21/11/2010
Gary Burton: un quartetto divertito, coinvolgente, affiatato
Sono andata al concerto di Gary Burton come una che va a una festa di cui è poco convinta. Sono tornata a casa pensando che la festa era stata troppo breve; che insomma, allora, oh, voglio restare ancora, perché è tutto finito? Il fatto è che il quartetto mi ha conquistata. Non me l’aspettavo, così. Davvero no. Prima dell’inizio guardavo con curioso stupore lo strano oggetto sul palco e le sue canne metalliche: qualcosa che mi era del tutto estraneo. Sicché attendevo. Poi i musicisti sono entrati e hanno suonato Afro blue. L’aria avvolgente e calda di Cuba s’è infilata dentro il teatro, io ho cominciato a sorridere e non ho più smesso. Difficile non muovere i piedi, non aver voglia di battere le mani subito. Burton percuoteva il vibrafono con energia e raffinatezza, seguito dalla batteria potente di Antonio Sanchez, l’unico batterista al mondo che non cambia mai espressione. Al contrabbasso c’era l’altissimo Scott Colley, dal fraseggio corposo, eloquente; perfetto per l’andamento latino del pezzo. E poi c’era lui, il giovane Julian Lage. Così è finita che mi sono innamorata. Della sua camicina a quadri, dell’orologio di foggia antica che portava al polso e del modo morbido ma deciso di tenere la chitarra a tracolla. Se ne stava in mezzo al palco con timida disinvoltura, felice di trovarsi lì, e suonava come non avesse mai desiderato nient’altro dalla vita. Spesso gli si parava sulla faccia un sorriso chiaro chiaro e tutto, intorno, s’illuminava
Il pubblico si era appena abituato alle rotondità afrocubane che il clima è diventato inaspettatamente bianco. Siamo stati trasportati in un mondo delicato e leggero fatto di neve e isbe russe tutte di legno. Last snow di Vadim Neselovskyi è risuonata lieve come un canto per bambini, una canzone della buonanotte in cui i quattro battenti di Burton si appoggiavano impercettibili sui tasti e si fondevano con la batteria, dinamica e non invadente. Non c’era però un’insistita dolcezza, né uno sbrodolare inopportuno sulla melodia. Anzi il suono arrivava filtrato, spogliato di orpelli. Bellezza della semplicità, biancore dappertutto. Quando poi Sanchez ha prestato il suo Did you get it al gruppo, ebbene, signori, allora è arrivato il fuoco. Burton ha schiodato, così senza avvisare, un assolo da farti schizzar via dalla poltrona. Lage, subito dopo, non è stato da meno. Se n’è uscito con un’improvvisazione intensa, lunghissima, eclettica. Del resto il californiano ragazzo, come ha mostrato nella solitaria introduzione a Someone to watch over me, ha suonato ogni pezzo con gusto e fantasia, ritmica e swing, lasciando dietro di sé scie di blues, classica, folk, bluegrass. Un po’ Bill Frisell, un po’ Béla Fleck, un po’ David Grisman. Poi quella chitarra suonata con fare sinuoso; e ogni tanto una specie di svirgolata con le spalle, come a indossare di nuovo la sua pelle.
La musica è continuata nell’efficace alternanza di atmosfere, ritmiche e sonorità. Fra i colpi impressionanti di Sanchez sui tamburi e la sua sensibilità dinamica, le vibrazioni ariose delle canne del vibrafono, la cavata sicura ed evocativa di Colley al contrabbasso. Ha chiuso il Bologna jazz festival un quartetto coinvolgente, divertito e tecnicamente impeccabile, in cui i musicisti si sono scambiati più volte le parti, con equilibrio e grande senso d’affiatamento. Certo, avessi dovuto scegliere qualcuno da cui farmi riportare a casa alla fine della festa troppo breve non avrei avuto dubbi: Julian, dimmi, dove hai parcheggiato la macchina? E non scordare di portarti dietro la chitarra, mi raccomando.
