04/11/2010
Purple rain, purple rain
Quando è entrato sul palco io non me ne sono accorta e son rimasta lì per i primi pezzi a chiedermi che stesse succedendo. Il palazzetto era tutto illuminato, il palco era nell’ombra e là sopra un omino piccino con gli occhiali neri e un gruppo compatto hanno iniziato a suonare. Eravamo alle prove, a una jam, a un concerto in piazza, o dove? A un certo punto non so come ma urlavamo tutti Delirious ed era bellissimo anche se in modo strano, con quel senso di sospensione e attesa che ci ha lasciato lì appesi. Poi lui ci chiede se siamo pronti: e siamo prontissimi. Così giù tutte le luci, accesi i fari sul palco. Cono di pulviscolo luminoso. Chitarre. E là nel mezzo, come emerso dai fumi dal passato, esattamente come te lo ricordavi, Prince. Vestito di nero luccicante, controluce, chitarra al collo. Attacca Let’s go crazy, la musica comincia a martellare e martellerà senza tregua per tutto il tempo, anche se senti la mancanza di contralti che graffino e tenori che vibrino; una terribile mancanza. Il ragazzino cinquantenne se ne sta lì e sorride molto. Fa le sue giravolte sensuali, si appoggia al piano, articola le mani davanti a sé come gli hai sempre visto fare, muove il culo e lo fa muovere a noi, che vogliamo ballare e saltare Let’s work, Uptown, You got the look. Quando lo ami è il momento in cui slabbra la chitarra con i suoi sdeghedeghedeng: questo è funky, baby, e prova a dire di no se ci riesci. Prova a stare fermo con le gambe. Prova a non battere per terra gli stivali con le borchie. Quando lo ami è la voce che sale e si ferma su quegli urletti. Il falsetto che vien bene solo a lui, oh yeah. Intravedere il pianoforte viola, notare il suo cambio d’abito in camicia di pizzo nera. E intanto lui suona, non si risparmia, canta, ride, va da una parte all’altra del palco da microscopico re quale egli è. Fa delle facce da amplesso, ancheggia. La chitarra che lo segue sempre. Poi di colpo la pioggia viola. Come se il tempo improvvisamente avesse cominciato una vertiginosa rincorsa indietro e tu fossi precipitata nei tuoi quattordici anni e vaghe immagini di Purple rain alla televisione e la voglia di avere un diario davanti e scriverci sopra il testo della canzone e tutte quelle negre vestite di pelle che non ti ricordi mica più come si chiamavano, forse Sheila E, Apollonia o chissà. Lui si gode noi che cantiamo, cantiamo per lui, ci dondoliamo alzando le braccia, cantileniamo ooooooh-ooohooohoooh-ooooohhhhhh. Quello è davvero un momento di dolcezza sfrontata, pura, ringhiante dentro la pancia. Avere la tua adolescenza lì e tenertela stretta forte. Ma non c’è tempo per sbrodolarsi in nostalgie. Bisogna alzarsi in piedi. That’s funky biz, alzati e balla. Le corde della chitarra strattonano note che tutti sanno a memoria, la batteria batte i suoi colpi secchi, precisi. Gli alti del giovinetto in nero dicono così: don’t have to be rich to be my girl – sdeghedeghedeng. Tutti balliamo Kiss come una specie di rito collettivo funky, in preda a una sorta di gioioso stendersi dei polpacci. La cosa meravigliosa è accorgersi che Kiss l’hai ballata milioni di volte, che ti sei dimenata al ritmo di quegli acuti non ricordi più come dove e con chi ma adesso, adesso, ehi, lo fai mentre Prince è lì e la canta per te. Non serve altro.
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13/10/2010
Torna il prodigio: Nelson di Paolo Conte
Il nuovo disco di Paolo Conte è un vecchio disco di Paolo Conte. E ascoltandolo ti viene da piangere, da ridere, immalinconirti, innamorarti e ballare stretta dentro lucide scarpe stringate; come facevi una volta quando la vita pareva montata insieme con pezzi balordi di musical e vecchi film col rallentì.
