot;&gt;(Tom Waits, &lt;em style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;New Year’s Eve&lt;/em&gt;, in &lt;em style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;Bad as me. &lt;/em&gt;Canzone “for the sake of the auld lang syne”)&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;margin: 0cm 0cm 0pt;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: Verdana; font-size: 7.5pt; mso-ansi-language: EN-GB;&quot; lang=&quot;EN-GB&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
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      <title>Il Natale che è passato</title>
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      <updated>2011-12-26T01:10:12+01:00</updated>
      <published>2011-12-26T01:08:00+01:00</published>
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          &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;margin: 0cm 0cm 0pt;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: Verdana; font-size: 8.5pt;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;http://capecchi.myblog.it/media/00/02/2876874487.2.jpg&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;img id=&quot;media-1848895&quot; style=&quot;float: left; margin: 0.2em 1.4em 0.7em 0;&quot; title=&quot;&quot; src=&quot;http://capecchi.myblog.it/media/00/02/1457755295.2.jpg&quot; alt=&quot;cena di consolazione.jpg&quot; /&gt;&lt;/a&gt;Il tempo è una ruspa e io ci sono dentro. &lt;span style=&quot;font-family: Verdana; font-size: 8.5pt;&quot;&gt;Infatti il Natale quest’anno è arrivato e quasi non me ne sono accorta. Ormai è da un po’ che tutto scivola, scappa, sguiscia via; così veloce che non mi riesce più di pigliarlo. Prima mi pareva di riuscire a fermarmi e dire: &lt;em style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;ecco qua, questo è quello che sto vivendo&lt;/em&gt;. Adesso invece mi fermo e m’esce fuori un &lt;em style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;toh guarda cos’è che ho vissuto&lt;/em&gt;. Un giorno dopo l’altro si sono sovrapposti trecento bambini che cantano &lt;em style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;Let it snow&lt;/em&gt;, spettacoli dell’&lt;em style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;Iliade&lt;/em&gt; e spade di cartone, notizie americane di cui non mi fido e pranzi con spinaci bolliti; i regali bianchi delle mie capre appesi in camera, doppi compleanni e quegli auguri che ho potuto fare solo col pensiero. Giù, via, tutto insieme; bell’e andato. Questo Natale insomma è già finito e io me ne sto qui a guardare la Nina che dorme con la febbre alta e i capelli annodati. Ha scartato i regali tutta seria e non ha neppure mangiato di nascosto il quadrotto grosso di cioccolato fondente. Sicché è stato un Natale proprio strano. Diverso da come doveva essere, dimezzato, tutto arruffato, di termometri tachipirina occhi gonfi e angoli della bocca girati all’ingiù. Con il primo dentino che dondola scoperto la mattina presto e le tagliatelle al ragù preparate alle sette di sera - una cena di consolazione solo per lei, nella luce rossa delle candele. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;margin: 0cm 0cm 0pt;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: Verdana; font-size: 8.5pt; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-ansi-language: IT; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT; mso-bidi-language: AR-SA;&quot;&gt;Finisce il Natale e l’unica cosa che davvero voglio - sempre più spesso - è stare qui in casa, non incontrare nessuno, non parlare, preparare cose buone da mangiare e guardare film sotto al piumone. Da ora fino, almeno, a dopo primavera. Però ho un passaporto da fare e, soprattutto, una bellissima nuova collana color mattone. Allora vuol dire che dovrò per forza uscire. Mica posso rischiare di non vedere come brilla sotto il sole&lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;font-family: Verdana; font-size: 8.5pt;&quot;&gt;. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;margin: 0cm 0cm 0pt;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: Verdana; font-size: 8.5pt;&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;font-family: Verdana; font-size: 8.5pt;&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;margin: 0cm 0cm 0pt;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: Verdana; font-size: 8.5pt;&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href=&quot;http://capecchi.myblog.it/media/02/00/309178410.mp3&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://static.myblog.it/backend/blogs/images/extras/podcast.jpg&quot; border=&quot;0&quot; alt=&quot;podcast&quot;/&gt;&lt;/a&gt;&lt;object type=&quot;application/x-shockwave-flash&quot; data=&quot;http://static.myblog.it/backend/blogs/images/extras/dewplayer.swf?son=http://capecchi.myblog.it/media/02/00/309178410.mp3&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;20&quot;&gt;&lt;param name=&quot;movie&quot; value=&quot;http://static.myblog.it/backend/blogs/images/extras/dewplayer.swf?son=http://capecchi.myblog.it/media/02/00/309178410.mp3&quot; /&gt;&lt;param name=&quot;pluginspage&quot; value=&quot;http://www.macromedia.com/go/getflashplayer&quot; /&gt;&lt;param name=&quot;wmode&quot; value=&quot;transparent&quot; /&gt;&lt;/object&gt;&lt;br /&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;margin: 0cm 0cm 0pt;&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;margin: 0cm 0cm 0pt;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: Verdana; font-size: 7.5pt; mso-ansi-language: EN-GB;&quot; lang=&quot;EN-GB&quot;&gt;(Tony Bennett, &lt;em style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;Christmas time is here&lt;/em&gt;. &lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;font-family: Verdana; font-size: 7.5pt;&quot;&gt;Canzone per il Natale che è passato)&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
