31/12/2011
Il trentuno
È una magnifica mattina dell’ultimo giorno dell’anno, c’è poca gente in giro e io esco con dei guantini da sedicenne a prendere il pane. La Nina non ha la febbre da due giorni e ride, balla e divide con me i tortellini sul divano, guardando storie di cani e babbinatale. Che bello è quando suono il campanello e dal citofono sento la sua voce: Chi è? Sono la mamma, aprimi. Non lo so che mi piglia, ma allora quando la porta si apre e salgo su per l’ascensore, sento che sì, sto tornando a casa, in un cantuccio che mi sono ritagliata ed è nostro. E tutti gli altri fuori. Oggi è il trentuno e io sono felice. Infatti non sono di quelli che odiano il trentun dicembre, quelli che il trentuno è un giorno qualunque. Sciocchezze. Non è vero che lo è. Il trentuno è quando ti prende lo struggimento di guardarti indietro e pensare che anche questi mesi sono finiti, questi giorni tutti appiccicati insieme, stretti, pigiati uno addosso all’altro come troppe matite dentro la stessa scatola. Il trentuno è quando ti viene la voglia di preparare le lenticchie precotte della scatoletta di latta e berci insieme lo champagne. Il trentuno è un giorno bellissimo di un sacco di tempo fa passato per la prima volta qui a Bologna ed eravamo tutti così giovani e belli e con le gambe lunghe e buone - ancora. Il trentuno è il precipizio sull’anno nuovo che è un enorme buco nero di paura e di spazio e di tempo. Quel momento quando sei lì fermo in piedi col bicchiere in mano, senti i botti che scoppiano, vedi le luci fuori e dici auguri, auguri, buon anno! ma vorresti invece fermare tutto, tutto proprio esattamente in quell’istante, in quello specifico momento lì. Però il brindisi è finito, poggi il bicchiere sul tavolo ed è subito domani. Il trentuno è quella notte che vorresti non finisse mai perché il mattino dopo ci son le briciole sul tavolo, la cera che è colata sulla tovaglia e poi gennaio è sempre freddo e tutti siamo stanchi e uffa. Sicché davvero non li capisco quelli che chi se ne frega del trentuno dicembre. Io stasera brindo anche a loro; bacio chi è qui e penso forte chi non c’è ma io lo sento uguale; ringrazio l’anno che passa e prego quello che viene, affinché sia clemente, dolce e lunghissimo.
(Tom Waits, New Year’s Eve, in Bad as me. Canzone “for the sake of the auld lang syne”)
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26/12/2011
Il Natale che è passato
Il tempo è una ruspa e io ci sono dentro. Infatti il Natale quest’anno è arrivato e quasi non me ne sono accorta. Ormai è da un po’ che tutto scivola, scappa, sguiscia via; così veloce che non mi riesce più di pigliarlo. Prima mi pareva di riuscire a fermarmi e dire: ecco qua, questo è quello che sto vivendo. Adesso invece mi fermo e m’esce fuori un toh guarda cos’è che ho vissuto. Un giorno dopo l’altro si sono sovrapposti trecento bambini che cantano Let it snow, spettacoli dell’Iliade e spade di cartone, notizie americane di cui non mi fido e pranzi con spinaci bolliti; i regali bianchi delle mie capre appesi in camera, doppi compleanni e quegli auguri che ho potuto fare solo col pensiero. Giù, via, tutto insieme; bell’e andato. Questo Natale insomma è già finito e io me ne sto qui a guardare la Nina che dorme con la febbre alta e i capelli annodati. Ha scartato i regali tutta seria e non ha neppure mangiato di nascosto il quadrotto grosso di cioccolato fondente. Sicché è stato un Natale proprio strano. Diverso da come doveva essere, dimezzato, tutto arruffato, di termometri tachipirina occhi gonfi e angoli della bocca girati all’ingiù. Con il primo dentino che dondola scoperto la mattina presto e le tagliatelle al ragù preparate alle sette di sera - una cena di consolazione solo per lei, nella luce rossa delle candele.