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20/11/2010
Rava new quintet: un viaggio travolgente, lirico, moderno
I cinque sono in grande forma, stasera. Attaccano con energia e decisione di fronte al pubblico folto del teatro delle Celebrazioni. Tirano dritto snocciolando note e allungando assoli. E’ un treno che viaggia veloce, compatto, senza fermarsi. Ma non si fa in tempo a schiacciarsi sulle poltrone per reggere l’urto della musica che la velocità diminuisce e l’atmosfera si rarefà. Si disegnano nell’aria trame sottili, sognanti. Sono quei momenti in cui la tromba di Enrico Rava pare sospendere il suono, rastremarlo, renderlo nudo. Pura luce. E’ allora che sono perfette le spazzole di Fabrizio Sferra; quel drumming raffinato e poetico che lo rende inconfondibile. Quella sua ricchezza espressiva. E’ incredibile quanto brillino i piatti mentre lui chiude gli occhi come sempre fa, perso. Li chiudiamo anche noi e lo sentiamo allora camminare su foglie autunnali e fruscianti. E’ tutto un meraviglioso frrrrr lungo la schiena. Il giovane Guidi al piano asseconda volentieri l’aria crepuscolare, che del resto molto gli si addice, e l’ancor più giovane Evangelista si distingue per il suono denso e cantabile del contrabbasso. In mezzo a tutto questo la parte del ragazzino irriverente è svolta da Gianluca Petrella. Ormai il trombonista è ben al di là dall’essere la giovane rivelazione che ricordavamo. E’ una certezza. Ma lo spirito buffonesco e dissacrante di Sun Ra non lo abbandona mai. Così inanella note, ruggiti, sberleffi. Con quel trombone che è il prolungamento del suo corpo smilzo e slanciato. Con quel modo di allungare la coulisse verso l’alto e riacchiapparla. Con quella sua aria di trovarsi sempre lì come per caso. Sul palco intanto si alternano raffiche bebop e sventagliate orchestrali; pensose armonie d’Arabia, echi d’Africa e ritmi percussivi d’Argentina. Il quintetto ha l’eccezionale capacità di trasformare un solo pezzo in un viaggio e di passare da un luogo all’altro con impressionante coerenza. Così sfilano là sopra tende berbere, deserti, vento secco. Oppure figure di tango, pavimenti in legno su cui battere tacchi, coppie allacciate che si sfidano danzando. Giovannino Guidi è a tratti lunare, notturno - uno Chopin jazz e melanconico che allunga indietro la schiena o si ripiega pensoso su di sé; a tratti invece aggredisce il piano con furia, si alza in piedi, si avventa sui tasti dando alla musica corposità blues e roventi. Rava e i suoi ragazzi più che trasmettere l’idea di quintetto, sembrano una (micro) big band, danno alla musica un impianto arioso, suonano pezzi dagli ampi spazi, dai forti cambiamenti di stato, pieni di suggestioni antiche e modernissime: lo wa-wa del trombone evoca il divertimento stranito delle vecchie funeral band, l’insistito abbassarsi dei tasti bianconeri ricorda il magnifico Boogie stop shuffle dell’orchestra di Mingus, gli assoli di batteria sono complessi, sfaccettati, eleganti e del tutto nuovi. Rava là in mezzo è il grande nume baffuto che tutto osserva e tutto concerta. Se ne sta nell’ombra alla destra del palco - la tromba che riluce nel buio, i capelli di satiro - e ascolta. Oppure cammina felino e arriva da Guidi per sussurrargli qualcosa nell’orecchio; a volte si siede; spesso sorride beffardo. A un certo punto, ne sono certa, accenna pure un pregevole moonwalk mentre aspetta con Petrella in un angolo. La gente intorno applaude molto, lancia degli uuuh, degli eeeh. Sente il jazz pulsare. Si abbandona alle larghe visioni gershwiniane di Guidi, agli assoli melodici e incisivi di Evangelista, al growl potente di Petrella, ai colpi morbidi ma pieni di Sferra, alla strana suggestione ipnotica di Rava. Si lascia persino guidare dal maestro in un coro finale e leggero, tappeto perfetto su cui scivolano gli ultimi bis. Su tutto, si respira un sentore forte di Mediterraneo, di melodia che anche quando è decomposta resta presente come un controcanto. Una potente impronta di qui e ora che rende questi musicisti sempre diversi: travolgenti e lirici, intimi e divertiti, giovani e vecchissimi. Straordinari.