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      <title>Buon compleanno</title>
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      <updated>2011-12-20T08:23:50+01:00</updated>
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          &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;margin: 0cm 0cm 0pt;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: Verdana; font-size: 8.5pt;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;http://capecchi.myblog.it/media/01/02/2251988726.jpg&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;img id=&quot;media-1843980&quot; style=&quot;float: left; margin: 0.2em 1.4em 0.7em 0;&quot; title=&quot;&quot; src=&quot;http://capecchi.myblog.it/media/01/02/2535209248.jpg&quot; alt=&quot;buon compleanno.jpg&quot; /&gt;&lt;/a&gt;Oggi è freddo come sei anni fa e c’è fuori la stessa luce chiara e rosa. Sotto l’albero t’aspetta un enorme pacco che stamani non hai voluto scartare e gli occhioni son tutti pronti per gli auguri; compreso il Capitano, che sfoggia orgoglioso le sue ferite di guerra londinesi. Io invece l’anno scorso ho avuto il primo degli immagino numerosi crolli che avrò: eri grande, eri adulta, eri già fuori di casa, avevi &lt;em style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;cinque&lt;/em&gt; anni. Oggi ne hai sei, indossi un cerchietto blu coi pallini bianchi e sai scrivere &lt;em style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;Buon Natale&lt;/em&gt; e il tuo nome in corsivo. Ti guardo mentre sali le scale della scuola, gli altri bambini mi sembrano spesso tutti mostri e tu là in mezzo una cosa preziosa e fragile e fortissima. D’una bellezza sfolgorante. A volte vorrei riacchiapparti per lo zaino e dirti: vieni, lascia stare, che ci vai a fare in classe? Andiamocene via e torniamo fra un anno: abbiamo un sacco di cose da fare insieme, io e te. &lt;span style=&quot;font-family: Verdana; font-size: 8.5pt;&quot;&gt;Andare a New York, guardare &lt;em style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;Il gatto con gli stivali&lt;/em&gt;, mangiare patatine fritte con la maionese.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;margin: 0cm 0cm 0pt;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: Verdana; font-size: 8.5pt;&quot;&gt;Allora buon compleanno, buffa bambina mia. &lt;span style=&quot;font-family: Verdana; font-size: 8.5pt;&quot;&gt;Che sia per te un giorno di giochi e cose belle. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
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      <title>Caprette</title>
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                              <summary> &amp;nbsp;      Ieri non sono andata a scuola. Ero da un’altra pare, in...</summary>
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          &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;margin: 0cm 0cm 0pt;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: Verdana; font-size: 8.5pt;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;http://capecchi.myblog.it/media/01/00/3396440021.jpg&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;img id=&quot;media-1761684&quot; style=&quot;margin: 0.2em 1.4em 0.7em 0px; float: left;&quot; title=&quot;&quot; src=&quot;http://capecchi.myblog.it/media/01/00/2381878046.jpg&quot; alt=&quot;FxCam_1317909189920.jpg&quot; /&gt;&lt;/a&gt;Ieri non sono andata a scuola. Ero da un’altra pare, in un’altra città, per dire l’ultimo ciao a un’amica cui ho voluto molto bene. I miei alunni sapevano tutto, forse qualcuno gliel’aveva detto come mai non c’ero. E un po’, ieri mattina, mentre piangevo lontana da loro, mi aveva fatto sorridere l’idea delle grida di giubilo e delle capriole nei corridoi con cui le belve stavano di certo festeggiando la mia assenza. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;margin: 0cm 0cm 0pt;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: Verdana; font-size: 8.5pt;&quot;&gt;Poi oggi son tornata. Quando sono spuntata giù dalle scale li ho visti subito da lontano - gli animali - che stavano tramando qualcosa. Schiamazzavano, ridacchiavano, erano scompostamente agitati e avevano gli occhi troppo luminosi. Un enorme lampeggiante rosso mi si è accesso in testa: pericolo - pericolo - pericolo. Insomma, facendo finta di nulla sono entrata in classe e loro erano tutti ammassati intorno alla cattedra. È stato un attimo e gli applausi mi hanno travolta, i &lt;em style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;bentornata prof&lt;/em&gt; si sono accavallati l’uno sull’altro e i bigliettini colorati pieni di disegni sono spuntati da tutte le parti. Di uno mi è piaciuta la parte finale: &lt;em style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;dalle sue caprette con tanto affetto&lt;/em&gt;, di un altro la possibilità di dare un bel 2 al &lt;em style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;qual è&lt;/em&gt; scritto con l’apostrofo, di un altro ancora la citazione dantesca&lt;em style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt; nel mezzo del cammin di nostra vita incontrammo la nostra musa&lt;/em&gt; e di tutti ho amato i disegni buffi, i cuori, gli adesivi, i brillantini. Allora me li son baciati tutti quanti - sapendo anche quanto dà uggia essere baciati dalle prof. Ai ragazzi ho stampato le labbra sulle guance, le bimbe me le sono strette forte, ho detto un paio di sciocchezze e li ho rimandati a posto. Non ho pianto, ci tengo a precisarlo; ma dentro avevo un ovo sodo che non andava né su né giù. Era bello guardarli di sottecchi e vedere tutte le loro facce soddisfatte, le occhiate d’intesa. Erano contenti di aver fatto un buon lavoro e aver portato a termine la missione: avermi fatto sorridere tanto. Poi ho fatto lezione come ogni giorno. Ho