01/03/2012
E la luna è una palla ed il cielo un biliardo
Non lo so che mi piglia, adesso. Stamani a scuola, sarà stata l’una e mezzo, il collega di matematica viene e mi fa leggere un messaggio che gli è arrivato sul cellulare: è morto dalla. Così, tutto minuscolo. Non sento nulla - dentro. Esco fuori e c’è il sole, i ragazzi si rincorrono, l’aria è profumata di quella cosa indefinita che fa venire a tutti voglia di non tornare in classe, chiacchierare, mettersi occhiali da sole e provare a sentire come si sta con meno vestiti addosso. Una giovinezza sfrontata ci passa davanti e noi non ce la facciamo ad entrarci dentro, fermarla.
Mentre guido verso casa dalla radio esce 4 marzo 1943. Ho i finestrini aperti , canto e mi accorgo che la so tutta. Non so bene perché, però la conosco a memoria. Quando l’ho imparata? Chi me l’ha fatta sentire la prima volta? Bernardo? Era lui? Non lo ricordo; ma so che per qualche motivo era importante anche se ora l’ho dimenticato. Dopo mi metto ad ascoltare canzoni, senza ordine. Arraffo dove posso, in un tempo lontano che mi viene in mente a sprazzi. La mia mamma che cantava Ma come fanno i marinai e io piccina che mi ci cullavo dentro. Non capivo niente di quello che voleva dire però c’erano dentro Genova e New York e le zanzare e nessuno che ti chiede come va. La volta che il Maestro al pianoforte cominciò a suonare Caruso e io avevo paura ma la cantai lo stesso, un po’ storta, un po’ stonata, un po’ senza voce; eppure tutti rimasero zitti e si commossero, in quella estate americana che sembra non essere mai esistita ma che io non scorderò più. E Balla balla ballerino che doveva essere la sigla di qualche vecchio programma ma chissà qual era e quando e come mai ora mi pare che fossero sere bellissime quelle in cui la sentivo arrivare dalla televisione. Poi c’era L’anno che verrà che si suonava alle medie. S’imparavano gli accordi alla chitarra oppure si faceva finta di non conoscerli per far suonare quello più grande sulla spiaggia di sera seduti sulle sdraio umide e con la espadrillas ai piedi. Quelle notti di quando tu eri quella che cantava bene e lei quell’altra che alla fine si alzava e se ne andava abbracciata al chitarrista. C’erano quelle canzoni così, con la luna che è una palla ed il cielo un biliardo, che non sapevi di avere imparato né amato, finché non le risenti ora e ti ritrovi a piangere rannicchiata sul divano. Forse le grosse scarpe e la poca carne, forse l’aria da commedia americana o un tempo che a riascoltarlo t’accorgi finito per sempre. C’era – non c’è più. Sparito. Sicché ecco, adesso mi piglia così. Che mi viene da piangere e cantare vecchie canzoni. Mentre la luna in silenzio ora si avvicina e con un mucchio di stelle cade per strada.
18:58 Scritto da: capecchi in mancanze | Link permanente | Commenti (4) | Segnala | OKNOtizie |
Facebook
03/10/2011
Gli orecchini che m'hai regalato
Un enorme cagnone nero, la risata che avevi, le piante che non ho fatto in tempo a vedere. Poi i dischi di Brad, il nostro primo abbraccio e un meraviglioso paio d’orecchini che m’hai regalato ma non potrò portare mai: non ho il buco alle orecchie, ecco. Sicché scusa se non te l’ho detto prima.
Mi mancherai, amica mia.
