15/12/2009
Metti un post sotto l’albero
Quando s’arriva a dicembre devo sempre trattenermi un po’, altrimenti ne scriverei continuamente. E’ che lo amo in modo esagerato, questo mese. Infatti di lui mi piace proprio tutto: dal freddo, alla ressa, alla noia dei pranzi festivi, alle sciarpe e ai fagotti di vestiti. Per non parlare delle canzoni di Natale e dei film pieni di troppe luci in televisione. Ieri mi sono commossa con Will Ferrell vestito da elfo, per dire. Da qualche anno poi mi piace anche di più: facile, per chi mi conosce, intuire perchè. Allora sono stata felice quando, alcune settimane fa, un signore molto a modo mi ha invitata a scrivere un post da mettere sotto l’albero. Così l’ho scritto. E per la prima volta mi sono ritrovata anch’io insieme a molti altri che parlavano di alberi, pacchetti, sparizioni, esplosioni e borse desiderate dentro le scatole col fiocco. E insomma. Per leggere me e tutti quanti, andate a scartare questo. Un regalo fatto dal suono delle dita che picchiano sui tasti, nelle notti insonni e affannate di questo dicembre.
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02/04/2009
L'ombra
“Uscii di casa come un matto. Mi ritrovai dopo un pezzo per la via Flaminia, vicino a Ponte Molle. Che ero andato a far lì? Mi guardai attorno; poi gli occhi mi s’affissarono su l’ombra del mio corpo, e rimasi un tratto a contemplarla; infine alzai un piede rabbiosamente su essa. Ma io no, io non potevo calpestarla, l’ombra mia.
Chi era più ombra di noi due? Io o lei?
Due ombre!
Là, là per terra; e ciascuno poteva passarci sopra; schiacciarmi la testa, schiacciarmi il cuore; e io zitto; l’ombra, zitta. L’ombra d’un morto: ecco la mia vita.
Passò un carro, rimasi lì fermo, apposta; prima il cavallo, con le quattro zampe, poi le ruote del carro.
- Là, così! Forte, sul collo! Oh, oh, anche tu, cagnolino? Su, da bravo, sì, alza un’anca! Alza un’anca!
Scoppiai a ridere d’un maligno riso; il cagnolino scappò via, spaventato; il carrettiere si voltò a guardarmi. Allora mi mossi; e l’ombra meco, dinanzi. Affrettai il passo per cacciarla sotto altri carri, sotto i piedi de’ viandanti, voluttuosamente. Una smania mala mi aveva preso, quasi adunghiandomi il ventre; alla fine, non potei più vedermi davanti quella mia ombra; avrei voluto scuotermela dai piedi. Mi voltai; ma ecco, la avevo dietro, ora”.
(Luigi Pirandello, Il fu Mattia Pascal, cap. XV. Io e l’ombra mia)
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22/01/2009
Bibbie
Chi mi vuole bene lo sa. Io ho due bibbie di riferimento.
Tutte le poesie di Eugenio Montale. E le canzoni di Tiziano Ferro.
Li interrogo, chiedo, voglio da loro sapere cose. Mi rispondono sempre entrambi; e qualunque cosa mi dicano, io ci credo. In momenti diversi della vita piglio il volume grosso e vecchio edizione Mondadori, quello con la copertina morbida, eh, non con la ridicola cartonata che circola adesso. Poi sfoglio con foga, a caso, col fiato un po’ grosso. Ci trovo sempre una risposta. Un verso che non ricordavo, una parola inattesa oppure intensamente cercata, proprio così com’è scritta. In altri momenti può capitare invece che le uniche sillabe che hanno un senso siano quelle di Tiziano Ferro. A me le sue canzoni mi fanno sempre piangere. Come ad esempio una mattina dell’altra settimana o forse di due. Che guido in macchina verso la scuola, che spunta dalla radio Il regalo più grande. Allora è tutto un groviglio, un arrotolarsi di nodi in gola o forse invece uno srotolarsi. Stringo le mani sul volante, guardo oltre le case, laggiù in fondo, dove si vede la luce del mattino dietro (davanti) le macchine e alla fine della strada. Qualunque sia la cosa che cerco, là dentro la trovo. Già. Può darsi sia sciocco, ma è proprio così: Eugenio Montale e Tiziano Ferro sono gli estremi di qualcosa che mi rappresenta. Esterina che si tuffa dallo scoglio e giù, fortilizi di dubbi scrollati dalle spalle, di fronte alla razza di chi rimane a terra; poi fotografie dell’assenza, giorni contati al contrario, per regali sorrisi, bianche schiene, sere nere, indifferenza per ferire. C’è qualcos’altro oltre questo? Forse. Eppure questo è già così tanto.
(Tiziano Ferro, Il regalo più grande, in Alla mia età. Canzone per i nodi in gola, nel traffico, nella macchina, nel freddo del mattino freddo)
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11/01/2009
Scabra
Vorrei avere una penna trincetto. Che verga sulla pagina come tagliare. Ogni parola una scalfittura, uno squarcio. Ma preciso. Ma freddo. Mi piacerebbe una scrittura così: scabra. Una scrittura pietra, lama, scheggia. Che definisca e dichiari, disegnando con linee impietose e nude quello che vede. Parole che brucino la lingua e le mani e gli occhi di chi le incrocia, ma per il gelo definitivo che le immobilizza là, sulla pagina. Scrivere essenziale, raccontare con una tre cinque parole. Non aggiungere nulla. Niente fronzoli, nessun aggettivo di troppo, via gli avverbi. Trattenere il necessario. E così rappresentare la vita.