È così tanto un meraviglioso vecchio disco suo che quando inizia quel piano lento e pastoso ti senti salire su per il naso gli odori afghani di donne d’inverno. Mentre invece si canta di dolci persone, prodigi e foglie. Il clarinetto basso che s’arrotola e si srotola, scava e seziona languori, percorre con l’ancia vibrante la schiena nuda sotto i vestiti. Però non si fa in tempo a sciogliersi nelle brume autunnali di Tra le tue braccia che parte la chitarra e gli orchestrali dietro, bravi. Un raccontino inglese ma suonato da Djiango. Dittafoni che parlano e grammofoni che suonano; quaranta inglesi stupidi che leggono giornali per stupidi. Vien da sorridere lievi come leggendo Woodhouse, come incontrando il maggiordomo Jeeves. Jeeves, oh Jeeves, perché mi vesti come un boyscout, dimmi? Piuttosto salvami, Jeeves. Ti prego, Jeeves, c’è la zia Dorotea che mi chiama al telefono, c’è Doody Priscilla che vuole ballare. Senti, Jeeves, trova una scusa per me; ma trovala subito, Jeeves.
E mentre la musica va t’avvolgono parole francesi, inglesi, spagnole. T’avvolge un alfabeto che capisci e non capisci. E tanto più è bello quanto più ti sfugge, nei suoni sporchi di quelle erre arrotate, di quelle effe frusciate. Brumeux, chien perdu sans collier, soldat, marchand, prodige, enfant hereux. Che hai detto, tu? Perché io davvero non lo so, ma che bello che era, che meraviglia e che sogno e che fuga. Ascolti e ci sono violini. Saltano le corde dei contrabbassi segnando il passo lungo la strada, sotto galosce selvagge, sotto un sole che parla napoletano, in città di luna e di pietra, in mezzo a camminatori che non sono mai partiti sul serio. Ci sono tamburi che picchiano, che portano afriche e frutta fresca. Suoni zulù, echi di caverna. C’è una Nina che porta amore e un vestito giallo sopra la pelle nera. Ci sono clown, velieri di Shangai e massaggiatrici sognate al profumo d’acqua di rose, piccole figurette melanconiche e sbiadite dentro i tasti del pianoforte. Sono facce che conosciamo, ritratti storti di personaggi da operetta o da tragicommedia. È un sipario che si apre sul mondo finto del teatro, del cinema, della poesia. È un mondo-caleidoscopio, letterario e lontano. Ma allora perché ci caschi dentro così? Perché ti sembra d’esserci, là sopra sul tetto di quel grattacielo a ballare il mambo e a farti strapazzare da un uomo robot? Un uomo ferraglia mentre tu sei fiamma, sei vento di raso rosso, sei anima persa. Oh, el mambo amor, mambo locura, mambo señor.
È tutto un correre via d’orchestrine, di fisarmoniche, di ritornelli che fanno trallalà. Odalische nude che ondeggiano i fianchi. Albe aspettate sul mare. È il finale batteristico, krupiano, di Bodyguard for myself. E’ un vecchio universo perduto, ritrovato, poi riperso ancora e poi spuntato fuori come dal nulla; ancora e ancora. Pare stemperarsi la stanchezza estenuata di Elegia; ne resta qualche ombra in Suonno e’ tutt’ ‘o suonno ma esorcizzato nell’azzurreria. Pare sfumarsi la cupa introspezione di Psiche. Tornano il lampo di genio, l’uragano, la furfanteria. Tornano le storie d’amore minime dentro le vite inquiete. Torna il vecchio Maestro. Torna da te. Che te ne resti lì, palpitante, sciocca. Stregata. In balìa di un prodigio che pare sospeso sopra le note unisone dei sassofoni di un caffè novecento.
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01/07/2010
Caetaninho
Il tramonto sopra l’Osmannoro è rosa e luminoso. Pare un altro posto, un altro sfondo mentre si va in macchina a sentire Veloso e si prova a dire ma guarda che bella la periferia, queste file di pini e tutto muto intorno e le sparute persone sedute alle fermate che spalancano gli occhi quando accostiamo la macchina. Piegata a cambiarti le scarpe nel parcheggio, ti viene in mente che non sai cosa aspettarti dalla serata, che umore predisporre e come indossarlo. Ma la strada che porta alla villa è bella da fare a piedi, stretta fra muri di pietra e con grandi alberi gonfi, scuri, rotondi, che aspettano laggiù in fondo. Prima del concerto c’è tempo e noi ce lo pigliamo. Sull’erba si può parlare, abbracciarsi, scambiarsi libri, non fare fotografie, osservare file, camicie bianche e caftani neri. La sera intorno è calda, profuma di cibi esotici mentre ecco troviamo i nostri posti.
