12/09/2011

Dopo un agosto di scarpe chiuse

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Dopo un agosto fresco, di scarpe chiuse, foulard e ombrelli, ecco questo settembre estraneo, questa specie di estate calda e malata. Tutto un soffocare. C’è una brutta luce in giro e la città sembra grigiognola. Ma di certo è colpa mia. Il fatto è che agosto era una casina con le scale davanti al parco, il divano bianco e i pavoni che venivano a trovarci. Holland park avenue che poteva essere un qualunque viale alberato di Roma ma invece camminavi e di lato ti scorrevano Giraffe, Daunt books, Tesco, Paul e Starbucks. Giusto il tempo di entrare, prendere un americano tall e un pain au chocolat. Oppure il bottiglino di latte da mettere in frigo. E il tardo pomeriggio non sai dire la luce che c’era fuori dalla metro, quando uscivi da là sotto, respiravi e ti veniva da sorridere - ogni volta. Pareva d’essere già a casa, giù per la discesa, e c’erano questi cieli spazzati dalle nuvole, il sole che brillava dietro i rami ma con riguardoso rispetto e i muri delle case immacolati. Era bello camminare piano lungo il parco, con le mani piene di sacchetti e una stanchezza buona in tutto il corpo. Stare anche molto in silenzio con in testa la folla di facce tè barche odori hamburger collane leoni piedi biglietti autografi arie d’opera e menu. Non sembrava vacanza; piuttosto un temporaneo sublime intersecarsi della vita con la vita. Chi l’ha detto che vivo là e non qui, dove posso sdraiarmi sull’erba prima di Gerswhin e del tip-tap? Chi l’ha detto che questo giardino con le lucine al numero 26 di Abbotsbury close non è il mio? Ora guardo le buste cadute giù dal buco nella porta sul tappetino d’ingresso e ne trovo di sicuro una con il mio nome sopra.


DSC_4809.JPGInvece poi agosto è finito. Sparita Londra e spariti i tetti di paglia dei Cotswolds, sparite le pecore e la spiaggia di Brighton dai colori assurdi, la cui bellezza non è roba di questo mondo. Settembre eccolo, guardalo. Giorni sfranti, afosi, soffocanti. Sempre sudata nell’aula computer a incrociare quadratini, tutto il quotidiano da ripigliare, la noia di internet, la Nina che sta per iniziare la scuola, l’ansia che piglia alla gola se pensi che tra una settimana, fino ai prossimi tredici quindici vent’anni sarà tutta una caduta a vortice verso la necessarietà. Mancano molto, adesso, i giorni in cui eri sicura che la vita era quella, non ce n’era un’altra; dovevi solo decidere dove mangiare le prossime eggs benedict, in quale parco portare la Nina, quanto lontano tirare il sasso.

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17/05/2011

Istanbul, l'imprendibile


taksim tunel.JPGMentre percorro in taxi la strada dall’aeroporto al centro di Istanbul, mi guardo intorno e vedo Casalecchio di Reno; o i palazzoni del Pilastro; ma anche certi svincoli più desolati dell’asse attrezzato. Poi allo smilzo tassista in giacca traslucida grigia suona il cellulare e dentro la macchina ecco “Lasciatemi cantaaaare, sono un italiano”. Fuori dal finestrino c’è un mare piatto e opaco; più parchi spogli con gente che si scatta le foto o mangia seduta sulle panchine. Prima d’arrivare, ci inghiotte un muro lento di auto - fuori intanto palazzi rovinati, strade affollate, venditori d’acqua e di ricariche telefoniche. Ci passano accanto gli autobus, vecchi, con dentro molti uomini che hanno tutti lo stesso sguardo: quello di chi non va da nessuna parte in particolare, ha mille ore di viaggio alle spalle e potrebbe averne altrettante davanti senza che nulla cambi. Occhi in un’attesa senza fretta, vacua. Occhi senza progetti. Mi sento per un attimo sgomenta ma poi preferisco scollarmi di nero, salire su scarpe da signorina a modo e incamminarmi a Beyoglu per una strada fitta di gente, negozi, luci dondolanti senza che sia Natale.