Finisce il Natale e l’unica cosa che davvero voglio - sempre più spesso - è stare qui in casa, non incontrare nessuno, non parlare, preparare cose buone da mangiare e guardare film sotto al piumone. Da ora fino, almeno, a dopo primavera. Però ho un passaporto da fare e, soprattutto, una bellissima nuova collana color mattone. Allora vuol dire che dovrò per forza uscire. Mica posso rischiare di non vedere come brilla sotto il sole.
(Tony Bennett, Christmas time is here. Canzone per il Natale che è passato)
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30/04/2011
Indecifrabile
Quelle giornate che vorresti un autunno inoltrato, per chiuderti in casa e accendere il forno. Cucinare una barozzi al cioccolato, disegnare zucche arancioni e poi la sera stare sul divano sotto una coperta di pile, mentre intanto tutto intorno quell’odore di cucina calda, di cose buone, di sfinente fanciullezza. Invece è primavera. Umida e grigia, ma primavera. Sul terrazzo ho fiori viola, rosa, bianchi, rossi. La Nina è qui che fa le bolle di sapone ed è tutta un saltello. Io ho l’umore come il cielo qua fuori: indecifrabile. Vorrei guardare Glee tutto il giorno, per stordirmi di canzoni e armadietti nei corridoi. Oppure anche ascoltare di continuo Paolo Conte, mentre guido in macchina. E certo Paolo Conte non è roba da primavere. Sarebbe bello se fossero ancora quei mesi in cui ci sono gli alunni da conoscere per bene, lunghe settimane di scuola che si apparecchiano davanti, duemila pagine del registro ancora da firmare. Invece macché. I giorni mi sgocciolano via dalle mani e mi par di soffocare da quanto tutto scorre: una palla di vetro che rotola rapinosa verso la fine, con me dentro. Di solito aspetto il mese di maggio con ansia e molto amore. Quest’anno mah. Quest’anno boh. Quest’anno non so. Vorrei fare come si faceva con le cassette quando il nastro era uscito: infilarci una matita dentro e arrotolare indietro.
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29/03/2011
Giorni così pieni
Guardo la pioggia che scroscia sopra i finestroni e intanto racconto di Verlaine e di Rimbaud e del colpo di rivoltella. Ho caldo; sempre. Anche se l’acqua si rovescia sui vetri e tutti col naso in su che la studiano e pensano agli ombrelli da tirare fuori. Io invece penso ai listelli di legno lunghi due metri, se nella mia macchina c’entreranno sì o no. Poi guido e ho unghie cortissime color corallo: le tamburello sul volante mentre Aretha Franklin canta Don’t play that song for me più un sacco d’altre canzoni che avevo dimenticato. Mi piace parecchio cantarle a bassa voce mentre mezzo spiove mezzo no, il cielo su Bologna un secchio di ferro che rotola di qua e di là, col suo sdung-sdung-sdugudùng. Son giorni così pieni e compressi che finisco per non avere sonno, la sera. Come adesso, che devo ancora lasciar uscire fuori note, passi, facce, mani, sacchetti di chiodi, murene, lampade d’Aladino e cinque sei sette otto. Son giorni in cui vado a scuola con un cambio d’abiti e di scarpe dietro: c’è da provare, c’è da saltare, c’è da mettere in fila i ragazzetti e farli diventare una perfetta macchina da guerra hip-hop, dopo aver lavorato sul complemento d’argomento. Son giorni fatti in un modo che mi fa sorridere spesso. E molto. Trovare per caso della cioccolata fondente ancora da aprire in un sacchetto abbandonato nel bagagliaio della Ka non è l'ultimo dei motivi. Ma anche il sapore della nutella che si scioglie sulla lingua mentre te ne stai ferma in piedi sulla porta dell'aula e li guardi tutti lì seduti per terra, in cerchio, a raccontarsi faccende d'amore. Quel languore scemo all'altezza dello stomaco.
