10/09/2007
Sempre
Mi manca di continuo; mi manca troppo. Non c’è nulla che io possa fare per evitarlo. Il pensiero di quel perduto paese lassù nel Vermont è sempre lì, che mi fa arrotolare nella nostalgia. Non è che ci pensi sempre, ma ci penso sempre. Sono finita a rileggermi qualche vecchia memoria middleburiana e sono ricascata giù di testa nel verde e nell’odore di concime ed erba che mischiati insieme erano così nauseanti e dolciastri ma in fondo piacevoli, caldi, rassicuranti. Poi ho seguito un link che m’ha portato a Frankie. Ommioddio, Frankie. Come si fa a non pensarci, a quei due giorni lì, a quegli amici lì, che vorresti avere qui ora, ora subito, ora e sempre, e partire ogni giorno con loro per Boston, sporcarsi d’aragosta e maledire una sangria troppo cara. Come si fa d essere così stupidi da mettere Strangers in the night perché quella mattina in cui siete partiti c’era e tu non te lo scorderai mai. Ecco, allora certe cose non se vanno mai via, se ne restano lì, rintanate, a torturarti e addolcirti. Un’estate come la volevi, persa in beveroni che qui non bevi, instupidita di stanchezza e di sonni perduti perché quando c’è da stare insieme e ridere e tessere amori e insegnare a qualcuno come si tocca una ragazzetta allora chi va a dormire più, che bisogno c’è di farlo. Così finisce che ogni dettaglio, ogni respiro fatto e ogni long island preso si stratificano nella tua pelle e ciao, aggrovigliati in una memoria tenace, profondissima. Quel posto lì mi manca sempre e lo vedo invece lontano, impossibile da raggiungere un’altra volta. Non c’è nemmeno più la casa del barbacoa e della sgiacuzi e di tutti quegli sguardi che volavano sopra i piatti e ricadevano sul tavolo. Film visti sotto le coperte e tutti che ridevano per il senso della pera quando invece avrebbero dovuto piangere perché quell’idiota di angelo era diventato uomo per una che s’era fatta schiacciare sotto un camion. E lui lì a mangiare pere per sentirne la granulosità che lei gli aveva detto. Che poi quell’incrocio di viottoli, quel verde sparso ovunque, quelle nuvole assurde che mutano continuamente: come si fa a scordarli? C’era nell’aria quel senso di poter fare tutto, cogliere tutto, cambiare la propria vita come si cambia un paio di scarpe, così, tanto per vedere come ci si sta. E insomma tutto questo mi manca così sempre e così tanto che avevo persino iniziato a scriverci un libro, sopra quel posto. Almeno le facce, i cieli, i terreni che calpestavo, me li tenevo tutti qui, a disposizione, ogni giorno, ogni notte e me li cullavo e cercavo di sentire di nuovo tutto com’era. Ma tutto com’era non si può sentire mai. Ed è per questo che mi manca furiosamente e sempre Middlebury, con le persone che c’erano dentro e le parole che dicevo e i sentimenti che sentivo io. Nell’estate del 2004.
21:45 Scritto da capecchi in Middlebury - Vermont | Link permanente | Commenti (10) | Segnala | OKNOtizie |
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17/11/2004
Davvero l'estate
Quando era una sera calda con il tramonto che colava giù sulle mucche e noi andavamo nella macchina di Jumpin' Joe ascoltando Van Morrison, ché c'era da festeggiare un compleanno giù in città.
E anche quando il pompiere continuava a spingermi davanti boccali di birra che tanto io non bevevo perché avevo da finire i miei long island guardandolo guardarmi col suo sorriso bello e stolido mentre diceva in quell'inglese incomprensibile del Vermont: "Non è vero che hai trentatré anni".
E quando mi sono girata e ho visto ripiegato dietro, sgangherato, nella macchina piena di noi, lo stesso pompiere biondo, che Ciarlina aveva deciso di portarsi in camera approfittando del cercapersone di lui che non suonava mentre tutti ridevano e facevano giochi sciocchi rubandoglielo di mano - prontoprontoc'è nessunopronto?