Quando Caetano arriva, non è molto diverso da un concerto di amici del liceo: gente ancora in piedi che deve trovare il posto, molte birre strette fra le mani, musicistini giovani e lui che cammina tranquillo, sorride, si prende i flash in faccia – ma che gl’importa – e attacca. Suona, canta, fischia, compie accennati passi di danza, svirgolate leggere di samba. Ride. Il gruppo dietro suona duro e compatto, la batteria picchia colpi da parata militare, corteo di carnevale o banda di paese. Rotaia di treno che va. Il basso e la chitarra sono un muro elettrico. Lui ci canta appoggiato su. Se lo gode tutto. Poi si sposta da una parte e dall’altra del palco con la sua chitarra nera e vuota. Sorride. Sorride molto. E’ un sorriso che scioglie, che cura. E s’infila fra le pieghe di quel Brasile che lui stasera presenta come asciutto, scarnificato. La sua voce è una corda che tira, un nastro che vola su. Lui lo prende o lo rende liscio, lucido, altissimo; oppure se lo arrotola tutto fra le mani, ne rivela poco, piano, con la cautela di chi tiene una cosa preziosa addosso. Quella voce che pare sgretolarsi come in Por quem?. Si alternano molti pezzi dell’ultimo album e tanti altri vecchi, lontanissimi. Stralci di teatro, ricordi londinesi. La strepitosa Eu sou neguinha che lui recita fermo, immobile davanti al microfono, ma muovendo le braccia, le mani. Con le dita disegna mondi, ricama sagome d’animali, onde, alberi, amori o chissà. Di parole ne capisci poche eppure ti pare di comprendere ogni cosa, quando lui sorride e si muove così. Un nastro nel vento. Caetaninho nella minuscola polo rossa. Caetaninho dietro gli occhiali per bene. Caetaninho coi capelli grigi.
E ci sono due momenti. Uno è quando lui si siede e piglia la chitarra. Tutto tace intorno. Comincia Desde que o samba è samba. Un cono di luce calda sopra. Fiato trattenuto. Pelle che si arriccia. Una canzone lieve e nella notte salgono su tante voci, specie di donna, che cantano sottili con lui: è una collanina di vetro, sono perline che scorrono fra le dita, gentili e fresche. Poi c’è il momento quando la musica va, le ragazze in piedi sotto il palco ballano, tutto scorre nel buio di quel parco sprofondato fuori da Firenze ed è allora che la vedi. Nel nero, fra le spalle e i capelli e le braccia nude delle persone, passa una lucciola. S’accende, si spenge, se ne sta lì così vicina a te che potresti allungare una mano e prenderla; infatti pensi davvero di farlo. La guardi, rapita. S’accende, si spenge. S’accende, si spenge. S’accende. Va via.
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08/12/2009
Per le galassie
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23/11/2009
Paolo Fresu, uno di casa
Paolo Fresu per me è casa e quotidianità. E’ tutto ciò che riguarda il buono e l’intimo. Sarà perché una volta degli alunni di terza media mi prepararono la festa di compleanno con i dolci e un pacchetto: dentro c’era Mamut, di Fresu. Oppure sarà per quella irripetibile volta che lui decise di prendere per sé un teatro e viverci dentro tre giorni interi. E io pure tutti i giorni lì, che quasi non tornavo nemmeno a casa a mangiare, per sentirlo suonare in formazioni le più diverse. O forse sarà perché quando parla ha una voce antica, che sa di pane caldo e profumi che conosci. Sicché insomma i suoi concerti sono per me feste personali e gioiose. I vecchi amici che rivedi dopo anni e gli vuoi bene uguale e passate tutta la notte a parlare e bere. Poi vanno via ma sai che tornano.