interrogato a storia e ho dato un 6+ e un 7-. Ho spiegato il Risorgimento arrabbiandomi con il libro, come sempre, e infine sono uscita. Tutto normale. Eppure ero in un bozzolo. Sparita la sensazione di cappa opprimente esterna, restava soltanto un caldino buono dentro, quaggiù. Non ho smesso di sorridere per due ore intere, dopo. E magari certo, tutto quanto non era che l’implicito messaggio: prof, se ne resti a casa un po’ più spesso, via. Ma io lo stesso ero felice, sicura di trovarmi in un posto dove accadono cose belle, dove circola non solo la leggenda - imprecisa ma non del tutto errata - della professoressa Capecchi &lt;em style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;che una volta si dice abbia spaccato un banco con un solo pugno &lt;/em&gt;ma insieme anche tanto tanto bene. Sicché grazie, caprette mie. Nonostante la vostra essenza di capre, o magari invece proprio a causa di, io vi amo molto. Ma la prossima volta che mi presentate tutte quelle &lt;em style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;k&lt;/em&gt; al posto del &lt;em style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;ch&lt;/em&gt; lo sapete già da soli: io vi do 2.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
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      <title>Gli orecchini che m'hai regalato</title>
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      <updated>2011-10-03T20:10:59+02:00</updated>
      <published>2011-10-03T20:10:00+02:00</published>
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                              <summary>  Un enorme cagnone nero, &amp;nbsp; la risata che avevi, le piante che non ho...</summary>
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          &lt;p&gt;&lt;br /&gt;Un enorme cagnone nero,&lt;span style=&quot;mso-spacerun: yes;&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;la risata che avevi, le piante che non ho fatto in tempo a vedere. Poi i dischi di Brad, il nostro primo abbraccio e un meraviglioso paio d’orecchini che m’hai regalato ma non potrò portare mai: non ho il buco alle orecchie, ecco. Sicché scusa se non te l’ho detto prima.&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;margin: 0cm 0cm 10pt;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;line-height: 115%; font-family: 'Verdana','sans-serif'; font-size: 8.5pt; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman';&quot;&gt;Mi mancherai, amica mia. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
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      <title>Dopo un agosto di scarpe chiuse</title>
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      <updated>2011-09-12T19:25:04+02:00</updated>
      <published>2011-09-12T19:08:00+02:00</published>
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                              <summary>     Dopo un agosto fresco, di scarpe chiuse, foulard e ombrelli, ecco questo...</summary>
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          &lt;p&gt;&lt;a href=&quot;http://capecchi.myblog.it/media/02/00/1944931406.JPG&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;img id=&quot;media-1733040&quot; style=&quot;margin: 0.2em 1.4em 0.7em 0px; float: left;&quot; title=&quot;&quot; src=&quot;http://capecchi.myblog.it/media/02/00/2877841000.JPG&quot; alt=&quot;DSC08110.JPG&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Dopo un agosto fresco, di scarpe chiuse, foulard e ombrelli, ecco questo settembre estraneo, questa specie di estate calda e malata. Tutto un soffocare. C’è una brutta luce in giro e la città sembra grigiognola. Ma di certo è colpa mia. Il fatto è che agosto era una casina con le scale davanti al parco, il divano bianco e i pavoni che venivano a trovarci. Holland park avenue che poteva essere un qualunque viale alberato di Roma ma invece camminavi e di lato ti scorrevano Giraffe, Daunt books, Tesco, Paul e Starbucks. Giusto il tempo di entrare, prendere un americano tall e un pain au chocolat. Oppure il bottiglino di latte da mettere in frigo. E il tardo pomeriggio non sai dire la luce che c’era fuori dalla metro, quando uscivi da là sotto, respiravi e ti veniva da sorridere - ogni volta. Pareva d’essere già a casa, giù per la discesa, e c’erano questi cieli spazzati dalle nuvole, il sole che brillava dietro i rami ma con riguardoso rispetto e i muri delle case immacolati. Era bello camminare piano lungo il parco, con le mani piene di sacchetti e una stanchezza buona in tutto il corpo. Stare anche molto in silenzio con in testa la folla di facce tè barche odori hamburger collane leoni piedi biglietti autografi arie d’opera e menu. Non sembrava vacanza; piuttosto un temporaneo sublime intersecarsi della vita con la vita. Chi l’ha detto che vivo là e non qui, dove posso sdraiarmi sull’erba prima di Gerswhin e del tip-tap? Chi l’ha detto che questo giardino con le lucine al numero 26 di Abbotsbury close non è il mio? Ora guardo le buste cadute giù dal buco nella porta sul tappetino d’ingresso e ne trovo di sicuro una con il mio nome sopra.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href=&quot;http://capecchi.myblog.it/media/02/02/684925727.JPG&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;img id=&quot;media-1733043&quot; style=&quot;margin: 0.2em 0px 1.4em 0.7em; float: right;&quot; title=&quot;&quot; src=&quot;http://capecchi.myblog.it/media/02/02/740946261.JPG&quot; alt=&quot;DSC_4809.JPG&quot; /&gt;&lt;/a&gt;Invece poi agosto è finito. Sparita Londra e spariti i tetti di paglia dei Cotswolds, sparite le pecore e la spiaggia di Brighton dai colori assurdi, la cui bellezza non è roba di questo mondo. Settembre eccolo, guardalo. Giorni sfranti, afosi, soffocanti. Sempre sudata nell’aula computer a incrociare quadratini, tutto il quotidiano da ripigliare, la noia di internet, la Nina che sta per iniziare la scuola, l’ansia che piglia alla gola se pensi che tra una settimana, fino ai prossimi tredici quindici vent’anni sarà tutta una caduta a vortice verso la necessarietà. Mancano molto, adesso, i giorni in cui eri sicura che la vita era quella, non ce n’era un’altra; dovevi solo decidere dove mangiare le prossime eggs benedict, in quale parco portare la Nina, quanto lontano tirare il sasso.&lt;/p&gt;