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17/11/2010
L’ottantesimo compleanno di un gigante del jazz: Sonny Rollins a Bologna
Il teatro è pieno dappertutto e finalmente da dietro le quinte sbuca la luce bianca dei suoi capelli. Sono tutti una raggiera, una nuvola, una vela gonfia. Splendono. Lui appare claudicante nel buio, cammina piano, procede ricurvo. Indossa occhiali scuri e quella camicia rossa di seta, tutta larga e ventosa, che ultimamente porta sempre sul palco. Al collo, il sassofono tenore. Io non so che mi piglia ma vedermelo davanti così, nei suoi ottant’anni, mi commuove e mi strapazza. A Sonny io voglio bene tanto e da tanto, sicché mi verrebbe voglia di salire lassù e abbracciarmelo; capelli, camicia, sassofono e tutto. Scommetto che sarebbe contento. Comunque in fin dei conti è qui non solo per farsi venerare e lucidare le scarpe da una come me, ma per suonare. Così inizia. Srotola una ballad di note che escono quasi a fatica. Ci senti il vecchio colossus ma come di lontano; e tutto il tempo che è stato, dentro. Ci senti gli anni. Ci senti una magnifica arrugginita affannosa età trascorsa. E provi nostalgia per tutte le volte che lui ha suonato e tu non c’eri, come quando studiava sul Williamsburg bridge e l’East river gli scorreva sotto. Adesso mentre soffia dentro il Selmer sembra provato. Qualche nota non esce piena e precisa. C’è qualche respiro di troppo. Sonny è stanco. Ma il pubblico esplode lo stesso. Applausi, grida di gioia. Si vede che tutti gli vogliono bene come e quanto me. Intanto io aspetto il resto; perché lo so che arriverà. Infatti il secondo pezzo batte su ritmiche accelerate e brumosità blues. Il fedele Bob Cranshaw al basso svolge il suo lavoro con efficace e raffinata energia. Il sassofono comincia ad arrotondare la voce. La chitarra tratteggia un’elegante gabbia, abbastanza profonda perché il leone ci ruggisca dentro. E davvero non so che miracolo quest’uomo porti con sé, non so che magia. Ma più il concerto va avanti e più le note recuperano corpo e forma. Sembrano porose. Ringhiose oppure lancinanti nelle tirate degli assoli bebop, aggressive nell’incedere sghembo che Rollins dà ai temi. Più scende giù e più il suono diventa cavernoso, primitivo. Un Hawkins redivivo là per noi. Più il sassofono suona e più il ritmo del calypso diventa ondoso. The everywhere calypso fa dondolare noi e lui. Suoni di Caraibi e madri dai grossi fianchi che cucinano arroz con leche e frijoles negros. C’è odore di mare nell’aria; c’è odore di cibo speziato. Mardoqueo Figueroa picchia sulle percussioni e noi dietro con le teste, zulù ciondolanti e felici. Più il sassofono suona e più gli assoli diventano assolidisonnyrollins. Torrenziali, esplosivi, infiniti. Con quei temi che si aprono l’uno dentro l’altro, si ripetono, si contraggono, si rarefanno o si allungano secondo il tipico modo che ha lui di prenderli, sformarli e farne un po’ quello che gli pare, senza tregua. You don’t know what love is che arrota la lingua sui bassi e sbarella i cuori più deboli: una ballad di quelle come si facevano una volta, tutta passione e graffio, tutta sassofono che va giù giù giù e poi d’improvviso su su su, lasciandoti stordito. Le otto battute del tema accelerate di colpo oppure stregate da un’estenuata decelerazione. Colate laviche in cui lui sopravvive e noi ci perdiamo. Dov’è finita quella stanchezza iniziale? Dov’è il senso di sofferente affanno? Dove sono i suoi molti anni? Ne resta l’ombra struggente quando lui si sposta da una parte all’altra del palco, tutto piegato com’è, così caracollante. Ne senti il fiato sulla pelle, in certi suoni più soffiati contro l’ancia, e negli assoli che a un certo punto finiscono, mentre prima sarebbero durati fino all’alba, fino ad adesso; o forse non sarebbero finiti mai. Quel vecchio dalla barba bianca è sempre l’irresistibile conquistatore che decide d’andare a prendersi la platea per il collo, suonando quasi sul bordo del palco, sempre più avanti, sempre più avanti. Un torero che sventola una muleta rossa e poi indietreggia. Il pubblico applaude e lancia fischi, grida. Mentre il maestro sparisce dietro le quinte siamo tutti in piedi, a urlare, applaudire, alzare le braccia. Torna per un bis infuocato, tempi stracciati e la chitarra di Russell Malone, così funky che t’aspetti di veder resuscitare James Brown. Il quintetto ha un tiro micidiale, come fosse nel mezzo di una jam dove si deve uccidere l’avversario. Sonny suona e si prende tutto il tempo che vuole. Quando finisce, il teatro è un jazz club rovente dove nessuno ne ha abbastanza. Ci sono così tanti applausi e così tante voci che alla fine lui, dopo due ore ininterrotte di concerto, esce di nuovo e ci butta addosso il rituale Don’t stop the carnival. Corriamo tutti a ballare sotto il palco, lui abbassa e alza il sassofono, ci viene incontro, ci travolge di note e tempi rubati. E’ un colosso per davvero e noi siamo nulla, là sotto. Per quello lo adoriamo e stiamo lì a ballare e gridare e festeggiare l’ottantesimo compleanno di questo prodigioso gigante del jazz.