Ieri l’ho ritrovato in Cantina Bentivoglio con Uri Caine, che teneva tra le mani il suo giacchetto in pile rosso, esattamente lo stesso di quindici giorni fa al Teatro delle Celebrazioni quando ha suonato con Dave Douglas - e anche questo m’ha fatto subito sentire bene. Lui invece aveva un maglione forse blu di quelli con la zip, che si vede gli piacciono tanto perché gliene ho visti parecchi, addosso, col collo alto e la cerniera davanti. Ma poi quando suonava e la Cantina era il solito confortevole forno umano, indossava solo una camicia bianca, con le righe verticali grigie e sottili; poi pantaloni in velluto, neri.
La serata era una di quella della Bologna in grande spolvero, con nomi e personaggi seduti in giro per i tavoli. Ma neppure questo ha smosso quel nodo di morbido calore che mi stringeva. Sono partiti con una Dear old Stockolm a tutta velocità. Il flicorno che guizzava rapido e io che avevo solo un triangolo fra le grandi teste di due signori seduti davanti. Ma andava bene: era una specie di sipario dentro al quale vedevo solo lui. Che poi piglia la tromba e suona I loves you Porgy. E dopo aver letto il suo libro ora so quanto ami questo pezzo e quanto gli sia costato suonarlo, a volte – come quando c’era Gunter Schuller e lui per la prima volta perse la solita calma zen e finanche un’ottava d’estensione. Ma ora la canzone d’amore allaga le volte, l’argento brilla laggiù in fondo e la sordina attutisce il suono fino a renderlo carezza; dunque lama. In fondo, se ci penso, io preferisco Fresu quando ha fra le mani la tromba. Ma dirlo mi dispiace, perché so quanto lui è legato al flicorno, quanto gli vuol bene. Eppure quando stringe la tromba e la punta lassù in alto io sento sciogliersi qualcosa che dalla prima vertebra mi scivola poi giù giù giù lungo la schiena e ancora, fino ad arrivare all’ultimo nervo del piede.
Uri Caine al piano suona canzoni vecchie con mani allegre, rapide. Apparecchia sotto ai soli di Fresu delle note sberleffo, veloci e buffe. Oppure si mettono tutti e due lì e suonano come in una cattedrale Sì dolce è il tormento. Rispettosi, lenti, coi suoni che arrivano a si posano netti sopra gli orli dei bicchieri e sugli angoli delle tovaglie di carta. Poi ogni tanto Caine si siede al Fender Rhodes; e magari ti ritaglia una Doxy tutta tiro e swing. Un gioiello divertito di tempi perfetti e andamenti d’altalena. Senti come dondolano e corrono e ridono, quei due.
Ma soprattutto sono i suoni lunghi della tromba. L’arrochita voce del flicorno. Il respiro. Il silenzio. Quel silenzio che intuivo ma ora so – lo so – essere così importante per lui. Musica e silenzio. Silenzio e musica. E’ quello che più di tutti è potente. Il silenzio. Oltre all’attaccamento alla terra. E l’inesprimibile senso di familiarità con tutto questo. Allora alla fine comprendi perché Fresu per te è così tanto uno di casa, uno che è sempre stato lì, nella porta vicina alla tua, sullo stesso pianerottolo, a pestare le stesse scale. Perché ha come te uno sguardo insistito verso il giù, quasi a toccarlo, abbracciarlo, nascondercisi dentro. Ma è proprio da lì, da quel basso terragno e profano, che poi si sprigiona la sua voce di cielo, di nuvola, d’aria, di vento, di luce, di tempo che passa e noi ancora lì, con gli occhi indecisi fra il giù e il su. A spezzar pane con le mani e poi mangiarlo; caldo.