20:10 Scritto da: capecchi in mancanze | Link permanente | Commenti (1) | Segnala | OKNOtizie |
Facebook
31/03/2010
Canzone di una perfetta giornata di luglio
Ci son stati dei giorni d’estate in cui non si faceva che ascoltare Fred Buscaglione e Nicola Arigliano. Oltre a bere sangria, allungare gli occhi oltre la sgiacuzi e sentirsi accolti nelle proprie debolezze. Eravamo lontani, laggiù in America, a parlare di Giovanni Giudici o guardare film di Fellini. A fuggire, più che altro. Un po’ da tutto. Allora era bello prendersi un giorno, chiudersi in pochi in una casa bellissima e nascosta nel verde, tutta bianca, di legno, dolce nella memoria; dolorosa nella memoria. Si stava lì e ci si voleva bene. La piccola riccia si struggeva, il giovane ragazzo dagli occhi che lanciano coltelli era un perfetto padrone di casa e ci accoglieva con quello che lui sapeva fare bene: barbacoa e bicchieri mai vuoti. Più molti sorrisi, naturalmente. Gettati di sbieco o diretti. Bellissimi. In quel posto c’era una pace trattenuta difficile da spiegare. C’era un profondo senso di vicinanza, uno straordinario strappo nelle nostre vite che noi ricucivamo lì, zitti, intenti a mangiare patatine e humus, le fronde degli alberi sopra. Qualcosa di molto vicino alla felicità, allo smarrirsi dentro una casa appena trovata eppure tua. Per me Arigliano sarà sempre tutto questo. Sarà sempre quel momento in cui Bluemoon allagò l’aria e qualcuno lo disse: sono quelle giornate in cui senti che l'estate sta passando attraverso le tue mani. Ed era proprio così: la consapevolezza dell’estate, del bene e del momento perfetto ci arrivò addosso all’improvviso; ci tramortì e ci rese felici e malinconici tutto insieme. Non c’eravamo mai voluti bene come allora. E per fortuna lo sapevamo. In quella perfetta giornata di luglio.
(Nicola Arigliano, Bluemoon. Canzone di una perfetta giornata di luglio)
12:36 Scritto da: capecchi in mancanze | Link permanente | Commenti (3) | Segnala | OKNOtizie |
Facebook
15/02/2010
La casa bianca
Sono tornata nella casa bianca con la finestra sulla piazza. Mi son chiusa dentro l’ascensore di ferro pesante e ho aspettato di sbucare su, entrare dentro e sentire quell’odore inconfondibile. Fatto di pelo di cane, biancheria pulita e caffè. Un odore buono. Per due anni l’ho sentito tutte le settimane. Mi piaceva molto. Io arrivavo, il ragazzetto mi apriva e sorrideva. Poi si andava in cucina a fare latino. Frasi, versioni, ripasso dei verbi, chiacchiere, il cane sotto il tavolo, il fratellino piccolo che rubava le caramelle, cellulari da non guardare. Era un’ora bella. Qualunque umore avessi, qualunque orribile giorno mi avesse fatto venire gli occhi pesti e piegato gli angoli della bocca all’ingiù, io andavo lì e ridevo. A volte entravo dentro che ero mezza morta; ne uscivo quasi mezza viva. Era un posto caldo da cui guardare giù. Correggevo un deponente e intanto mi scaldavo. “Prof, mi dica dei verbi. Sia cattivissima. Scommetto che non ne sbaglierò uno”. Allora io ce la mettevo tutta per farlo sbagliare; ma lui non sbagliava mai. Sicché oggi son tornata lassù. Lo stesso bianco, lo stesso profumo, la stessa piazza sotto – enorme e vuota. I cuori attaccati in cucina e i ritratti del cane nell’angolo. Il caffè era appena fatto, come sempre, perché prima che arrivassi il ragazzetto da scuola aveva chiamato la mamma: “Mi raccomando, falle il caffè”. Poi quando è spuntato anche lui dalla porta ho dovuto allungare le braccia parecchio in su, per riuscire ad abbracciarlo. C’è questa tenerezza scomposta, dolciastra, nel rivedere le loro ossa allungate, quei volti modificati in mascelle squadrate. Ciascuno di noi dovrebbe sempre avere a portata di mano dei gusci morbidi in cui rifugiarsi, intagliati dentro qualche città; e dei visi che quando li vedi ti mostrano il tempo che è passato. Quella casa bianca è uno dei miei. E mentre uscivo di lì ho pensato che non c’è niente di più straziante della vicinanza per farti sentire la mancanza di qualcuno, di qualcosa. E’ quando sei lì, vicino, che senti quanto tutto ti sia mancato, in ogni singolo momento in cui pensavi ad altro. E’ quando ci sei dentro che non ci puoi credere, di avere per lungo tempo fatto a meno di tutto quel tiepido senso di conforto, di bene, di appartenenza.