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24/03/2010
Mississippi, canzonette e il blues robusto del sud
Indossa una giacca di velluto verde sottobosco con disegni fantasia, incede piano sul palco e ha i capelli tipo bruma autunnale. Poi suona ed è tutto un Mississippi. Quando Allen Toussaint canta ha una voce calda e piena, senza arrochiture cattive o graffi da bestia in gabbia. Ha una voce come la sua giacca: fuori dal tempo, portata alla tranquillità. Il gruppo lo asseconda con guizzi di robusto blues e motivi facili da orchestrina che suona sui barconi lungo il fiume. Ci sono un batterista e un percussionista piuttosto potenti, un notevole sassofonista, un bassista che ama lo slap e un chitarrista che all’occorrenza acchiappa il trombone. Le canzonette son facili e scivolano via così, lasciando poco in testa e poco nel cuore, anche se la testa l’hai mossa su e giù per andare a tempo. Dal pubblico partono molti uuuh e yeah. La gente si diverte, t’accorgi che sorride. Purtroppo tu hai una mal di schiena furioso che ti fa stare sulla seggiola come sui tizzoni ardenti e soprattutto accanto a te si sono seduti un vecchio barbuto con la fidanzata giovane e scialba, segaligna; e i due hanno deciso di litigare stasera, lì, durante il concerto. Lui alza la voce, lei fa le facce dell’arrabbiata, lui fa il professore che sentenzia e spiega – forse il concerto, forse chi è che suona stasera, boh -, poi i toni s’abbassano di colpo e poi di nuovo su: “proprio non sopporto quando fai così” e via per tutto il tempo. Infine lui s’accuccia sul petto di lei, cane mansueto in cerca di carezze; e a me fa schifo. Con la barba e l’occhio lussurioso e la mano prensile e tutto. Fortuna che sul palco entra Don Byron: un completo giacca gilet pantaloni tutto bianco, e naturalmente il cappello calato sulla faccia: potrebbe avere uno sterminato campo di cotone da qualche parte nel sud, pieno di negri che lavorano per lui, sudati sotto il sole; questo se il negro non fosse lui e non stringesse fra le mani un clarinetto. I pezzi più belli son quelli quando c’è lui, non tanto per lui – che certo è molto bravo ma un nostro Gabriele Mirabassi gli sta davvero parecchie spanne sopra – ma più che altro perché suonano i pezzi dell’ultimo album, tutto profondità della Louisiana e lentezze da funeral band. I fiati s’intrecciano, nessuno canta, le melodie si fanno woodoo e l’aria del Mississippi la senti addosso, densa, umida, dolciastra di bignet e jambalaya. Vorresti che suonassero sempre così. Un po’ per attutire il nervo e il disgusto per il vecchio accanto, un po’ perché le canzonette facili che fanno ti stanno stufacchiando. Alla fine suonano un paio di bis. Don Byron non è il più applaudito: vince il sassofonista, che nell’ultimo pezzo si gioca tutto il repertorio del sassofonista piacione padrone dello strumento: lo abbranca, lo strazia, gratta la gola, emette suoni gutturali, arriva su su su ad altissimi sovracuti, tiene una nota per un tempo infinito facendo impazzire il pubblico, e scuote, rotondeggia, fa vibrare, rolla, graffia come solo un vecchio scaltro leone del sud può fare: è il blues che si suona quaggiù da me, amico, ascolta bene e godi. Infatti il pubblico gode e applaude. Infine il concerto finisce, tutti sciamano via e le note pure, piacevoli ma liquide, evanescenti. Resta solo da mettere le cose in chiaro con il vecchio laido e la fidanzata segaligna: lo fai. Poi vai a casa e fuori non c’è la notte gialla di New Orleans ma l’odore della pizza del Golosone - Bologna, via Indipendenza 65/a.