Il 360 se ne sta lucido e vibrante al settimo piano di un palazzo fatiscente con un tipo lungo e secco e un altro vecchio e grasso che ci guardano dal sottoscala mentre si fa la fila davanti all’ascensore: i due hanno lo stesso sguardo di quelli sull’autobus; ma loro non stanno andando da nessuna parte. Sono  lì, fermi, e non fanno nulla. La grande terrazza del ristorante si apre su tutta la città e forse l’aria fredda di metà maggio, forse il vino pessimo o tutte le persone nuove a cui ho stretto la mano mi fanno sentire bene. Bevo vino, poi tè bollente, guardo la città luccicare là sotto, mangio meze indistinguibili nel buio e dico le mie due o tre parole d’inglese. Sorrido molto. Sorriderò molto per tutto il tempo di questa vacanza.

luci.JPGLa mattina dopo girare per le strade è trovarle deserte, spiare dietro i portoni dischiusi e umidi, guardare l’uomo coi baffi che annaffia la verdura con una pompa. Cercare di non farsi schiacciare dal tram rosso che fa su e giù tutta Istiklal caddesi. Qualche gatto raspa nella spazzatura e Burak ci guida discreto attraverso anfratti e tavolini bassi. Ha una voce buona, occhi attenti, gentilezza: mi piace. Mentre bevo un caffè così denso da smerigliare la lingua, osservo la bambina libano-tedesca seduta di fronte a me e sento più forte la mancanza della Nina: dov’è? Perché non è con me in questa città che stenta a entrarmi dentro? Ma è già tempo di prendere un pulmino, fare all’incontrario le strade con il sottopasso delle biciclette appese e arrivare a Sultanhamet.

Mi aggiro per l’immenso Topkapi e dentro Aya Sofya con tutto quell’oro, le scritte arabe e le volte collassate e poi ricostruite. Io che non seguo una parola delle spiegazioni, mi annoio, non m’interessa sapere chi ha fatto cosa ma voglio solo guardare, chiacchierare, girovagare in questo posto che mi sfugge, inseguire i fazzoletti delle donne, annusare la carne bruciata e l’aspro del pesce. Guardo in su, cerco minareti, cerco cupole stondate e gialle, cerco luci azzurre, cerco l’oriente e lo trovo: ma qua dentro non mi si muove nulla. E’ bello, sì, ma mi piace di più pranzare con il mar di Marmara laggiù sotto, mille accenti inglesi diversi e ancora mille antipasti – le melanzane ripiene, l’hummus sul pane, quei sapori un po’ greci un po’ chissà, il kebab al sesamo. Accanto ho Jarmo, di fronte Graham, più in là Tor, là dietro Kojsto e in fondo Murat. Arriva la fanciulla vestita di veli e porta baklava al pistacchio. Arrivano i camerieri con la giacca scura e versano il caffè da minuscole brocche di rame: lo vedo scendere pastoso e sporco giù nelle tazze. L’aria è piena di leggeri ciuffi bianchi che volano qua e là e si fermano fra i capelli. Quando c’inabissiamo nella Basilica Cisterna, gocciola dappertutto, si scivola, si traguarda oltre le colonne e oltre le luci tremule: è un sottomondo romantico e suggestivo, da cui però non vedi l’ora di fuggire. Vuoi l’aria. Via, via, via. Sicché camminando s’arriva al Gran Bazar. Non so quante strade che s’incrociano, volte dipinte, ciotole di tutti i colori, lampade cappelli tappeti bicchieri pantofole veli anelli scatole pantaloni e collane di poco prezzo, brutte. Ma brutte. Come quasi tutto qua dentro. Eppure tutto insieme, così, un oggetto ammassato sull’altro, quasi ti piace, quasi pensi: in fondo è bello, guarda. Ma, di nuovo, è più bello fermarsi su una pancaccia, una stoffa a righe buttata sul tavolo, ordinare un altro the e parlare. Dietro c’è l’omino delle nocciole; tutto intorno, il sole che vien giù portando una stanchezza assoluta. Non comprendi questo posto ma stai bene, ridi. Che t’importa, in fondo?