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      <title>Mi fermo per poco</title>
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      <updated>2011-07-02T17:03:15+02:00</updated>
      <published>2011-07-02T16:58:00+02:00</published>
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                              <summary>  Non ci vengo spesso, a Pistoia. E quando ci vengo mi fermo per poco....</summary>
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          &lt;p&gt;&lt;br /&gt;Non ci vengo spesso, a Pistoia. E quando ci vengo mi fermo per poco. Scalpito, mi agito, scappo via. Oppure mi chiudo in casa e sto solo sdraiata sul letto a leggere, tutto il tempo. In genere ci vengo durante le vacanze di Pasqua, in qualche fine settimana, magari in gita con le belve. Oppure d’estate, come ora, che ci son da festeggiare quattro compleanni. Non importa che alcuni siano già passati da molti mesi; noi ci vediamo lo stesso, ci compriamo un regalo per uno e li festeggiamo tutti in una volta. Stavolta ci siamo rintanate in un piccolo chiostro pieno di piante e vecchio blues pistoiese, di quello che si sentiva una volta in posti come il Risidò. Poi abbiamo dato fuoco al sacchetto del pane e abbiamo ricordato tutte le persone che fanno finta d’averci dimenticato. La Sala più tardi era un grumo di animali stolidi col bicchiere in mano. Gazzelle secche, pappagalli colorati che ciondolavano le teste, sorrisi tirati e pelle lucida. Era caldo, era tutto compatto eppure slabbrato. Erano tutti &lt;em style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;lì&lt;/em&gt;. La testa mi sciaguattava senza tregua: forse il prosecco, forse lo sherry, ma soprattutto il disagio pungente che qualcuno (non) mi riconoscesse. Volevo solo andarmene e sedermi a un altro tavolo, con un altro bicchiere e le mie tre amiche. Volevo fare come ho fatto il giorno dopo, che son venute qui a casa di mattina: le bambine a inseguire i gatti e la tartaruga, noi a provare scarpe e vestiti, regalando a una le zeppe rosse di quelle camminate a Middlebury, a un’altra l’abito color prugna che avevo una volta in valigia ma non ho mai messo. Ieri sera avevo poi un incontro importante. Son tornata sulla Sala arrampicandomi sui miei tacchi con la palla fumé sopra. E per fortuna si respirava, non c’erano branchi ammaestrati in giro ma spazio e tavolini dove sedersi. &lt;span style=&quot;color: #ff9900;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;http://www.juanita.it&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #ff9900;&quot;&gt;Lei&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt; si è stagliata contro via Stracceria tutta vestita di nero ma lucente, con una macchina fotografica a tracolla e una bambina tutta rosa accanto. Non c’è stato un momento, mentre si mangiava salame del Trentino e un Muller Thurgau che non volevamo, in cui non mi sia sentita felice di dov’ero e come. Mi veniva sempre da ridere, da abbracciare, da ascoltare. Mi veniva da pensare che sì, quella è proprio una voce da cantante. Vagamente arrochita, modulata sui toni bassi, avvolgente. Rotonda come gli orecchini-sole che portava. La bambina saltava, giocava, sorrideva e parlava al telefono in un inglese soffiato e dolce. Noi si discorreva di Londra, vecchie professoresse, uomini e fotografie. Alla fine mi son rimaste tre cose da chiedere alla donna dagli orecchini-sole: la prima terna di vini memorabili; il nome di quel gruppo per cui ha preso un giorno di ferie; rivederla presto.&lt;/p&gt;
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      <title>Istanbul, l'imprendibile</title>
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      <updated>2011-05-17T23:08:55+02:00</updated>
      <published>2011-05-17T23:08:55+02:00</published>
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                              <summary>     Mentre percorro in taxi la strada dall’aeroporto al centro di Istanbul,...</summary>
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          &lt;p&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href=&quot;http://capecchi.myblog.it/media/02/02/571520308.JPG&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;img id=&quot;media-1617452&quot; style=&quot;margin: 0.2em 1.4em 0.7em 0px; float: left;&quot; title=&quot;&quot; src=&quot;http://capecchi.myblog.it/media/02/02/1081763700.JPG&quot; alt=&quot;taksim tunel.JPG&quot; /&gt;&lt;/a&gt;Mentre percorro in taxi la strada dall’aeroporto al centro di Istanbul, mi guardo intorno e vedo Casalecchio di Reno; o i palazzoni del Pilastro; ma anche certi svincoli più desolati dell’asse attrezzato. Poi allo smilzo tassista in giacca traslucida grigia suona il cellulare e dentro la macchina ecco “&lt;em style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;Lasciatemi cantaaaare, sono un italiano&lt;/em&gt;”. Fuori dal finestrino c’è un mare piatto e opaco; più parchi spogli con gente che si scatta le foto o mangia seduta sulle panchine. Prima d’arrivare, ci inghiotte un muro lento di auto - fuori intanto palazzi rovinati, strade affollate, venditori d’acqua e di ricariche telefoniche. Ci passano accanto gli autobus, vecchi, con dentro molti uomini che hanno tutti lo stesso sguardo: quello di chi non va da nessuna parte in particolare, ha mille ore di viaggio alle spalle e potrebbe averne altrettante davanti senza che nulla cambi. Occhi in un’attesa senza fretta, vacua. Occhi senza progetti. Mi sento per un attimo sgomenta ma poi preferisco scollarmi di nero, salire su scarpe da signorina a modo e incamminarmi a Beyoglu per una strada fitta di gente, negozi, luci dondolanti senza che sia Natale.