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21/01/2010
Riascolto Bruce Springsteen
Da ieri notte riascolto Bruce Springsteen. E vado indietro nel tempo e più in là nello spazio. E’ tutto un posto dove si sta chiusi nella cameretta coi poster attaccati alle pareti, si pensano panorami sconosciuti e jeans consumati in punti che non si può dire. Sicché insomma ascolto Bruce Springsteen e cammino e c’è questo freddo acre, puntuto, che tuttavia mi piace perché mi fa sentire bene tutti gli angoli del corpo. La musica va potente e grossa, calda. Un contrasto perfetto con il fuori; con il su, che è un tetto color cemento, senza sfumatura né tepore. Indosso guanti viola di cachemire e degli stivali bassi da motociclista. Ho sempre amato le scarpe che sono come questa musica: forti, maschili, sfacciate. E le gonne svolazzine sopra. Poi sento l’armonica e il piano, sorrido, allungo il passo di più, tuffo la faccia nella sciarpa e scuoto i capelli: è iniziata Thunder road.
(Bruce Springsteen, Thunder road, in Born to run. Canzone dei poster alle pareti e dei jeans consumati)
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18/01/2010
Casini e Girotto al Pinocchio: il Brasile e l’Argentina
Il Pinocchio è il mio primo sax. Perché io ho cominciato ad andarci che avevo iniziato a suonare da poco e allora tutti i musicisti erano maghi e i sassofonisti che stavano sotto i riflettori si aggiravano all’incirca dalle parti degli dei. E’ lì che ho ascoltato tante volte Bollani, imparato a riconoscerne la follia giocosa, i riccioli spettinati e i pantaloni improbabili; lì ho sentito per la prima volta i Doctor 3 innamorandomi di Fabrizio “Sfascio” Sferra; e poi ho osservato un giovanissimo Petrella che era già come ora: caduto dallo spazio e bravissimo, nascosto dietro il suo trombone. Lì ho visto il sassofono di Gianmarco buttato a terra dal batterista e inutilizzabile per il resto della serata; la schiena di Pieranunzi piegato sul piano; e Javier Girotto che mi ha acchiappato il cuore e lo stomaco, rendendomeli solo quando stavo per uscire, magnanimo. Allora rivedere quel posto è stato un tuffo, una giravolta all’indietro. Sentirsi un po’ piccini, ricordarsi com’era quando ancora si doveva sapere chi era Brad e imparare ad ascoltare bene John Coltrane. Ho rivisto le pareti rosse, quelle a brutte fantasie geometriche e il piccolo palco stretto giù fra i tavolini.
Cantava Barbara Casini, suonavano Javier Girotto e Natalio Mangalavite. Il Brasile e l’Argentina insieme. Lei ha una voce piccola, vetrosa. Sottilissima negli alti, fragile, aerea. Tutto il contrario dei suoi capelli, che sono tanti e fitti, aggressivi. Ma invece come il suo corpo, che è minuto e delicato, flessuoso dentro l’abito nero a balze leggere. Nei bassi poi culla, accarezza, asseconda. La sua non è mai la voce dello strazio. Non c’è strappo doloroso, raschio. Ma la malinconia dolce delle spiagge di Ipanema. Quell’aria vagamente triste che uno ha sulla faccia quando cammina guardando il mare. Che poi basta una palla che rotola, un ragazzino che corre, un cane e ti spunta il sorriso. Lievi nostalgie di amori non vissuti, forse. Girotto allora può ruggire. Piglia il baritono e urla, graffia e arrotola le note laggiù in fondo. Lo stomaco si stringe, il piede batte. Come al solito vorresti saltare su e urlargli qualcosa in modo meno composto di come fai seduta per bene sulla tua sedia. Poi siccome è un sassofonista che ha il demonio dentro, sotto i sorrisi gentilissimi dell’uomo buono, piglia il soprano e ti dà la stoccata finale. Modula i suoni come carezze, piccoli soffi di poetico abbandono, lunghe note di quiete e poi su su su rincorse di rabbia e passione. Lui ruggisce anche con quel sassofonino piccino lì, mica si sa come fa. Ma ti lascia spossata. E’ una distesa arsa da correre, una bestia che solca la pianura, un odore di carne grigliata e chimichurri che bruciano in gola. Mangalavite gli va dietro. Lo incalza con tasti pestati forte, con ritmi di tango e qualche lentezza di milonga. Si diverte, ride, scuote molto i capelli.