 

merenda in barca.JPGÈ però la sera che cominci a capire qualcosa. Cammini per le vie che si sfaldano, in mezzo a matasse di persone che seguono percorsi imprevedibili, l’asfalto bagnato per terra e i locali che scoppiano: allora te ne accorgi. Questa città non ti appartiene, non ti ci riconosci, non ha nulla di tuo. Lo sai tu, lo sa lo svedese con cui parli, lo sa il tedesco che siede di fronte a te a tavola. Ci scherzate tutti un po’ su; ma con dentro, forse, qualche bava di disagio. Sei stata seduta a una lunga tavolata in quell’assurdo posto del Karavansaray, hai visto la ragazza dai milioni di capelli e di fianchi che ballava la danza del ventre, hai cantato e riso e fatto ridere e lasciato tutto il cibo nel piatto. Sei stata - per davvero - felice. Ma non era la città, non era questa musica che non ti piace e questo caffè che al terzo sorso è da buttare. Eri tu. Erano le persone che venivano da tutto il mondo e stavano lì con te. Ecco, sì. La città attraverso il sorriso incredibile del sudafricano e la sagoma vichinga del norvegese; l’accento strascicato del brasiliano e la risata rotonda dell’australiana. Certo, attraversare il Bosforo in barca, col sole e il vento e gli alberi verdi e rosa sulla riva e uno simitçi da addentare non è stato roba da poco. Ma il segreto di questi giorni, insomma, sta tutto da un’altra parte. Istanbul brilla e marcisce lontana da te, del tutto estranea, imprendibile. La sua meraviglia è mostrarti chi sei, quanto ami ciò che hai. Ciò che tieni vicino. La via che scegli sempre di fare.

 

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07/04/2011

Il parchetto


IMAG0220.jpgNon so dire quando abbia preso ad amare il parchetto fuori di scuola. Forse addirittura due anni fa, nei miei arrivi con gli occhi pesti e le notti insonni sulle spalle. Quelle panchine di legno che mi accoglievano, quando spersa guardavo le facce estranee che mi circondavano; quando aspettavo l’ora di rientrare in classe; quando volevo starmene sola a piagnucolare senza nessuno che mi vedesse. Sicché quando a settembre l’ho rivisto, dopo più d’un anno, ho sentito certo qualcosa. Ma poi non c’ho fatto più tanto caso. Adesso invece è da un po’ che lo guardo, lo annuso, ci vivo dentro. E’ bello quando piove, tutto grigio e slabbrato e gocciolante. La fanghiglia s’attacca ai tacchi, le pozzanghere sfasciano l’erba ed è tutto uno scivoloso procedere a tentoni, per non cadere, caracollare giù. Mi piace quando è buio la sera alla fine delle riunioni e le luci delle case più in là traspaiono di dietro a qualche ramo secco e nero. Le colleghe che sgusciano via rapide dentro le macchine: ciao, ciao, a domani. Ma ancor più mi ci perdo adesso. Che arrivo e ogni giorno c’è un colore nuovo, un albero che non avevo visto, settemila verdi diversi e tutti quei rami rosa. Adesso con questo caldo anomalo e il prato pieno di mamme bambini passeggini cani e altalene che vanno su e giù. Quei pomeriggi che esci da scuola e dici: ehi, guarda quant’è bello questo Central Park. Quelle sere che fai per girare la chiave nella macchina e ti colpisce, con imprevisto anticipo, l’odore dei tigli: ma siamo solo all’inizio d'aprile e infatti l’odore sparisce subito e ti lascia lì così, a chiederti se era soltanto una specie di ricordo. Non so quanto amo quei dopomensa a guardare come mutano le forme degli alberi e le attività dei ragazzetti: d’inverno a rimpiattarsi dietro i cespugli, adesso a stendere camicie nell’erba e rimanere sdraiati sotto il sole per lunghissimi minuti. Passerà anche questo insolito aprile estivo, è ovvio, lo so, ma io per ora me lo piglio. Mi inoltro nei vialetti di là dal campo sportivo, aspetto l’ora di pranzo, regolo l’umore su Tony Bennett o Marvin Gaye e guardo di lontano i ragazzi sciamare qua e là: i prati pieni di zaini, calci, grida, risate, sudore, ciao prof! – i prati d’un tratto deserti. Solo io là nel mezzo sopra una panchina. Amo il mio Central park e sapere che per arrivare a scuola devo per forza passarci dentro mi rende felice. Infatti sorrido, allungo il passo, entro in classe. Oppure ne fuggo, nascondendomi dietro file di alberi lucidi e piste da bowling abbandonate.