E pure quando l'odore di salsicce si spandeva dal barbacoa per la casa di quel ragazzo che aveva preso a insegnarci il poker e faceva caldo anche se il sole era appannato e la sangria mitigava in parte gli smarrimenti da inizio d'amicizia.
E poi quando tornavo su a piedi dal paese, sotto il sole rovente e l'aria appiccicosa del sabato pomeriggio, ballando Ten years of tears cantata da Ernie Andrews con i fratelli Adderley che spingevano sassofono e tromba, pensando che non c'era nulla meglio di quel momento per azzerare il dolore rappreso sotto le unghie.
E quando addentavo la pizza di Flatbread nascosta nell'appartamento nascosto e sprangato, sbancando per la prima volta il tavolo verde mentre la piccola riccia ancora non sapeva che avrebbe concluso la serata piangendo dentro il bagno della lavanderia e io dietro.
E poi quando noi tre ci eravamo messi in testa di portare Swingin' Joe dai Due o Tre Fratelli (il numero non è mai stato chiaro) per dargli qualche lezione di contatto ma lui sbagliava e mi tirava dei colpi troppo forti con la gamba o sbagliava del tutto l'angolazione del braccio e soprattutto la finta indifferenza che ci metteva.
E quando si andava per quei paesini dove alle stazioni di servizio dalle insegne gialle e rosse c'erano giovani vecchi dai denti marci e per prendere bagel e caffè si sedeva in posti in legno con dentro tutto, e lenti della lentezza del nulla da fare.
E soprattutto quando l'aria di Boston di mattina era così lucida e nitida da farti pensare a una sospensione del tempo, che si era srotolato fin lì ma adesso si fermava e ti faceva inghiottire per bene lo struggimento tipico delle partenze e dei finali, consumati su sfondo alberato e terso, impeccabili nel panorama, nei suoni, nei finestrini mezzi giù.
11:10 Scritto da capecchi in Middlebury - Vermont | Link permanente | Commenti (3) | Segnala | OKNOtizie |
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12/11/2004
Tazze
Sono abbastanza emozionata. E' la prima volta che uso la tazza di ceramica grossa e vagamente bianca comprata da Rosie's, Middlebury, Vermont. Mi piace questa tazza. E' tozza e spessa, più stretta al centro, molto liscia. Ben piantata. Di quelle che tieni bene tra le due mani strette e vicine, col naso quasi ficcato dentro, il fumo del caffè lungo che sale su e t'appanna gli occhiali. Una tazza confortevole.
Pioveva; come pioveva quella mattina. Devo aver mangiato un assurdo piatto che andava bene per quattro. Così pure Nico e la piccola riccia, anche, mi sembra. C'erano delle salsicce e naturalmente uova e tutto era così buono e sicuro; il caffè nella stessa tazza che ho davanti adesso, poi, era necessario a scacciare la certezza della partenza, pronta lì dietro il vetro. Che strano. Mi ha scritto oggi la piccola riccia. Mi ha detto. "Ho visto Claire e non avevo niente da dirle". Già, che strano. E che prevedibile. Quel giorno c'era anche lei, seduta allo stesso tavolo. Ma lo sapevo, io, lo sapevo che con alcuni si torna inevitabilmente dei perfetti estranei. Con altri invece no. E anzi si preparano mansarde e ore di vacanza e abbracci per quando scenderanno dagli aerei e ci si guarderà trovando normale il rivedersi.