Poi il concerto finisce. Non ti sei mossa da quel tavolino eppure hai fatto due viaggi: uno era nel tuo passato, l’altro in qualche parte del Sudamerica che prima o poi vedrai.
(Barbara Casini, As vitrines, in Palavra prima. Canzone della malinconia dolce)
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18/09/2009
Dead End Mistery
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21/07/2009
Note da Perugia. 2 / Gianluca Petrella Cosmic Band: esplosione, sberleffo, calore.
A me Gianluca Petrella è sempre sembrato uno caduto giù dallo spazio. Una specie di marziano. Un tipo lungo, dinoccolato, con l’occhio allagato di nero; e zitto. O almeno a me rimandava l’immagine di uno zitto. Perché io l’ho sempre sentito suonare il trombone, mica parlare. E me lo figuravo pensoso, nascosto sotto la sua rudezza timida, capitato lì sul palco come per caso. Così il concerto della sua band non poteva essere un concerto proprio normale. Infatti. Le luci sul palco non si accendono, tutto resta buio. Finchè dal fondo della platea, qualcosa: sono echi di trombone. Poi piccole luci. Musicisti dall’ombra. Arrivano esattamente come astronauti durante un allunaggio. Hanno in testa delle luci da minatori e suonano mischiando rumori e note. Scuotono campanelli. I fotografi non sanno dove guardare e scattano a caso. Flash, flash, flash. Scintillar di fiati, ringhiare di sassofoni, sbattere di tamburi. Sono lame che nel buio trapassano tutti quanti. Pubblico misto tra il divertito e l’attonito. Intravedo il pianistino Giovanni Guidi in un triangolo di luce che s’accende: porta anche lui un faro in testa e fa rumore. Quando insomma salgono sul palco e Petrella presenta la Cosmic band, l’applauso è prudente. Anche il mio. Così tutto l’inizio. Quel drappello di giovani musicisti produce ferraglie e dissonanze. Rivoli di free. Sovrapposizioni sonore sghembe, allineate ai lucidi chiver dei sax o alla coulisse del trombone. Storture. Divagazioni futuriste. Spari nel buio. Non mi piace. Mi piace molto. E’ questione di tempo, di accumulo di pezzi suonati. E’ come. Se. Tutto. Si andasse via via componendo. Dallo sbalordimento della deflagrazione al caldo farsi di un’idea melodica. Dall’esplosione fredda al fumo denso di un club di Harlem. Lo sberleffo (ma rispettoso) di Sun Ra e giovanili slanci del tutto perdonabili. Onde blues e ironie mortuarie da funeral jazz band. C’è qualcosa di ridicolo e mistico, insieme, in quello che fanno. Petrella ha un suono al trombone che è tutto classe e zampata. Dirige buttando oltre i microfoni le braccia e spostando il peso da una gamba all’altra. Un pendolo stralunato. Mi piacciono i due sassofonisti: hanno suoni e corpi solidi, reali. Improvvisazioni robuste, raschianti. Francesco Bigoni al sax tenore mette insieme degli assoli che fanno saltare sulla sedia e il baritono di Beppe Scardino è una roccia lavica. Arriva anche Paolo Fresu. Si butta là nel mezzo e si adegua. Il suono della sua tromba scintilla e si alza perfetto, limpido. Lirico come al suo solito. Si lascia anche un po’ spiazzare, tormentare dai ragazzacci che sbattono piatti mentre lui suona un pezzettone classico. Sono tutti sudati e stanchi e ridono e a volte a Fresu spunta un punto interrogativo sulla testa. Fantastico. Davvero fantastico. Perché poi arriva quella meraviglia di pezzo che è The cosmics; che sale sale sale e diventa una mongolfiera, un dirigibile, una bolla di calore commosso e pieno. Allora vorresti buttarti sul palco e mischiarti fra di loro, abbracciarli uno a uno, sentire la consistenza delle loro braccia e dopo andare tutti a bere e mangiare insieme. Poi Petrella alza il braccio destro e lascia cadere la sordina del trombone dall’alto. Il respiro si sospende. La sordina piomba giù. Tocca terra. Tutto finisce.