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style=&quot;font-family: Verdana; font-size: 8.5pt;&quot;&gt;Il &lt;em style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;360&lt;/em&gt; se ne sta lucido e vibrante al settimo piano di un palazzo fatiscente con un tipo lungo e secco e un altro vecchio e grasso che ci guardano dal sottoscala mentre si fa la fila davanti all’ascensore: i due hanno lo stesso sguardo di quelli sull’autobus; ma loro non stanno andando da nessuna parte. Sono&lt;span style=&quot;mso-spacerun: yes;&quot;&gt;&amp;nbsp; &lt;/span&gt;lì, fermi, e non fanno nulla. La grande terrazza del ristorante si apre su tutta la città e forse l’aria fredda di metà maggio, forse il vino pessimo o tutte le persone nuove a cui ho stretto la mano mi fanno sentire bene. Bevo vino, poi tè bollente, guardo la città luccicare là sotto, mangio meze indistinguibili nel buio e dico le mie due o tre parole d’inglese. Sorrido molto. Sorriderò molto per tutto il tempo di questa vacanza. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;margin: 0cm 0cm 0pt;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: Verdana; font-size: 8.5pt;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;http://capecchi.myblog.it/media/00/02/919896575.JPG&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;img id=&quot;media-1617455&quot; style=&quot;margin: 0.2em 0px 1.4em 0.7em; float: right;&quot; title=&quot;&quot; src=&quot;http://capecchi.myblog.it/media/00/02/697803941.JPG&quot; alt=&quot;luci.JPG&quot; /&gt;&lt;/a&gt;La mattina dopo girare per le strade è trovarle deserte, spiare dietro i portoni dischiusi e umidi, guardare l’uomo coi baffi che annaffia la verdura con una pompa. Cercare di non farsi schiacciare dal tram rosso che fa su e giù tutta Istiklal caddesi. Qualche gatto raspa nella spazzatura e Burak ci guida discreto attraverso anfratti e tavolini bassi. Ha una voce buona, occhi attenti, gentilezza: mi piace. Mentre bevo un caffè così denso da smerigliare la lingua, osservo la bambina libano-tedesca seduta di fronte a me e sento più forte la mancanza della Nina: dov’è? Perché non è con me in questa città che stenta a entrarmi dentro? Ma è già tempo di prendere un pulmino, fare all’incontrario le strade con il sottopasso delle biciclette appese e arrivare a Sultanhamet. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;margin: 0cm 0cm 0pt;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: Verdana; font-size: 8.5pt;&quot;&gt;Mi aggiro per l’immenso Topkapi e dentro Aya Sofya con tutto quell’oro, le scritte arabe e le volte collassate e poi ricostruite. Io che non seguo una parola delle spiegazioni, mi annoio, non m’interessa sapere chi ha fatto cosa ma voglio solo guardare, chiacchierare, girovagare in questo posto che mi sfugge, inseguire i fazzoletti delle donne, annusare la carne bruciata e l’aspro del pesce. Guardo in su, cerco minareti, cerco cupole stondate e gialle, cerco luci azzurre, cerco l’oriente e lo trovo: ma qua dentro non mi si muove nulla. E’ bello, sì, ma mi piace di più pranzare con il mar di Marmara laggiù sotto, mille accenti inglesi diversi e ancora mille antipasti – le melanzane ripiene, l’hummus sul pane, quei sapori un po’ greci un po’ chissà, il kebab al sesamo. Accanto ho Jarmo, di fronte Graham, più in là Tor, là dietro Kojsto e in fondo Murat. Arriva la fanciulla vestita di veli e porta baklava al pistacchio. Arrivano i camerieri con la giacca scura e versano il caffè da minuscole brocche di rame: lo vedo scendere pastoso e sporco giù nelle tazze. L’aria è piena di leggeri ciuffi bianchi che volano qua e là e si fermano fra i capelli. Quando c’inabissiamo nella Basilica Cisterna, gocciola dappertutto, si scivola, si traguarda oltre le colonne e oltre le luci tremule: è un sottomondo romantico e suggestivo, da cui però non vedi l’ora di fuggire. Vuoi l’aria. Via, via, via. Sicché camminando s’arriva al Gran Bazar. Non so quante strade che s’incrociano, volte dipinte, ciotole di tutti i colori, lampade cappelli tappeti bicchieri pantofole veli anelli scatole pantaloni e collane di poco prezzo, brutte. Ma brutte. Come quasi tutto qua dentro. Eppure tutto insieme, così, un oggetto ammassato sull’altro, quasi ti piace, quasi pensi: in fondo è bello, guarda. Ma, di nuovo, è più bello fermarsi su una pancaccia, una stoffa a righe buttata sul tavolo, ordinare un altro the e parlare. Dietro c’è l’omino delle nocciole; tutto intorno, il sole che vien giù portando una stanchezza assoluta. Non comprendi questo posto ma stai bene, ridi. Che t’importa, in fondo? &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;margin: 0cm 0cm 0pt;&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;margin: 0cm 0cm 0pt;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: Verdana; font-size: 8.5pt;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;http://capecchi.myblog.it/media/01/01/416485786.JPG&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;img id=&quot;media-1617456&quot; style=&quot;margin: 0.2em 1.4em 0.7em 0px; float: left;&quot; title=&quot;&quot; src=&quot;http://capecchi.myblog.it/media/01/01/1403656947.JPG&quot; alt=&quot;merenda in barca.JPG&quot; /&gt;&lt;/a&gt;È però la sera che cominci a capire qualcosa. Cammini per le vie che si sfaldano, in mezzo a matasse di persone che seguono percorsi imprevedibili, l’asfalto bagnato per terra e i locali che scoppiano: allora te ne accorgi. Questa città non ti appartiene, non ti ci riconosci, non ha nulla di tuo. Lo sai tu, lo sa lo svedese con cui parli, lo sa il tedesco che siede di fronte a te a tavola. Ci scherzate tutti