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05/03/2011

Prisma

Oggi Bologna era un prisma. A ogni svolta mi sembrava d’essere da un’altra parte; e in un altro momento. Per un attimo, quando ho distolto lo sguardo dalla vetrina e ho camminato rasente il muro sotto la misteriosa via De’ Musei, ero a Roma, era dicembre e i sanpietrini sbrilluccicavano per terra. In via Drapperie c’era invece Parigi, c’erano i fiori e il ferro battuto. Poi non ricordo neppure perché, che cosa ho visto o quale odore m’ha presa, ma ho pensato che mi sentivo proprio come quando, un anno fa, camminavo stupefatta per le vie di Londra. E sicché mi son sentita bene, ero dove volevo essere, in un posto che è come lo voglio, per metà estraneo.
Mi piace uscire e prendere possesso della città, dragarla, girare un angolo nuovo per entrare in un negozio vecchio, che conosco. Mi piace camminarla tutta, pensando a cosa mettermi domattina o a quale regalo portare. I caffè che prendo, le facce che incontro, i sacchetti che appendo al braccio e gli autobus su cui salgo: sono tutte sospensioni, buche temporali, varchi. Questo sentirmi a casa in un luogo che non mi appartiene è bello, credo. Specie in giorni come questo, che le strade e le persone sembrano tutte immobili, pronte a diventare qualunque cosa, qualunque posto. Di questa città, alla fine, amo il fatto di non essere la mia.

                                                

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12/11/2010

La città che non esiste

 

DSC05610.JPGOgni volta mi scordo quanto mi manca Firenze. Di fatto quando non ci vado non esiste. Appare dal nulla solo quando sono lì. Esiste in quel momento: ed è allora che mi punge vigliacca la fitta della mancanza.

Ma comunque Firenze è bellissima; soprattutto quando la notte è appena piovuto e le pietre traslucide scivolano sotto i piedi. Oppure quando la mattina ti alzi, apri la finestra e vedi i tetti, il fumo, le colline laggiù e controsole la torre di Piazza della Signoria.

Firenze ha questa cosa di non esserci mai ma di acchiapparmi stretta se mi ci ritrovo dentro. Come l’altra sera che sedevo accanto a un’amica a parlare di genitori e rovesciare acqua sugli appunti. Nel frattempo il Palagio si slargava enorme e antico tutto intorno a noi. Vecchie stanze con tavoli consumati, velluti rossi e il passato che se ne sta lì a occhieggiare, di dietro gli angoli. Voci che tremano un po’. Babbi e mamme sconosciuti o conosciutissimi perché nostri. La Nina brava seduta che ascolta e mi fa ciao con la mano. L’amica che mi conosce meglio proprio di fronte a me.