(Gianluca Petrella Cosmic Band, The Cosmics, in Jazz italiano Live 2007. Petrella special guest Paolo Fresu. Una musica dirigibile, per animi infiammabili)
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20/07/2009
Note da Perugia. 1/ Gabriele Mirabassi e il dialetto carioca
Il teatro Morlacchi alle cinque di pomeriggio è perfetto. Ti rifugi lì dal sole, inspiri il velluto rosso delle poltrone, fingi una notte che ancora deve venire. Sul palco ci sono tre sedie vuote e tutti i fotografi impazzano là sotto perché guarda che incredibile luce batte lassù, aspetta ne faccio un’altra. Poi arriva Gabriele Mirabassi e suona. No, piglia il clarinetto e fa accadere di tutto. Lula Galvao e Guinga suonano le chitarre seduti e anche lui dovrebbe perché la sedia è lì, sotto di lui. Ma invece macchè, non ce la fa. Prima si alza un po’. Poi si rimette giù. Poi di nuovo su, tutto in piedi. Muove la gamba sinistra, salta, più volte sbatte contro la sedia, per poco non la scaraventa a terra. Salta ancora, ondeggia, ride, sorride, ride molto, chiude gli occhi, respira dentro quel miracoloso tubo nero e argento. Lo fa cantare. Lo fa piangere, lo fa gloglottare. Ci balla intorno. Soffia il Brasile là dentro e ci mescola il jazz. E Galvao e Guinga insieme, a suonare il suburbio di Rio, la malinconia, l’allegria, la tristezza, la fatica, il sudore e l’amore; sempre seduti. Soprattutto Lula che quando non suona sembra una statua immota, grigia, lontanissima, indecifrabile. Mirabassi si tuffa giù giù per le strade di vento e sole, scalzo, pazzo, lieve. Abbraccia il suo clarinetto e s’insinua lesto fra samba e baiao, azzarda un choro. Ride ancora. Raschia il didentro dello strumento e ne fa uscire seta. Lo maltratta e gli vuole bene. Strappa il legno in un assolo lunghissimo, rovente eppure dolce, estenuato. Il pubblico esplode, si spella le mani e non sa più se si trova al chiuso d’un teatro o nel mezzo delle strade di Rio, nel caldo pazzo dell’estate. Lo senti il mare? Annusa la sabbia, respira e guarda quella ragazza laggiù come balla: non siamo forse a Ipanema? E’ tutta una serenata, è tutta una poesia. E’ tutto un rimanere in bilico fra il pianto e il riso, fra il brivido e l’applauso. Ti viene da gridare ma anche da cantare. Mentre Mirabassi soffia il Brasile là dentro e ci mescola il jazz. E Galvao e Guinga dietro, le chitarre attaccate al corpo. Un dialetto carioca che ti sembra d’acciuffare proprio quando è già passato.
(Gabriele Mirabassi – Guinga, Rasgando seda, in Graffiando vento. Musica in dialetto carioca)
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09/07/2009
Come faceva freddo
Me ne torno a casa con la mia scorta di creme protettive e doposole. C’è un sole alto, un caldo abbastanza secco. Colori nitidi intorno. Sono contenta. E d’un tratto rieccola sbucare dall’oggettino: Nada. Già avevo avuto qualche difficoltà nei giorni scorsi con Grazie. Comunque io ascolto; e più ascolto e più sparisce il caldo; e più sparisce il caldo e più sparisce via la gente, via le strade e le macchine e tutto. Ci son solo quei sei piani di scale, quelle finestre e quei quadri appesi alle pareti. Insieme a un buco nello sterno. Io decido di restare nascosta dietro ai miei occhiali da sole ed entro in casa.
(Nada, Come faceva freddo, in Nada trio. Canzone che buca lo sterno)
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