21:10 Scritto da: capecchi in mancanze | Link permanente | Commenti (3) | Segnala | OKNOtizie |
Facebook
19/01/2010
Mare
Qui oggi c’è un sole pieno. A me è presa la voglia improvvisa – e fortissima – di essere al mare. Ma non tutti i mari. M’è presa la voglia di una di quelle città tipo San Vincenzo. Anzi no, meglio, Viareggio. Il lungomare forse deserto e i vecchi alberghi dall’aria sciupata; le casine consumate dell’interno oppure le ville con tante piante dentro. Nel naso un odore che punge. Però me n’è venuta voglia non nel modo in cui si desidera il mare d’inverno. Piuttosto come pensi a un’altra vita: abitare là, avere un cane, portarlo sulla spiaggia, comprare il pesce in qualche negozio che conosci e cucinarlo per pranzo, in una cucina al primo piano che abbia una finestra sulla strada. Un posto dove trascorrere giornate quasi senza tempo, aspettando con odio trattenuto e timore, persino, l’estate che viene e amando invece molto le giornate come queste, lucide, trasparenti, solitarie; capaci di aver sistemato un bel miracolo di piccole dimensioni proprio dietro quella svolta là nel porto.
09:47 Scritto da: capecchi in mancanze | Link permanente | Commenti (3) | Segnala | OKNOtizie |
Facebook
14/10/2009
La casa del barbacoa
La casa del barbacoa è stata venduta. Ormai la notizia l’ho digerita da tempo. Eppure quella casa per me resta nostra. Della nostra estate in Vermont. Di quei pranzi del sabato ad arrostire salsicce e bere sangria prendendola da pentole enormi dove avrebbe dovuto bollire l’acqua per la pasta. Resta il luogo della fuga controllata e dell’isolamento; un isolamento condiviso, dunque pieno di calore e di lunghissime partite a poker. Nico e la Cri mi mancano sempre. Penso sempre a loro. Certo anche gli occhi pastosi di Rob e i cappellini di Joe mi mancano; ma tanto Joe lo vedrò presto, lungo e dinoccolato e tutto preso dai suoi tipi loschi con le pistole. Mi manca pure l’aria svagata della Claire, che si vedeva che stava lì ma era sempre da un’altra parte. Mi manca la pizza formaggio e funghi di Flatbread e guardare dallo spioncino dell’appartamento privato se arrivava qualcuno, bere dai bicchieri rossi grandi di plastica e per la prima volta vincere a poker ed essere felici. E poi “perché non andiamo a fare il bagno nella sgiacuzi?”; nella notte, nella pioggerella fina, nei bicchieri di vetro massiccio riempiti di gin-tonic, nei capelli bagnati, nei vestiti bagnati, nel sonno improvviso e ciclopico che prendeva tutti quanti. Non ricordo un posto al mondo dove mi sia sentita così parte di qualcosa. Ero lì, con loro. Loro definivano i miei contorni e io i loro. Dopo le lezioni e gli appuntamenti di rappresentanza si usciva la sera e si andava da Mr.Up’s o magari dai Tre fratelli, in quel buco di paese dove non c’era nulla – ma dio se io lo amavo; e quanto. Non c’era nulla al di fuori, non vedevo gli altri, gli altri non erano che schegge nella nostra compattezza buona, solida: infatti poi alla fine ci si rifugiava nel salotto segreto a guardare libretti con le foto o semplicemente ad ascoltare la musica dal computer di Roberto, che mandava Rocky racoon, Hey Joe e Son of a preacher man. Mi mancano loro, sono un pezzo di carne che ho perso e non capisco bene perché, visto che io li sento sempre quaggiù incastrati nelle mie costole. Mi manca quel sentirmi protetta, perduta e libera insieme. Saper di poter prendere una macchina e viaggiare per strade di curve e di verde, fino a Boston. Salire su un tetto, coprirsi con una coperta e guardare giù le luci della città nella notte, con un vino spagnolo a scaldare le mani, lo stomaco, forse i dolori, le domande: “Sono uno stronzo, vero?” “Ma no, no che non lo sei”. Mi mancano così tanto i giorni a Burlington a fare acquisti e mangiare negli sporchi diner, perdere il portafoglio, tornare a prenderlo e per la strada mangiare bagel con salmone e formaggio e bere caffè lungo.
Ma mi mancano soprattutto la piccola riccia e il ragazzo dagli occhi che lanciano coltelli. L’ultima volta che ho visto lei era un maggio, si mangiava insieme, si sbriciolavano ricordi e si cercava di non ferirsi troppo con le parole. L’ultima volta che ho visto lui era qui e mi metteva sopra una coperta di lana colorata mentre io mi addormentavo sul divano, troppo sgomenta per dirgli grazie. Della coperta e di tutto il resto.