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23/03/2011
Già arrivati qui
Gli Champs-Élysées di via Paolo Costa hanno gli alberi esplosi di fiori rosa e nell’erba fuori dall’aula è tutto un apparire di margherite. Mica me n’ero accorta, che eravamo già arrivati qui. A quei giorni in cui prima hai il piumino e alzarsi alle sette è un pugno in faccia su sfondo grigio; poi d’improvviso strizzi gli occhi contro la finestra, c’è questa luce dappertutto e devi metterti gli occhiali scuri che non sono ancora suonate le otto. Scioccante. Bello. Allora lasci le calze nel cassetto e con una lunga sciarpa di fresie e chiffon guidi la macchina verso un Castorama che ha cambiato nome e in mezzo agli scaffali ti scappa da ridere; oppure stai coi ragazzini all’aperto e li guardi tutti appollaiarsi su irregolari biche di terra come tanti granchi sullo stesso scoglio. Ti piacciono, li senti vicini, ti dispiace che tre di loro non verranno in gita perché così è deciso.
Le mattine e i pomeriggi sono elastici che prendi e tiri come ti pare, in luoghi che ormai senti tuoi, che provi a guardare come due anni fa ma che invece hanno contorni del tutto diversi, più stondati, ariosi. Allora pestavi le stesse scale ma ti si chiudevano i muri intorno. Ti pareva d’essere inghiottita e risucchiata giù, in fondo. Un cupo senso di vertigine se ne stava lì appiattito dietro gli armadi, pronto a pigliarti alla gola. Ora invece apri la porta dell’aula ed entra un sacco d’aria. Saranno le ginocchia nude o il fatto che i tortelloni della mensa non li mangi proprio più, ma una certa lieta trasparenza ha invaso le stanze. Così si respira. Eppure, ecco, in giorni belli come anche questo, fatti di pause pranzo con il sole di sbieco sui banchi e i brownies nascosti dentro gli armadietti, t’accorgi che basta una parola, un taglio di voce, una scalfittura per farti sentire l’idiota perfetta che t’eri dimenticata d’essere. Oh, fanculo.
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13/03/2011
Un bel sabato
Ci sono quelli che il sabato si appoggiano a qualche colonna e si baciano così, ritti in piedi contro il pomeriggio e dentro i cappotti e la gente che passa di lì. Hanno un’età qualunque ma comunque sono giovani. E si appoggiano ai muri scrostati e io lo so quel languore che hanno alla pancia e il lucido degli occhi. Poi passa un tram che devono prendere e allora vanno a casa coi capelli spettinati e chi li vede li vede con lo sguardo perso e il sorriso ebete di chi non ha concluso nulla ma ha ancora tutto da fare. Poi ci sono quelle con la riga nera sotto gli occhi e i leggins e le gambe grosse; loro tengono in mano le bottiglie di birra e bevono attraversando la strada, insieme alle amiche che anche loro ciondolano la bottiglia col polso molle e ridono, spalancano la bocca coi denti brutti e si spingono disperatamente infelici. Poi anche un sacco di gente dai contorni estranei, oscuri. I loro occhi sono pozzi, crateri, voragini. Fanno paura ma sono bellissimi. Dove vanno? Perché son venuti qui? Da dove sono arrivati? Io me ne cammino in mezzo a loro e stringo un sacchetto di vestiti nuovi che metterò, tutti, uno al giorno durante la settimana. Una collana, una maglia con le scritte anche se dovrebbero portarle solo i ragazzini, un braccialetto rosso di rafia e un flacone di Issey Miyake, l’eau de parfum, quello più forte, che nelle ultime settimane mi ha dato un po’ alla testa e mi piace sentire affondando il naso dentro la sciarpa. Cammino verso casa e la notte scende sui tetti e le canzoni mi trapassano le orecchie. Penso che è un bel sabato e che sarà una bella domenica, come infatti è, che ho ballato, mangiato brownies, dormito, cucinato crescentine, bevuto fino a ubriacarmi e preparato tutto per domani mattina.