Poi quando la folla ha finito di bere rum, sporcarsi di cioccolato e farsi firmare libri, si sciama fuori pieni di borse e fiori. C’è ancora tempo per mangiare coccoli e cantuccini. C’è ancora tempo per camminare piano e accorgersi di riconoscere ogni vicolo di questo posto nel momento esatto in cui lo hai appena lasciato.   

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23/07/2010

Vorrei scrivere

Vorrei scrivere tanto su Torgiano e la mia settimana preferita dell’anno. Sulla casa della piscina e sulle stradine in salita, gli ulivi e il tartufo. Tutte quelle notti in cui le stelle sembrano proprio vicinissime, il sistema d’irrigazione parte all’improvviso facendo swisch e c’è una nube d’acqua che brilla fuori di casa. Scrivere solo dei piedi nudi e della pelle calda, della voce di Bollani che canta But not for me e dell’erba un po’ secca e brulla dell’arena Santa Giuliana. Delle volte in cui mi gira la testa per il troppo vino gelato e allora rido e appoggio la schiena indietro sulle sedie. Quell’aderire perfettamente al luogo e al momento. Gli oleandri, le magliette, i milioni di dischi, i costumi nuovi, i libri da leggere e bagnare, la birra fredda, i pomodori e i fichi. Il brillare degli ottoni. I ristoranti dove torno o quelli che scopro. Ma più che altro tutto un crogiolarsi contro il cielo, dentro l’acqua, sprofondati ad annusare, ascoltare, toccare. Un bozzolo di bene dove a volte penso che potrei vivere – a volte, dico.
Poi un po’ vorrei scrivere anche di Milano, della luce, del caldo, delle strade che mi sembrano ogni volta più belle, del soggiorno in penombra sulla piccola piazza newyorchese o della camera con il letto comodo e i grandi palazzi fuori. Milano che è così una vacanza quando ci vado. Riesco persino a camminare sui tacchi, caracollando, dentro abiti neri e rossetti rossi. E’ così bello arrivare, stringersi a una valigia, portare regali piccoli, sciocchi; e abbracciare, baciare, sentire consistenze di ossa, braccia, barbe. Occhi mai visti prima, scrutati; oppure una grana di voce che riconosci, certe parole che cominciano a diventare familiari, la voglia di restare un altro po’ ma invece mi dispiace, via, vado, ciao, ci vediamo presto.

 

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31/05/2010

Una città inchiodata nel tempo

 

porte.jpgArrivi di notte e per quanto ne sai potresti essere a Tangeri, Baghdad, Timbuctu. Colpa del vento; fortissimo. Ma anche delle luci opalescenti là in fondo oltre gli aerei e soprattutto dell’odore inavvertito di terra bruciata che sale su per il naso. Poi c’è la corsa in taxi con gli ulivi fuori. E intorno la città di pietre e d’ombre gialle che s’arrampicano per i muri, grossi. Gente fuori seduta ai tavolini; bicchieri di vino; echi di voci. Quando entri in casa t’assale un freddo antico. Ci sono luci negli angoli, stoffe arancioni sul letto, porte scure e molto bianco. Molto legno consumato dal tempo. E’ bello e strano svegliarsi per il tuo compleanno in un posto che non conosci e a stento ricordi. La piccola riccia arriva ed è sempre piccola e sempre riccia, come l’avevi lasciata quasi sei anni fa in Vermont. Però è ancora più bella; e buffa. Te la senti accanto mentre stai lì a parlare di quel regista che ti fa piangere sempre e mentre gli occhi della Nina son laggiù che ti guardano buoni e zitti per ventiquattro ininterrotti minuti di parole. Festeggi sentendolo anche tu a mezza gola, l’ovosodo di cui stai raccontando agli altri. Ti senti un caldo dentro che non provavi da tempo ma certo non è solo merito del primitivo; e neppure della tria. Stai bene, ti trovi in un posto che per qualche ragione ignota è quello di cui avevi bisogno adesso: un tetto fra i tetti, delle sdraio in mezzo ai gerani, una quantità degna di ricordi, torte fatte a mano per colazione e finestre verniciate di rosso. Che meraviglia brindare con vino bianco e seppie ripiene, soffiare sopra al solito piatto di orecchiette al pomodoro per la Nina e sentire in sottofondo una voce che bilancia in modo perfetto l’entusiasmo della festa con lo struggimento: canta Fossati e non senti bene le parole ma solo quel graffio sul microfono da uomo che porta la barba e si accarezza il mento.