(Son of a preacher man. Canzone del poker e del salotto segreto)
11:46 Scritto da: capecchi in mancanze | Link permanente | Commenti (7) | Segnala | OKNOtizie |
Facebook
26/06/2009
Angeli e zombie
Alle elementari giocavo alle Charlie’s Angels. Io ero Kelly e la bambina bellina bionda era Jill. Oggi mi son chiesta se la bambina bellina bionda se ne ricorda ancora, se c’ha pensato anche lei a quando decidevamo ruoli e scene da rifare. E mi son sentita triste, un po’ dimezzata, alla fine di qualcosa che era poi la fanciullezza. Muore Farrah Fawcett e a me si sfalda un pezzetto di passato, di quello lontano lontano, fatto di mattine nel cortile delle suore a chiamarsi con nomi che non erano i nostri e fare la pistola con tre dita. Avevo questo quadernetto dove appiccicavo tutti i ritagli sulle Charlie’s Angels; e i pomeriggi a casa erano così semplici, leggeri. Il tempo in cui si facevano i compiti sul tavolo di cucina. Pure la luce che c’era mi pare, nel ricordo, brillare diversa. Così mentre me ne sto qui a sentirmi preda di una mancanza sciocca per quella luce, ecco che muore Michael Jackson. Le sue canzoni le mettevo al jukebox: sembra pazzesco ricordarlo adesso. Esistevano luoghi in cui c’erano jukebox e potevi scegliere una canzone e la canzone che io sceglievo era Billie Jean, perché a me quella piaceva fra tutte – lui le sue scarpe bianconere e la strada che s’accendeva sotto i piedi. Muore Michael Jackson e sparisce il quando io dovevo ancora fare tutto ed essere tutto, quando potevo sentire una gioia quasi fisica per la risata finale di Thriller e provare il balletto degli zombie senza sentirmi idiota. Io lo ballavo, imparavo a memoria i testi presi da “Tv Sorrisi e Canzoni” e mica mi rendevo conto che quello lì col calzino bianco faceva una musica che, diamine, era musica per davvero. Un pazzo furioso e raccapricciante a vedersi, che avrei fatto sentire più di vent’anni dopo, in una classe, trattenendomi a stento dall’improvvisare un moonwalk davanti alla cattedra: ascoltate questa roba, ragazzi. E’ un po’ di America, ed è La Musica. E loro a muovere a destra e sinistra le teste e tamburellare le dita sui banchi, zitti, belli, giovani, vent’anni dopo di me.
Così oggi scompare qualcosa di più di un angelo di Charlie e di uno zombie pop e nero. Scompare quella luce che vedevo dalla finestra quando facevo i compiti e il tavolo di cucina e la paura degli occhi gialli alla fine di Thriller; e accidenti io non mi ricordo nemmeno più che moneta ci mettevo, dentro a quel juke box nelle estati calde e stupide della fanciullezza.
02:16 Scritto da: capecchi in mancanze | Link permanente | Commenti (5) | Segnala | OKNOtizie |
Facebook
06/12/2008
E ti ricordi, amica mia
E ti ricordi, amica mia, che freddo faceva quella sera a Trastevere quando ci s’infilava svelte in piccole librerie dopo cena e com’era tenero il tassista che ci parlava di Leopardi e del Sabato del villaggio?
Ti ricordi la pioggia della domenica e la pienezza bella del negozio con gli addobbi di Natale dove ci siamo prese dei regali anche per noi perché così era giusto?
E il sacchetto di caldarroste te lo ricordi? Pippo preso per la Nina, la camera stretta e caldissima dell’albergo che un po’ ci pareva d’essere in gita scolastica, col pigiama nuovo e le ciabattine per bene e le salviette struccanti appoggiate nel bagno.
Le macchine nel buio tutte in fila lungo il fiume e i fari bianchi e rossi sotto gli alberi e noi là dietro vicine, zitte, ad assorbire dicembre più a fondo possibile.
Ma sì, te lo ricordi vero quanto tutto era sospeso e memorabile nella semplicità aspra del non capiteranno mai più due giorni così?
E le foto di noi due fatte col braccio allungato e i vestiti belli oppure gli occhi stropicciati di sonno te le ricordi di certo, perché stanno sempre qui, di fronte.