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31/12/2010
Un anno a cui si è voluto molto bene
Mescolo insieme uova e mascarpone e penso a quest’anno. Che è stato uno dei più belli io mi ricordi. Non è solo per il fatto di essere l’ultimo in cui ho festeggiato un compleanno che inizia per tre, di quelli che ti vuoi tenere stretti addosso ancora un altro po’. È anche per tutto quel tempo libero, quelle giornate da riempire, quelle larghezze che mi si sono spalancate davanti all’improvviso; e io dovevo solo decidere che farne. Per esempio usarle per guardare la Nina crescere, cercando di non perdersi (quasi) nulla. Poi la scoperta di Londra, luccicante e meravigliosa nelle sue strade fredde: sentirsi di maggio come a Natale, per le sciarpe di lana e molto molto altro. E gli amici incontrati in giro, per città tutte diverse e tutte, così mi sembravano, belle. Un sacco di matrimoni e momenti storici. La mancanza feroce, ma usuale, di Middlebury. La musica vecchia e la musica nuova; tanta musica nuova. Il jazz che è mio e i riccioli di Bollani le spazzole di Sferra gli occhiali di Caetano. Ricominciare coi ragazzetti a scuola, con i colleghi, con i registri da completare: l’odore di gesso e sudore che s’infila su per il naso, magnifico. Ritrovarsi di colpo, smarrita, a dicembre e festeggiarlo come si deve, anche con quello sgomento di veder svanire tutto, candeline soffiate sulla torta, fffffffffffff, via, finito. Ma scacciare i pensieri brutti e sciocchi vestite di rosso e cenare tutte composte mentre un tastierista con la bandana suona i pezzacci più soul della Motown. Ci son stati momenti in cui m’è venuto da piangere. E alcune volte era di rabbia ma altre anche d’un irresistibile grumo dolce che mi si scioglieva in gola, tipo quando la Nina mi dormiva addosso mentre intanto cinque negre dentro tuniche viola cantavano Amazing grace.
Sicchè io a questo 2010 gli voglio molto bene, me lo accuccio qui per stanotte almeno e spero che il 2011 non faccia troppa paura. Buon anno a tutti. Godete più che potete.
(Stefano Bollani e Riccardo Chailly Gewandhausaorchester, Rialto ripples. Musica per un anno a cui si è voluto molto bene)
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26/12/2010
Buona sera di Natale
Non me ne sono neppure accorta, quest’anno, di quanto in fretta arrivava il Natale. I tempi lunghi del dicembre scorso si son persi nelle date scritte sul registro di classe - una mensa dopo l’altra, i temi da correggere e i genitori da incontrare. C’è stata qualche nevicata casuale, delusioni da schiacciare laggiù in fondo e illuminazioni che mi sono arrivate addosso come treni: tipo che il tempo fugge e tutto cambia, pensa un po’ te la grande novità. E poi febbre raffreddore nausea stanchezza. Ma alla fine è stato nulla che i tortellini di via Oberdan non potessero far scordare; nulla cui non bastassero i pacchetti con i disegnini a mano per la Nina o le piccole luci nuove, di carta, lungo il corridoio. Quello che mi piace, sempre, di questi giorni, è la voglia di stare in casa che mi piglia; l’arrotolarsi dentro le coperte e guardare Elf o Topolino e la magia del Natale; la musica bella che vuoi sentire. Mi piace vedere i miei, contargli gli anni addosso, abbracciarli e dire Buon Natale!, regalare set da giardino o trovare rossetti sotto l’albero. Ma soprattutto desiderare di essere in nessun altro posto, se non qui.
Buona sera di Natale, allora. E buoni panettoni da mangiare infilando la mano nel sacchetto, strappando quel che viene e sbriciolando dappertutto.