17:00 Scritto da capecchi in Middlebury - Vermont | Link permanente | Commenti (4) | Segnala | OKNOtizie |
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12/10/2004
Farfalle
Finalmente Firenze è tornata bella, così più fresca e scura. Umida, oggi, dopo giorni di secca. Era quasi fresco da rimettere le calze; ma domani, domani ormai. Insomma dopo questa ritrovata pace con la città - e dopo il pascoliano Chiù - sono andata incontro a un amico. Sotto un impossibile sequenza musicale abbiamo parlato e bevuto, nel locale che da vuoto si riempiva. Quando sono arrivati i vassoi di cibo noi abbiamo agguantato qualche triangolo di schiacciata e siamo usciti. Le strade verso la stazione le abbiamo tagliate in motorino, contro la luce striata di negozi e nell'aria autunnale della sera; ma per qualche ragione sembrava estate e ne ero felice. Forse l'eco del mio Long island ice tea di gusto vermontiano o forse la gamba nuda attraverso il primobuio, non so. Come d'estate, ho camminato un po' storta verso il treno, mi sono seduta ondeggiante al mio posto, ho appoggiato la testa e mi sono sentita preda d'un tepore morbido e dolcino, buono. L'occhio era di sicuro lucido e vago, alcune farfalle mi volavano nel cervello e la gente insolitamente non mi disturbava. Ho cominciato allora ad ascoltare quel disco di Shirley Horn: di colpo mi sono ritrovata nel salotto di sotto a Stewart, sdraiata sul divano, vestita d'arancione e semiaddormentata, poca gente intorno e i capelli tutti giù giù sulla faccia - la sensazione di fine della festa, dell'estate, di tutto. Piangiucchiavo a tratti, a tratti dormivo. Qualcuno che ogni tanto veniva lì, si chinava su di me e mi diceva qualcosa. Pezzetti di sorrisi o angoli di mani. E le stesse farfalle, ma di più, che mi volavano nella testa.
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03/09/2004
Settembre
Settembre dovrebbe essere un lungo ozioso mese di tempo libero. Settembre dovrebbe essere tempo e tempo e tempo. Perché settembre dovrebbe essere solo e soltanto ciò che resta di luglio e agosto. In realtà, invece, non è mai così. Infatti a settembre tutti cominciano a scoprire che sei tornata; s’arresta di colpo la minuta sfilza di giorni necessari per appiccicare in pace fotografie, scrivere lettere oltreoceano, ascoltare musiche già ascoltate. Settembre è una brusca frenata, altro che avvìo. Non comincia proprio un bel nulla. Settembre è come quando sei in macchina, schiacci di colpo il piede sul freno per un dannato ciclista che t’attraversa la strada e ti casca tutto giù dal sedile accanto. Se anche poi ti fermi a raccoglierlo, l’umore è ormai compromesso, hai detto già tre o quattro sacramenti e il contenuto della borsa sparpagliato a terra sembra non tuo.
Che farsene di Middlebury e di New York e di tutto quel sud, a settembre? E come riappropriarsi delle solite strade in modo indolore?
Fortuna però che mentre cammini pensosa e di sghembo via da Piazza Maggiore, il fisarmonicista sotto il portico suona Strangers in the night: la musica straccia la carta velina di questo inizio mese e dallo strappo sbuca l’uscita da Boston in macchina, nel sole, con i due amici preziosi, zitti, vicini, giovani; e tutto ancora da vivere.
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12/11/2003
Scoiattoli, mucche e prati: una delle mie americhe
A tratti mi manca molto l’America. Cioè quell’America che ho conosciuto io, quando insegnavo al Middlebury College - Vermont. Era un’America sempre un po’ a metà. In mezzo a professori che parlavano solo italiano e studenti con l’obbligo assoluto di non pensare neppure le virgole, in inglese. Uno stretto ritaglio d’Italia appiccicato in quei verdi prati che non finivano mai, fra gli scoiattoli, le mucche, le fattorie e l’aria spesso pesante che ti spezzava le gambe dalla fatica. Ed era anche un’America fatta di contatti con l’Italia; densi, serrati, importanti. L’America associata a chi in Italia viveva; e non l’America associata agli americani. Che strano.