Invece io non ci riuscirò mai. Quello che a me riesce è aggiungere, curvare quella frase o quell’altra. Prendere un aggettivo e invece che svuotarlo, riempirlo. La mia è una scrittura rotonda e mi ci devo rassegnare. A volte la detesto ma comunque le voglio bene. E’ mia, parla di me e io una scheggia petrosa non lo sarò proprio mai, seppure a volte mi possa sforzare.
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20/10/2008
Una mano rubata
"Un tempo, una mano rubata: quello sciocco aveva ragione" mormorò la fanciulla. "Pure, è terribile che non si riesca a rendersi bene conto di questo: come rubata, a chi, a che, a quale ritmo o gioco? O forse tutto è tempo o mano rubata, tutto ciò che non è…?".
"Vuoi dire che la felicità è una mano rubata? Via, è il nostro stato naturale, non l’hai letto?".
Silenzio. L’alba aveva gettato la maschera, le vecchie pietre degli imperiali e fatali ruderi si imbiancavano al sommo.
(Tommaso Landolfi, Mano rubata, in Tre racconti)
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07/10/2008
Esercizi di irrobustimento dello spirito
Nonna ci dice:
- Figli di cagna
La gente ci dice:
- Figli di una strega! Figli di puttana!
Altri dicono:
- Imbecilli! Mascalzoni! Mocciosi! Asini! Maiali! Porci! Canaglie! Carogne! Piccoli merdosi! Pendagli da forca! Razza di assassini!
Quando sentiamo queste parole, il nostro volto diventa rosso, le orecchie ronzano, gli occhi bruciano, le ginocchia tremano.
Non vogliamo più arrossire né tremare, vogliamo abituarci alle ingiurie e alle parole che feriscono.
Ci sistemiamo al tavolo della cucina uno di fronte all’altro e, guardandoci negli occhi, ci diciamo delle parole sempre più atroci:
Uno:
- Stronzo! Buco di culo!
L’altro:
- Vaffanculo! Bastardo!
Continuiamo così finché le parole non entrano più nel nostro cervello, non entrano nemmeno nelle nostre orecchie.
Ci esercitiamo in questo modo una mezz’ora circa ogni giorno, poi andiamo a passeggiare per le strade.
Facciamo in modo che la gente ci insulti e constatiamo che finalmente riusciamo a restare indifferenti.
Ma ci sono anche le parole antiche.
Nostra madre ci diceva:
- Tesori miei! Amori miei! Siete la mia gioia! Miei bimbi adorati!
Quando ci ricordiamo di queste parole, i nostri occhi si riempiono di lacrime.
Queste parole dobbiamo dimenticarle, perchè adesso nessuno ci dice parole simili e perchè il ricordo che ne abbiamo è un peso troppo grande da portare.
Allora ricominciamo il nostro esercizio in un altro modo:
Diciamo:
- Tesori miei! Amori miei! Vi voglio bene... Non vi lascerò mai... non vorrò bene che a voi... Sempre... Siete tutta la mia vita...
A forza di ripeterle, le parole poco a poco perdono il loro significato e il dolore che portano si attenua.
(Agota Kristof, Il grande quaderno, in Trilogia della città di K., Torino, Einaudi, 1998)
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06/04/2008
Non riesco
Non riesco a scrivere non riesco a scrivere non riesco a scrivere.
La parola è insufficiente. La parola mi è inutile.
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20/01/2008
Nebbia
Nebbia. C’è un sacco di nebbia qua fuori. E tutto è ovattato. La voce dagli altoparlanti, le luci oltre la stazione, i frisccchhh dei treni sopra le rotaie. Scorre un tempo lento e chiuso. Scorrono le ore e la grammatica si dipana, la vita pure. Il tubo azzurro dove la Nina entra dentro sbandando pure quello, si srotola e s’arrotola. Tutto così, nell’ovatta spessa della nebbia, del cervello compresso e serrato, tutto bello bello pigiato insieme, con gli scambi di parole e lettere con l’amica fedele che ti ricorda Pacey, già, sempre lui, Pacey, di quando ascolta ascolta ascolta, poi sterza all’improvviso, così, e dice “Ok”. Scende, la pressa, la spinge, la guarda dritto negli occhi e fa: “Ma non sei stanca di parlare, Joey?”. Che bella quella scena. Che bella che era.
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13/11/2007
Mi dispiace
Incredibile quanto le parole che si scrivono abbiano ricadute impensabili rispetto a quello che uno aveva nella testa mentre scriveva.
E’ la prima volta che mi succede che le parole di questo blog (per altro non mie, ma scritte nei commenti) feriscano qualcuno. E’ successo stamani, a scuola, e ci son rimasta come una cretina. Davvero. Male, come una cretina. Stupita. Perché quello che volevo dire io era tutt’altro da quel che si è capito. E perché di colleghe che stimo ce n’è appena un mazzetto e sicuramente questa lo è. Allora mi dispiace, m’irrigidisco, forse non rispondo nemmeno nel modo giusto.
Ma le parole son così. Armi lanciate a caso nello spazio; che a volte arrivano dove non devono e a volte sì. A volte feriscono le stesse persone che le hanno scritte. A volte succede, sì. Anzi spesso. Di maneggiare le proprie sillabe monche e tagliarsi pezzi di braccia; o labbra.
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24/09/2007
Cappuccetto Rosso
"La storia di Cappuccetto Rosso fa vedere ai giovinetti e alle giovinette, e segnatamente alle giovinette, che non bisogna mai fermarsi a discorrere per strada con gente che non si conosce: perchè dei lupi ce n'è dappertutto e di diverse specie, e i più pericolosi sono appunto quelli che hanno faccia di persone garbate e pieni di complimenti e di belle maniere".
(Carlo Collodi che traduce Charles Perrault, Cappucetto rosso)
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