 

 

 

DSC02912.JPGI festeggiamenti vanno ben oltre il tramonto immobile sul mare e si taglia la città dei terrazzi e di tutte quelle rondini con un trenino, guardando in su, ridendo e finendo per mangiare sotto a grifoni, draghi e strane forme d’altri animali, tutti bianchi. Una tazzina piccola a fiori e delle irregolari palline fritte di cui non ricordi il nome, ma sai che dentro sentivi la menta. Questa città vecchia, misteriosa, a tratti molto sporca e cadente, ma sempre come inchiodata nel tempo, è giusta per ritrovare vecchi amici e ricostruire una Middlebury distaccata di abbracci e ti ricordi quella volta che. Tutti vestiti eleganti sotto le lampade fiorate della villa, in mezzo agli specchi, a portate infinite di cibo e al suono di tamburi. La Nina balla tutto il tempo, il vino viene versato più volte e ti senti in una specie di gattopardo in cui tutto è cambiato per restare com’era. Questo senso di tempo fermo non ti dispiace affatto. Anzi ti ci tuffi dentro, ci anneghi. Infine si sciama nella notte ambrata. Ci si abbraccia, si toccano giacche, si stringono mani, si gira intorno alla villa dopo essere scese dai tacchi. Furtivi si entra nella casa coi lampadari di vetro rosso. Si dorme coprendosi bene. Domani c’è ancora da festeggiare, una città fantasma da attraversare a piedi nell’ora del dopopranzo. In giro solo silenzio e finestre chiuse. Tutto è nostro.  

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17/05/2010

Ancora a Londra

Londra stavolta era piena di fiori e di freddo e d’elefanti. Orangerie.JPGDi sciarpe di lana avvoltolate addosso ma inutili, piccole. Di stanchezza la sera, di fagotti nel letto e servizio in camera. Di bisogno di tempi larghi; e pieni. Si usciva la mattina infilandoci da Eat, una luce calda e il croccare morbido della pasta del croissant sotto i denti. Poi la ruota, i dinosauri grossi, i menu con pasta al pomodoro e i palloncini attaccati al passeggino. La città m’è sembrata meno mia e la cosa m’ha un po’ ferita; ma comunque andava bene perché piuttosto invece era un posto dove ci trovavamo a ridere, arrabbiarci, commuoverci, spazientirci. C’era, la città, ma stava lì più distante rispetto a quando me ne andavo da sola per ristoranti e caffè, tavolini su cui scrivere e passi veloci. Ricordavo superfici nette, angoli, vetri e l’amplificarsi tangibile d’ogni sensazione. Sono invece scivolata addosso a rotondità, sfumature e mollezze da dopopranzo. Era tutto più un enorme parco giochi, un magico ottovolante, una fiera di paese che andava esplorata per scoprire dov’erano i burattini o la banda che suonava. I tamburi o le fate. Tutto, sempre, si trovava. Del resto i giardini si aprivano misteriosi e bellissimi mentre il glicine pendeva dalle nuvole come in un libro della Hodgson Burnett. Poteva capitare di svoltare l’angolo e trovare un segreto, un’altalena, un pavone; oppure un nuovo museo dove dormire, un divanetto caldo su cui svegliarsi e fare merenda con la torta al cioccolato di Peyton and Byrne – che sarebbe come a dire prenditi un pezzo di paradiso e mangiatelo a morsi.