(Ella Fitzgerald, Winter wonderland, in Ella wishes you a swinging Christmas. Canzone per sbriciolare il panettone dappertutto)
23:56 Scritto da: capecchi in lo scialo dei triti fatti | Link permanente | Commenti (3) | Segnala | OKNOtizie |
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06/10/2010
Le giornate si riempiono
L’estate che ai primi di agosto sembrava finita continua invece in queste giornate di bar all’aperto e gambe nude. Si pranza fuori in una Bologna che pare uscita da un Nord Europa qualunque e si siede sotto i portici oppure sopra sedie di ferro color viola, beandosi dello smog e del sole che casca di sbieco sul marciapiede.
Le giornate si susseguono rapide e piene di facce. Ci si era quasi scordati com’è trovarsi ogni giorno una cinquantina d’occhi addosso; e l’odore di chiuso rarefatto che si respira là dentro. C’è il bisogno di riabituarsi. Riprendere con calma i respiri e le rincorse giuste. Il fastidio degli orari e delle carte da scrivere. Buttare là in mezzo pezzetti di sé. Quella solita scemissima commozione che per adesso pare di controllare meglio. E una specie di impermeabilità rustica cui sembra di aspirare ma tanto, poi, figuriamoci.
Le giornate si riempiono di incontri e città e matrimoni. Migliori amici con cui hai diviso camerette come neanche Dawson e Joey. Cassette con gli Slayer e John Waite. Poi vie di Roma percorse a piedi; che ricordavi come fossero calpestate non ieri ma un minuto fa. Struggersi appena di quella bellezza grossa, stolida, in apparenza semplice. Godere la domenica mattina delle strade zitte di Monti oppure lasciarsi fagocitare dalla notte nei taxi sopra i ponti accanto alle luci mentre la testa ripensa a nulla, a tutto.
In giornate così, ti alimenti solo di cappuccini e compri stivali con le borchie amandoli d’un amore carnale, osceno. Attendi l’autunno per sentire il jazz e ti lasci abbracciare forte - le braccia come una morsa – da Vitto, che ormai è diventato magro magro e porta i capelli lunghi legati dietro. Te lo ricordi com’era averlo nel primo banco e sentire che non eri mai sola se c’era lui in classe. Una volta che ne avevi riconosciuto la nuca, al semaforo, non l’avevi chiamato: avevi paura che fosse troppo rivederlo; troppo di tutto. Ma invece stavolta saresti rimasta lì un giorno intero e sai che anche lui lo avrebbe voluto. C’era troppo da raccontarsi, guardarsi, riacchiapparsi: “Ora però la stringo forte forte io”. Io ho detto sì, così lui m'ha stretta e mi è sembrato di scricchiolare. Era uno scricchiolare meraviglioso.
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09/09/2010
Le cose che mi piacciono
Per caso Prince alla radio della macchina, ore otto e trenta del mattino. Lo stesso marocchino coi baffi che vende «Il Carlino» prima dell’Esselunga. La donnina del bar consunto che quando entri ti dice buongiorno, bentornata e ti versa il cappuccino nella tazza alta di vetro trasparente. L’omino delle foglie che ho rivisto venerdì. La pausa pranzo io, la Nina e la nonna a mangiare polpette all’Ikea. Il sole la pioggia il sole la pioggia e gli stivali che dovrò indossare. Progetti di partenze. Il mio nuovo tesserino per residenti zona A da attaccare al vetro della macchina. Canzoni che fanno shalalalalalà. E una nuova classe di ragazzetti a cui presto potrò urlare nella testa. Sono le cose che mi piacciono di questo anno scolastico che ancora non è iniziato.
(Gomez, See the world, in How we operate. Canzoni che fanno shalalalalalà)
16:45 Scritto da: capecchi in lo scialo dei triti fatti | Link permanente | Commenti (2) | Segnala | OKNOtizie |
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