un po’ su; ma con dentro, forse, qualche bava di disagio. Sei stata seduta a una lunga tavolata in quell’assurdo posto del &lt;em style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;Karavansaray&lt;/em&gt;, hai visto la ragazza dai milioni di capelli e di fianchi che ballava la danza del ventre, hai cantato e riso e fatto ridere e lasciato tutto il cibo nel piatto. Sei stata - per davvero - felice. Ma non era la città, non era questa musica che non ti piace e questo caffè che al terzo sorso è da buttare. Eri tu. Erano le persone che venivano da tutto il mondo e stavano lì con te. Ecco, sì. La città attraverso il sorriso incredibile del sudafricano e la sagoma vichinga del norvegese; l’accento strascicato del brasiliano e la risata rotonda dell’australiana. Certo, attraversare il Bosforo in barca, col sole e il vento e gli alberi verdi e rosa sulla riva e uno simitçi da addentare non è stato roba da poco. Ma il segreto di questi giorni, insomma, sta tutto da un’altra parte. Istanbul brilla e marcisce lontana da te, del tutto estranea, imprendibile. La sua meraviglia è mostrarti chi sei, quanto ami ciò che hai. Ciò che tieni vicino. La via che scegli sempre di fare. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;margin: 0cm 0cm 0pt;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: Verdana; font-size: 8.5pt;&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
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      <title>Indecifrabile</title>
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      <published>2011-04-30T18:52:19+02:00</published>
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          &lt;p&gt;Quelle giornate che vorresti un autunno inoltrato, per chiuderti in casa e accendere il forno. Cucinare una barozzi al cioccolato, disegnare zucche arancioni e poi la sera stare sul divano sotto una coperta di pile, mentre intanto tutto intorno quell’odore di cucina calda, di cose buone, di sfinente fanciullezza. Invece è primavera. Umida e grigia, ma primavera. Sul terrazzo ho fiori viola, rosa, bianchi, rossi. La Nina è qui che fa le bolle di sapone ed è tutta un saltello. Io ho l’umore come il cielo qua fuori: indecifrabile. Vorrei guardare &lt;i style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;Glee&lt;/i&gt; tutto il giorno, per stordirmi di canzoni e armadietti nei corridoi. Oppure anche ascoltare di continuo Paolo Conte, mentre guido in macchina. E certo Paolo Conte non è roba da primavere. Sarebbe bello se fossero ancora quei mesi in cui ci sono gli alunni da conoscere per bene, lunghe settimane di scuola che si apparecchiano davanti, duemila pagine del registro ancora da firmare. Invece macché. I giorni mi sgocciolano via dalle mani e mi par di soffocare da quanto tutto scorre: una palla di vetro che rotola rapinosa verso la fine, con me dentro. Di solito aspetto il mese di maggio con ansia e molto amore. Quest’anno mah. Quest’anno boh. Quest’anno non so. Vorrei fare come si faceva con le cassette quando il nastro era uscito: infilarci una matita dentro e arrotolare indietro.&lt;/p&gt;
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      <title>Pistoia, le gite e le cuffiette</title>
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      <published>2011-04-15T12:03:00+02:00</published>
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                              <summary>    Le gite son fatte un po’ così, che guardi i paesaggi scorrere fuori...</summary>
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          &lt;p&gt;&lt;a target=&quot;_blank&quot; href=&quot;http://capecchi.myblog.it/media/01/02/1273554430.jpg&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://capecchi.myblog.it/media/01/02/784433353.jpg&quot; alt=&quot;la piazza dal tavolino del bar.jpg&quot; name=&quot;media-1583334&quot; id=&quot;media-1583334&quot; style=&quot;border-width: 0; float: left; margin: 0.2em 1.4em 0.7em 0;&quot; /&gt;&lt;/a&gt;Le gite son fatte un po’ così, che guardi i paesaggi scorrere fuori rapidi e poi ascolti le canzoni dividendo in due le cuffiette dell’ipod. Ti viene in mente quando ancora avevi le cassette che giravano nel walkman ed era il tempo dei Duran e degli Spandau e tu speravi sempre che &lt;i style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;Through the barricades&lt;/i&gt; arrivasse al momento giusto del giorno, del viaggio, della fila dell’autobus. In fondo non è cambiato nulla. Loro sono tutti sprofondati nei sedili, indossano felpe col cappuccio, jeans stretti e converse ai piedi. Hanno gli stessi occhi lucidi, le mani sudate e si parlano dentro le orecchie sbriciolando parole che rotolano via sui binari. Attendono qualcosa che non sanno ma intuiscono. Per questo sono radiosi, eccitati, invasi dal terrore ma smaniosi di non perdersi neanche un pezzo di questa giornata. Scorre un’altra canzone, il contrabbasso snocciola &lt;i style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;Your own sweet way&lt;/i&gt; ma anche lontanissime frasi di De Gregori tipo quella dei giocatori che li vedi dall’altruismo e dalla fantasia. Fra te e loro giusto un paio d’anni di differenza.&lt;br /&gt; Poi arrivi a Pistoia. Che ha strade vuote e impalcature ovunque. Le piazze e le chiese sono quasi deserte, attraversate da commesse con le facce color mattone, avvocati ingiacchettati e donne dai tacchi grossi di camoscio che picchiano sulle pietre antiche. Le piazze e le chiese sono piene solo di noi, dei nostri ragazzetti, delle amicizie di una vita e degli accenti vecchi che sembrano nuovi: ti accorgi quanto ormai sei lontana da qui quando senti gli alunni pistoiesi spiegare la facciata del Battistero o la Sala e resti trafitta dalle lori voci. Il modo di piegare le frasi e dire le parole suona ai tuoi orecchi come completamente estraneo, sicché ti viene da sorridere anche se - dentro - qualcosa scricchiola e ti escono fuori dalla bocca frasi superflue: “Beh insomma la piazza è proprio bella, no?”