 

 

Somerset house.jpgIl vento tagliava le facce e le mani, spazzava nuvole gonfie e mutevoli, non permetteva di sdraiarsi sull’erba o pranzare sui tavolini che guardano il lago; ma rendeva il cielo d’una bellezza sfolgorante, sfacciata: tutto quel muoversi di bianco e grigio sopra l’azzurro, il verde, il magenta, il rosa. E sotto i cani e i bambini della scuola in uniforme e le mamme in ballerine e la gente che correva, magliette corte e gambe nude, livide. I ragazzini biondi di trent’anni bevevano i loro caffè Costa dietro il vapore del bicchiere di cartone ben stretto fra le mani e le bambine vecchie col velo sulla testa si lanciavano giù dagli scivoli e dalle carrucole, gridando di gioia. C’era sempre una matita nuova per colorare e piccole dita che stringevi forte, fra le tue gelate, e un altro voglio le patatine da accontentare. Il lungofiume era una sala da ballo e Covent Garden un luogo in cui perdersi e ritrovarsi, correndo dietro a misteriosi altissimi clown o alle treccine fitte di un nero in bombetta e abito rosso gessato.

Così mentre fissavo la luce della candela giù nella cripta piena di musica mi sono accorta che questa Londra non è stata la fiammata improvvisa e rapinosa della prima volta, ma una scintilla inavvertita, calda, di quelle che - di certo – finiranno per durare molto a lungo.   

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01/05/2010

Un vestito stretto

Quando son qui mi succede sempre di sentirmi dentro a un vestito stretto. Sgomito, mi stiro il collo, ho il fiato corto. E mi fa male questo senso di non corrispondenza. Il freddo che mi tortura, facendomi provare un acuto senso di colpa, e il passato che m’acchiappa, le vecchie foto, la vicina, l’amato gatto, le mattonelle variegate per terra. Mi piace uscire fuori sul terrazzo, quello sì, e vedere il panorama che ho visto per trent’anni; respirarlo. Montagne basse, alberi, l’abbaiare dei cani, il sole da prendere sulla sedia bianca e le gambe nude. Il fuori mi spaventa. La città è un buco, le persone le guardo e non le riconosco, l’accento non mi sembra il mio; ma lo è. Desidero fortemente la casa col terrazzo sui binari. Penso al gracchiare dei treni con l’intensità che si riserva agli amori lontani. Sto male a pensar queste cose, a dirle. Poi però dopo un paio di giorni mi passa. Mi acclimato, mi riaccomodo. Mi sistemo qua dentro, mi scavo una tana, cerco di non rivedere nessuno che conoscevo, ripercorro le strade che amo – se posso col finestrino aperto, e con la musica, come stasera. Così ripiglio a respirare. Allora posso uscire e andare dalla mia amica che domani parte. Poi tornare a casa col gelato del Monterosa sul sedile dietro, passare per via di Bigiano e come al solito pensare a quella volta che c’erano tutte quelle lucciole e a quell’altra dei fuochi d’artificio – quella manciata di episodi memorabili della propria vita, fatti di nulla. Infine rientrare, mangiare la pizza di babbo e mamma, essere antipatica e sgarbata come lo si è solo coi propri genitori.
Questo posto in fondo sono io. Ma riconoscerlo, ogni volta, è così faticoso.

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17/03/2010

A Londra

 

A Londra tutto è lucido. Non c’entra che il cielo sia spesso grigio. DSC00217.JPG

I confini sono netti; e anche il grigio ha una forma, lassù. Non c’è indistinzione di profili, spazi, colori. I rossi sono rossi e i blu sono blu. Tutto va a colpire là dove deve, per lo più in maniera imprevista.

Ci sono strade la mattina presto che sono zitte e tagliate dal sole a strisce. I camion scaricano qualcosa, poche persone sui marciapiedi, i negozi ancora chiusi, il freddo buono di prima delle dieci. Trovi allora piccoli posti dove mangiare croissant francesi mentre leggi oppure altri dove il vetro è appannato, gli uomini escono con sacchetti pieni di pane e l’unica cosa da fare è addentare bagel al formaggio guardandosi nello specchio annerito; ma soprattutto sperare che quei cucchiaini immersi tutti nella stessa acqua sporca vadano bene per mescolare il caffè nel bicchiere di polistirolo.