21:53 Scritto da: capecchi in mancanze | Link permanente | Commenti (1) | Segnala | OKNOtizie |
Facebook
16/11/2008
Da qualche parte
Siamo a metà novembre. Natale è già qui. La Nina cresce e chiacchiera. Dice cose come: “Mamma mi racconti di quando ero nella pancia e sentivo la musica di dosonscrìc e tiravo i calci?”. Poi mi abbraccia e mi butta i baci dalla porta. Io lavoro. La mattina mi alzo presto; tutti i giorni della settimana. Vado a scuola, mi arrabbio o gioisco. Rido parecchio con i primini. Ho con loro dei riferimenti tutti speciali, nostri, che probabilmente fuori di lì nessuno capirebbe; ma noi sì, li capiamo e ci divertiamo. Torno a casa e scrivo questo ultimo ultimissimo volume della grammatica. Ho il mio ragazzetto di ripetizione nella casa bianca affacciata sulla piazza. Rido anche con lui, di tante cose sciocche. Vado a qualche cena di colleghe che non vedo più. Bevo vino. Ascolto musica che mi presta la collega nuova dalla risata aperta. Tipo Bach del Trio Loussier o la West side story di Oscar Peterson: mi piacciono. Scopro che altri colleghi hanno suonato con Dizzy Gillespie. Qualche volta cucino. Guardo Mariano Giusti che prega con lo stagista Alessandro e rido, rido, rido molto anche per questo. Infatti nel complesso piango meno di qualche tempo fa. Certo, mi mancano molte cose, molti posti, molte persone. Ad esempio un cappotto come si deve, New York, un albergo in montagna, la Cristina, Nico, Gianni, la Stefania, Joe, la Simona e tutti gli alunni che m’hanno voluto davvero bene. Ma forse son mancanze buone. Da qualche parte quei posti ci sono. Loro, soprattutto, ci sono, io lo so. Da qualche parte ci sono. E può darsi che prima o poi riesca pure a trovare il cappotto che voglio.
(Oscar Peterson trio, Somewhere, in West side story. Musica per quello che, da qualche parte, c’è)
18:25 Scritto da: capecchi in mancanze | Link permanente | Commenti (3) | Segnala | OKNOtizie |
Facebook
02/09/2008
Sono andati via
E’ difficile resistere alla Nina che mi si affianca, tocca la foto sul muro, quella dei ragazzini truccati da dannati in Montagnola, li guarda, guarda me e poi mi dice: “Mi mancheranno tanto, mamma”.
Anche a me mancheranno. Tantissimo.
A scuola, stamani, alla nuova scuola, quel parco e quell’aula senza finestre e quelle facce nuove e quei non colori di natura di fine estate intorno: tutto mi sembrava estraneo. Mi sentivo tagliata fuori, da un’altra parte. Mi sentivo fredda, distaccata. Vuota. Ho camminato sentendomi sola attraverso il vialetto con le foglie sgualcite per terra. Ho aspettato un po’, alla fine del collegio, seduta su una panchina: un tentativo malriuscito di appropriarmi di spazi diversi. Poi mi sono alzata e ho camminato di nuovo lungo il vialetto fra gli alberi. Un uguale senso di vuoto mi è piombato addosso. Un’estraneità totale e ottusa. Cattiva.
In queste settimane mi hanno fatto piangere un messaggino di un alunno riccioluto ed amato, i saluti di un giovane chitarrista punkrock, le parole di bimbe che mi hanno voluto bene, qualche stretta di mano o sorriso di genitore incontrato per caso fuori dalla stazione.
Io lo so che fra un mese, fra due, fra sei avrò trovato nuovi occhi da guardare, voci di ragazzini da placare e aule a cui mi affezionerò come fossero casa. Ma adesso, dio, adesso mi sento persa. E sola. Mi sembra di non stringere nulla, fra le mani. E quando la Nina li guarda, con quelle facce infreddolite e buffe appese al muro, e mi dice: “Mi mancheranno tanto”, cos’altro posso fare, io, se non dire “Anche a me”? Cos’altro se non piangere un po’ e rispondere “Perché sono andati via” a lei che mi chiede: “Perché le lacrime?”.
17:39 Scritto da: capecchi in mancanze | Link permanente | Commenti (9) | Segnala | OKNOtizie |
Facebook