. Già, proprio bella. Le nostre belve spargono chiazze di gioia scomposta in questa città zitta che oggi mi sembra una cartolina, una scenografia che quando me ne vado viene di certo smontata e chiusa da qualche parte. Pistoia non esiste; e guardarla seduti dal tavolino di un bar mentre loro mangiano, disegnano, ballano e s’accapigliano dà al pomeriggio un’insolita quieta pacatezza, un distacco da tutte le cose che forse il freddo accentua.&lt;br /&gt; Nelle gite scolastiche succede però così, che non fai in tempo ad abituarti a come ti senti che subito lo scenario cambia. C’è da andare, comprare cuori, prendere un altro treno, buttarsi nel grigio ghiacciato della montagna e comunque leccare il gelato. Quando il tempo sta per scadere tu te li guardi ancora meglio e ti sembrano tutti belli e buffi. Ci sono Narcos, Don Johnson in occhiali da sole e il picchiatore ucraino biondo e altissimo. Le bimbe coi braccialetti nuovi e quelle che si tengono per mano. Finisce che chiamano pure quelli che non hai fatto venire e ti verrebbe da dirgli un sacco di dolcezze ma ti trattieni (forse).&lt;br /&gt; &lt;a target=&quot;_blank&quot; href=&quot;http://capecchi.myblog.it/media/00/02/203979163.jpg&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://capecchi.myblog.it/media/00/02/1642887721.jpg&quot; alt=&quot;silenzio.jpg&quot; name=&quot;media-1583340&quot; id=&quot;media-1583340&quot; style=&quot;border-width: 0; float: right; margin: 0.2em 0 1.4em 0.7em;&quot; /&gt;&lt;/a&gt;Poi c’è quel momento quando tutti s’arrampicano su per le scale bagnate. Tu ti siedi e loro spariscono dietro la torre. Resti sola, non c’è più nessuno. Guardi il cielo livido, le montagne in fondo, le case che ti si chiudono addosso. Ascolti il silenzio. Sospendi il respiro. Nient’altro. Sei l’unico essere umano al mondo e ti sembra di avere la chiaroveggenza su tutto. È quel miracolo che ogni tanto ti capita, quello di quando dici: &lt;i style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;ecco&lt;/i&gt;. Ma è solo un attimo, un niente. Poi tutti si scapicollano di nuovo giù, senti le voci, il trotto dei piedi, il loro &lt;i style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;prooooof!,&lt;/i&gt; lo scrocchiolare delle scarpe sull’acqua. Via, bisogna tornare a casa.&lt;br /&gt; La luce quando torni dalle gite sembra sempre la stessa. Non lo so bene perché. Forse è quel buttarsi sui sedili e appoggiare la testa, lasciare che tutta la stanchezza e i passi accumulati ti vengano addosso, essere più indulgenti. Non riuscire a smettere di ridere quando lei con quegli occhi azzurro ghiaccio viene lì e dice tranquilla: “Di solito mio padre arriva in ritardo oppure non viene”. Ridi, sei così stanca, ridi, ridi e non ti va di preoccuparti mentre ti vedi già a passare la notte sotto un cartone della stazione di Borgo Panigale aspettando invano. Poi il padre invece viene e si stringono mani, si spezzano sorrisi, si danno baci sulle guance, si sciama via tutti sotto una pioggia che c’è e non c’è. Alla fine resta quel disco di Paolo Conte dentro la macchina e tu sai che è il disco sbagliato per almeno due miliardi di buone ragioni ma del resto quello hai e allora te lo tieni, così come ti tieni il baluginare struggente di Babilonia, Ninive, Memphis e Luxor. Resta il caldo buono che ti porti addosso, sulla faccia, sui capelli spettinati e il rossetto scolorito, il caldo nonostante l’aria fredda che circolava per le vie. Resta intorno al polso un braccialetto che ti ha regalato la bimba cinese con la frangia sugli occhi: lo guardi e brilla, nella notte che viene giù senza fretta. Lo guardi e la notte t’inghiotte umida mentre le ruote fanno il giro della rotonda, il tuo stomaco s’attorciglia e fai finta d’avere fame ma tanto mica è vero: è solo la gita che finisce e ti lascia piena e vuota, allo stesso tempo.&lt;/p&gt; &lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;margin: 0cm 0cm 0pt; tab-stops: 145.5pt;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: Verdana; font-size: 8.5pt;&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;a href=&quot;http://capecchi.myblog.it/media/00/02/132675034.mp3&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://static.myblog.it/backend/blogs/images/extras/podcast.jpg&quot; border=&quot;0&quot; alt=&quot;podcast&quot;/&gt;&lt;/a&gt;&lt;object type=&quot;application/x-shockwave-flash&quot; data=&quot;http://static.myblog.it/backend/blogs/images/extras/dewplayer.swf?son=http://capecchi.myblog.it/media/00/02/132675034.mp3&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;20&quot;&gt;&lt;param name=&quot;movie&quot; value=&quot;http://static.myblog.it/backend/blogs/images/extras/dewplayer.swf?son=http://capecchi.myblog.it/media/00/02/132675034.mp3&quot; /&gt;&lt;param name=&quot;pluginspage&quot; value=&quot;http://www.macromedia.com/go/getflashplayer&quot; /&gt;&lt;param name=&quot;wmode&quot; value=&quot;transparent&quot; /&gt;&lt;/object&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;margin: 0cm 0cm 0pt; tab-stops: 145.5pt;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: Verdana; font-size: 8.5pt;&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;margin: 0cm 0cm 0pt; tab-stops: 145.5pt;&quot;&gt;&lt;span xml:lang=&quot;EN-GB&quot; lang=&quot;EN-GB&quot; style=&quot;font-family: Verdana; font-size: 7.5pt; mso-ansi-language: EN-GB;&quot;&gt;(Spandau Ballett, &lt;i style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;I’ll fly for you&lt;/i&gt;.&lt;/span&gt; &lt;span style=&quot;font-family: Verdana; font-size: 7.5pt;&quot;&gt;Canzone delle gite e delle cuffiette divise)&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
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      <title>Il parchetto</title>