Lì mi piaceva, stavo bene. Quasi sempre. Perché ero lontana dalla mia vita di figlia - e nelle due estati in cui mi trovavo là ero ancora parecchio figlia. Ma al college invece no. Ed era una cosa bella. Avevo la mia camera al terzo piano del dormitorio comune, una camera fatta di due piccole stanzette, con alle finestre le zanzariere; con fuori dalle finestre pezzi di edera e cielo con nuvole che non ho rivisto mai più e alberi e prati e il campanile della Mead Chapel, in alto; con fuori dalle finestre i rumori continui della fabbrica di riciclaggio del college, rumori a cui mi ero abituata, come quelli dei tagliaerba che un giorno sì e uno no mi svegliavano, prima delle otto. L’America era essere liberi e soli - eppure prigionieri e mai soli. Era una specie di carcere a cielo aperto, lì: le lezioni alle dieci e all’una, la mensa a mezzogiorno e alle cinque, i film alle otto, le feste e i concerti alle nove, la partita di calcio il sabato, il picnic la domenica e ancora ancora ancora. Una prigione di sguardi e occhi sempre fissi su di te, pronti a notare se ti eri adombrata. Eri libera, sì, perché in fondo a nessuno importava davvero nulla di te - importare davvero, intendo. Ma anche eri in trappola. Ci trovavi, là dentro in quel calderone, anche persone detestabili e disgustose, a cui dovevi mostrare una specie di ghigno intirizzito, per poter almeno convivere traballante per tutte le sette settimane. Poi c’erano gli studenti che comunque non dovevano mai vederti turbata. Anche perché ci volevi uscire la sera e andare da Mister Up’s a bere il tuo Long Island Ice Tea e buonanotte. O magari unirti ai gruppuscoli che si tuffavano scriteriati nella One dollar beer night; insomma le ombre dolorose sul viso, se ce l’avevi, non servivano davvero a nessuno.
L’America era il piccolo paese di Middlebury, a dieci minuti a piedi dal college. Mi piaceva andarci da sola (e mi piaceva molto quella solitudine, a ripensarci). Girare senza fretta per i negozi che da fuori sembravano piccoli e dentro si slargavano in spazi impensati. E dentro c’era sempre musica. Ce n’era uno, che si chiamava Sweet Cecily, che vendeva cose fatte a mano, tazze, tappeti, quadretti, candele, cuscini e cianfrusaglie varie, in perfetto stile New England; entravi e sentivi della musica jazz in sottofondo. Spesso big band classicone che swingavano agili. Amavo quel negozio. Mi sarei seppellita là dentro per delle ore. C’era un odore, ma un odore. Infatti era anche pieno di candele. In genere non uscivo mai senza almeno una candela. Che poi, regolarmente, non mi serviva a un diavolo di niente, ma in camera mi portava l’odore che c’era in quel negozio, che poi diventava l’odore della mia camera, che poi diventava l’odore della mia America al ritorno in Italia.
La mia America era cose stupide: il sabato a fare acquisti a Burlington; gli asciugamani bianchi e un po’ ruvidi che cambiavano ogni settimana; i messaggi sulla lavagnetta fuori dalla mia porta; i chili che prendevo perchè il muffin al cioccolato la mattina, eh, per non dire della Philly cheese steak di Baba’s, con gli studenti che ridevano sgangherati coi pensieri mezzi in italiano mezzi in chissà che. Il primo anno, prima di arrivare lì, pensavo che la mia America sarebbe stata qualche specie di avventura sensazionale e spettacolosa. Ma invece mi trovavo in un college dove tutto era previsto e inscatolato. Dunque, era ben strana, quella mia America. Era quando la mattina alle dieci camminavo fuori da Starr e andavo verso l’aula, e magari c’era il sole e faceva già caldo e io incontravo tutti gli studenti che uscivano dalle lezioni precedenti ed era tutto un “Ciao Gaia, buongiorno Gaia, come stai Gaia". E poi incrociavo gli studenti delle altre scuole e allora ci scappava qualche bonjour o qualche altra parola in lingue che ignoravo. Era bello. E’ l’immagine che mi è ritornata più in mente, negli inverni successivi: io che esco da Starr e cammino sotto il sole verso l’aula, salutando, affrettandomi perché sempre in ritardo - pensando alle parole scritte, coi fogli e i libri che mi scappano dalle mani. Pensando a tutto tranne all’America.
Quella mia America lì era qualcosa che mi sembrava poco America. E adesso mi manca molto spesso.
Ma a giugno, e per sette lunghe settimane, la rivedrò; anche se ora è cambiato tutto.
08:25 Scritto da capecchi in Middlebury - Vermont | Link permanente | Commenti (7) | Segnala | OKNOtizie |
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