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16/11/2009
Brad e il suo universo di cerchi concentrici
Già al sentire i passi dietro le quinte ho avuto un sussulto. Poi è apparso. C’erano Larry Grenadier in bianco e riccioli biondi, Jeff Ballard in nero e spalle forti; poi lui, Brad, solita piccola camicia nera stazzonata portata fuori dai pantaloni e capelli decomposti, del tutto suoi. Una specie di angelo terreno, un po’ spaesato ma invece solo timido; o forse tutte e due: spaesato e timido. Dopo l’inchino e il sorriso storto si è seduto al piano. Attacco pieno, grosso. E’ stato tutto un concerto di suoni fondi e controcanti blues. Dovevo aspettarmelo. L’ultimo concerto che ho sentito, ancora in trio qui a Bologna, aveva tutto questo andamento bluesy che mi aveva stupita. Stasera Brad ha ripreso quelle linee e le ha sviluppate, più in accordo con l’ultimo live al Village Vanguard che con molte delle sue prime opere. Il trio andava a volte a velocità ultrasoniche ma di più correva su rotaie; lunghe, ritmiche. Oppure come su un barcone lungo il Mississippi. Pareva infatti d’essere spesso rivoltati da quelle grandi ruote che solcano il fiume da qualche parte giù in Louisiana. Jeff Ballard era solido e roccioso, picchiava sui tamburi con ritmica incisiva e avvolgente. Sorrideva molto. Anche Grenadier sorrideva. Si appoggiava al contrabbasso con gentilezza, senza buttarglisi addosso, eppure le dita percuotevano le corde in modo forsennato; ma cantabile. Brad se ne stava seduto in bilico allo sgabello, la schiena che ogni tanto andava - dritta - tutta indietro come fa sempre lui, il braccio allungato in avanti, la bocca piegata all’ingiù, gli occhi chiusi. Gli occhi del resto erano sempre chiusi, anche quando lui non suonava e ascoltava gli assoli locomotiva di Ballard e si lasciava sfuggire, ma piano, “yeah”, anche allora erano chiusi. Li apriva un attimo solo alla fine dei pezzi, nel momento in cui si girava verso il pubblico, congiungeva le mani sulle ginocchia, si piegava poco in avanti per ringraziare, la bocca una linea dritta di imbarazzo. E poi di nuovo chiusi. Un'altra mano sinistra da far splendere. Quello che Brad ci ha dato venerdì è stato l’insistito ripetersi di un’ossessione. Melodie che uscivano una da dentro l’altra, accordi che s’immillavano, lo sbattere uniforme del bianco e del nero. Martelletti ipnotici sulle tempie degli spettatori incollati alle sedie. Mi pareva che stasera, più del solito, volesse annullarsi nella ciclicità, nella ripetizione. Ogni pezzo iniziava e finiva in un universo di cerchi concentrici, dove tutto spariva risucchiato: una specie di malebolge dantesche, tutti con la testa giù a capofitto, il demonio prigioniero e anche noi. Superfici di ghiaccio. Forse per questo non ho riconosciuto neppure un pezzo. Stavolta c’è stato meno spazio per lo struggimento, per l’elegia pensosa, per il piccolo sospiro lirico. E proprio per questo ogni volta che le mani di Brad si appoggiavano lievi sui tasti, disegnando quei tratti sospesi, melanconici, soffusamente tristi come solo lui può, beh allora capivi che era meglio che li trattenesse; era meglio che te li facesse penare; era meglio. Fra un’aggressione feroce di tasti e una fumosità da jazz club nello scantinato, ha cullato poco, è stato avaro in carezze. Ma anche le vertigini rovinose e buie di Exit music non ci sono state. Ha lasciato insomma soltanto intraguardare qualche barlume del suo meraviglioso spaventoso romanticismo moderno. Neppure negli innumerevoli bis, nello scroscio di applausi e bravo che lo hanno travolto, ha ceduto alla struggente Moon river o all’incubo di Paranoid android. La mia anima semplice è rimasta lì, sospirosa, abbandonata. Voleva Someone to watch over me, O que sera. Voleva le carezze. Voleva sentire lo strappo. Lo strappo e le carezze. E invece è come se lui avesse tenuto fermo tra le mani per tutta la sera un foglio di carta velina, tirandolo con la forza necessaria perché si allungasse ma non si strappasse. Sono rimasta aggrappata alla poltrona di quella seconda fila, tesa come se ogni secondo stesse per crollare il teatro, la volta del cielo, il mondo intero. Ma lui ha tenuto tutto in piedi. Non ha permesso che crollasse nulla. D’altra parte che lui è crudele, io, lo sapevo già. Per questo lo amo da sempre.