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      <updated>2011-04-07T07:58:40+02:00</updated>
      <published>2011-04-07T00:36:00+02:00</published>
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          &lt;p&gt;&lt;br /&gt; &lt;a target=&quot;_blank&quot; href=&quot;http://capecchi.myblog.it/media/02/00/331187099.2.jpg&quot;&gt;&lt;/a&gt;&lt;a target=&quot;_blank&quot; href=&quot;http://capecchi.myblog.it/media/00/00/1553666023.jpg&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://capecchi.myblog.it/media/00/00/1414594714.jpg&quot; alt=&quot;IMAG0220.jpg&quot; name=&quot;media-1574414&quot; id=&quot;media-1574414&quot; style=&quot;border-width: 0; float: left; margin: 0.2em 1.4em 0.7em 0;&quot; /&gt;&lt;/a&gt;Non so dire quando abbia preso ad amare il parchetto fuori di scuola. Forse addirittura due anni fa, nei miei arrivi con gli occhi pesti e le notti insonni sulle spalle. Quelle panchine di legno che mi accoglievano, quando spersa guardavo le facce estranee che mi circondavano; quando aspettavo l’ora di rientrare in classe; quando volevo starmene sola a piagnucolare senza nessuno che mi vedesse. Sicché quando a settembre l’ho rivisto, dopo più d’un anno, ho sentito certo qualcosa. Ma poi non c’ho fatto più tanto caso. Adesso invece è da un po’ che lo guardo, lo annuso, ci vivo dentro. E’ bello quando piove, tutto grigio e slabbrato e gocciolante. La fanghiglia s’attacca ai tacchi, le pozzanghere sfasciano l’erba ed è tutto uno scivoloso procedere a tentoni, per non cadere, caracollare giù. Mi piace quando è buio la sera alla fine delle riunioni e le luci delle case più in là traspaiono di dietro a qualche ramo secco e nero. Le colleghe che sgusciano via rapide dentro le macchine: &lt;i style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;ciao, ciao, a domani&lt;/i&gt;. Ma ancor più mi ci perdo adesso. Che arrivo e ogni giorno c’è un colore nuovo, un albero che non avevo visto, settemila verdi diversi e tutti quei rami rosa. Adesso con questo caldo anomalo e il prato pieno di mamme bambini passeggini cani e altalene che vanno su e giù. Quei pomeriggi che esci da scuola e dici: &lt;i style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;ehi, guarda quant’è bello questo Central Park&lt;/i&gt;. Quelle sere che fai per girare la chiave nella macchina e ti colpisce, con imprevisto anticipo, l’odore dei tigli: ma siamo solo all’inizio d'aprile e infatti l’odore sparisce subito e ti lascia lì così, a chiederti se era soltanto una specie di ricordo. Non so quanto amo quei dopomensa a guardare come mutano le forme degli alberi e le attività dei ragazzetti: d’inverno a rimpiattarsi dietro i cespugli, adesso a stendere camicie nell’erba e rimanere sdraiati sotto il sole per lunghissimi minuti. Passerà anche questo insolito aprile estivo, è ovvio, lo so, ma io per ora me lo piglio. Mi inoltro nei vialetti di là dal campo sportivo, aspetto l’ora di pranzo, regolo l’umore su Tony Bennett o Marvin Gaye e guardo di lontano i ragazzi sciamare qua e là: i prati pieni di zaini, calci, grida, risate, sudore, ciao prof! – i prati d’un tratto deserti. Solo io là nel mezzo sopra una panchina. Amo il mio Central park e sapere che per arrivare a scuola devo per forza passarci dentro mi rende felice. Infatti sorrido, allungo il passo, entro in classe. Oppure ne fuggo, nascondendomi dietro file di alberi lucidi e piste da bowling abbandonate.&lt;/p&gt;
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      <title>Giorni così pieni</title>
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      <updated>2011-03-29T01:10:17+02:00</updated>
      <published>2011-03-29T01:10:17+02:00</published>
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                              <summary>   Guardo la pioggia che scroscia sopra i finestroni e intanto racconto di...</summary>
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          &lt;p&gt;&lt;br /&gt; Guardo la pioggia che scroscia sopra i finestroni e intanto racconto di Verlaine e di Rimbaud e del colpo di rivoltella. Ho caldo; sempre. Anche se l’acqua si rovescia sui vetri e tutti col naso in su che la studiano e pensano agli ombrelli da tirare fuori. Io invece penso ai listelli di legno lunghi due metri, se nella mia macchina c’entreranno sì o no. Poi guido e ho unghie cortissime color corallo: le tamburello sul volante mentre Aretha Franklin canta &lt;i style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;Don’t play that song for me&lt;/i&gt; più un sacco d’altre canzoni che avevo dimenticato. Mi piace parecchio cantarle a bassa voce mentre mezzo spiove mezzo no, il cielo su Bologna un secchio di ferro che rotola di qua e di là, col suo &lt;i style=&quot;mso-bidi-font-style: normal;&quot;&gt;sdung-sdung-sdugudùng&lt;/i&gt;. Son giorni così pieni e compressi che finisco per non avere sonno, la sera. Come adesso, che devo ancora lasciar uscire fuori note, passi, facce, mani, sacchetti di chiodi, murene, lampade d’Aladino e cinque sei sette otto. Son giorni in cui vado a scuola con un cambio d’abiti e di scarpe dietro: c’è da provare, c’è da saltare, c’è da mettere in fila i ragazzetti e farli diventare una perfetta macchina da guerra hip-hop, dopo aver lavorato sul complemento d’argomento. Son giorni fatti in un modo che mi fa sorridere spesso. E molto. Trovare per caso della cioccolata fondente ancora da aprire in un sacchetto abbandonato nel bagagliaio della &lt;em&gt;Ka&lt;/em&gt; non è l'ultimo dei motivi. Ma anche il sapore della nutella che si scioglie sulla lingua mentre te ne stai ferma in piedi sulla porta dell'aula e li guardi tutti lì seduti per terra, in cerchio, a raccontarsi faccende d'amore. Quel languore scemo all'altezza dello stomaco. &amp;nbsp;&lt;/p&gt;
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