Il cielo stupisce. Azzurri intensi, bianchi gonfi, rosa striati. E infatti sono i posti da cui il cielo si vede bene, quelli che ami di più. Le bolle sospese sul Tamigi e le finestre che affacciano giù, i tavolini accanto al vetro, i tetti e le piazze ordinate sotto. Specchi, vetri, brillii, acqua, il fiume che passa là in mezzo, scie di barche, fumo. Sopra la National Portrait Gallery bevi vino e mangi pane caldo all’uvetta con burro morbido; in cima a Fortnum and Mason lasci freddare un doppio macchiato; al settimo della Tate intingi pane nell’olio e ti scatti una foto con dietro il Millennium, St Paul e la gente portata via dentro i cappotti, giù in basso.

 

 

DSC00543.JPGC’è spesso molto vento. E molto freddo. Camminare lungo il fiume, lucidarsi gli occhi di ponti altezze prue lontananze pensieri chiede il suo prezzo: sono lame sulla faccia. Ma poi una stradina nascosta e un’altra e quel piccolo pub buio e i tavoli in legno con la candela sopra e il double chocolate brownie la poltrona in velluto verde la sciarpa appoggiata sulla sedia. Tutto ha un motivo, figuriamoci il freddo.

Londra è la città degli incontri anomali. Magari riconosci qualcuno che hai visto solo in foto, per caso fermo in piedi davanti a un museo, e lo saluti come uno di famiglia, ti fai trascinare da lui su scarpe di gomma e in locali bianchi, ridi e scuoti la testa. Ma anche scendi da un taxi e la prima faccia che t’appare è un amico di quell’estate lontana che ti è sempre rimasta appiccicata addosso. E infatti ti lasci abbracciare e lo abbracci forte, a lungo, non ti passa il sorriso, gli parli come se fossero cinque giorni che non lo vedi, e non cinque anni. Vi muovete per una Londra gelata, in cui non riconosci nulla se non qualche piazza, qualche cappello, e per tutto il tempo senti una specie di groppo, di malinconia ruggente e grossa, che ti cammina addosso, ti calpesta, ti lascia strapazzata, esausta, piena. Sei a casa. Però soprattutto è la città degli incontri che già sapevi, i polsi che conosci, quei momenti in cui resti ferma, immobile, ascolti se ti sta esplodendo qualche organo, dentro, o se tutto è ancora in ordine e puoi riprendere a respirare. Lo fai, riprendi. 

  

Nessuna musica ti porti dietro. Vuoi quella che ti si pianta negli orecchi. la fromagerie.JPG

Vuoi il mind the gap, le canzoni idiote da grande magazzino, le sirene e lo sferragliare. Il silenzio irreale dietro la prima svolta. Vuoi la ragazza che canta in francese mentre ti dà il pain au chocolate. Vuoi i dialoghi rubati sulla metro. Vuoi la batteria e il rumore di bicchieri misto alle lucine rosse dentro al Ronnie Scott’s. Vuoi tutto. Lo pigli. Te lo bevi.

In quell’aria lucida di Londra ti restano impigliati nei capelli gli odori della cucina cinese e le scie di caffè; quel profumo di lavanda e di cotone di certi negozi. Cammini da sola per ore, compri tazze, borse d’argento usate a Shoreditch, dischi, libri e due vestiti, uno rosso e uno viola. Stai bene. Sei tu. Ti perdi dietro un muro a colori o invece piuttosto agguanti la città per la coda e ne fai quello che vuoi. Nell’albergo quando vieni via lasci in omaggio i tuoi stivali vecchi e consumati. Che poi sarebbe come dire che lasci lì un pezzo di te.

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