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12/10/2009
Gioco d'azzardo
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27/01/2009
Entra in questo amore buio
Quando si è aperto il sipario io ho pianto subito. E ho continuato a farlo, più o meno ininterrottamente, per tutto il primo tempo. Ma non era un pianto di dolore o di gioia o di qualche definito sentimento da disegnare col goniometro. Era un pianto che proveniva da lontano, un’eco lunga di bufere e tramonti indiani. Un ricordo di qualcosa che non si sa cosa. Un sogno fortissimo, un tempo rubato, un piede incendiato sopra il pavimento d’una sala da ballo. Era un pianto di vicinanza e lontananza. Erano parole che dicevano e non dicevano, enigmi oscuri e mani sudate, prensili. Lui in piedi elegante dietro il microfono, in nero perché così è giusto; e commosso, sì, a me pareva a tratti quasi commosso - come quando è andato via dopo aver sillabato sola alla fine di Bella di giorno. E uscire, passarsi una mano sulla faccia, forse sugli occhi, magari sui baffi. Sicché me lo guardavo, lo ascoltavo, e gli volevo bene. Io dico che era questo. Quando vuoi bene a qualcuno e te lo vedi lì che lo puoi prendere un po’ sì e un po’ no tu che fai? Piangi. Certo che piangi. Oppure anche sorridi. Infatti. Infatti per tutto il secondo tempo ho sorriso come una deficiente. Una specie di linea all’insù incollata sulla faccia. Statica, beata, ebete. Ero lassù, appesa. A bermi la gente che più che gente sembra foulard, a sentirmi ordinare di chiamare adesso, adesso sì, perché c’è un cuore vuoto da riempire. Lassù a guardare il palco scacchiera e i musicisti che giocano una partita di cui sono le intercambiabili struggenti pedine. C’era Berlino, c’era Napoli; Pechino, Genova e New York. C’eran violini tzigani e sassofoni d’America, fisarmoniche argentine e chitarre spagnole. Sguardi lunghi e azzardi. Biciclette, rumbe, le serrande tirate giù del Mocambo. E io sorridevo. Lui, così dritto, così cartavetro, così sempre scorzoso, m’appariva dolce, stasera. Mi sembrava commuoversi, pronto a incrinarsi oppure a battere il ritmo di Cuanta pasion sulle gambe, come un ragazzo scimmia qualsiasi. E invece era lui, il Maestro. Che cantava e diceva amore buio come nessuno al mondo sa fare: b u i o. Un abisso, un gorgo, una voragine oscura ma infinita, bellissima. Necessaria.
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21/10/2008
Solo i Radiohead
Da giorni ascolto solo i Radiohead. Continuamente. Tutta roba che non conosco. Che non conoscevo, voglio dire. Ho messo via The bends e anche Ok computer, ascolti così noti per non essere troppo, adesso. Li ho messi via e mi sono disfatta dentro Kid A ma anche Hail to the thief e pure In rainbows. Non importa che ci trovo dentro. E’ comunque uno spazio dove perdersi. Canzoni necessarie, talune bellissime, lunari, liquide e sospese, argentee, oppure inascoltabili, troppo rumorose, magari ripetitive, incomprensibili, frastornanti. Ma tutte fanno parte di me adesso. Mi entrano dentro. E’ proprio come se quella roba che fanno, che non so se è musica o boh, mi entrasse nella testa, all’interno del cervello e lo facesse slabbrare, esplodere, magari implodere. Sono suoni che si incastrano alla perfezione con il nulla. Oppure con il troppo pieno. Sono suoni che ti strappano via da tutto proprio mentre ci sei dentro, in mezzo. Sono luci intermittenti dentro il cranio. Accesa. Spenta. Accesa. Spenta. Spenta. Spenta. Accesa. Solo questo voglio. Solo ora capisco Mehldau. Solo ora ne capisco l’ossessione. In ogni disco una. Dal vivo sempre un’altra. L’ha capito anche lui, l’ha capito, Brad; e infatti quando suona Paranoid android per diciannove lunghi minuti dal vivo a Tokio potresti pure impazzire, per quanto ne so io. Sono musiche che hanno braccia e mani e forse radici che si allungano prima piano e poi forte, con prepotenza morbida e definitiva, dentro tutte le fibre del corpo, ovunque, e vanno a bucare organi vitali e aggrapparsi a ossa e succhiare liquidi e produrne altri, lentissimi e spessi e ritornanti. I Radiohead sono una faccenda che con la musica c’entra e non c’entra proprio perchè c’entra in modo totale, assoluto. Nel punto più profondo di. Nel punto più fuori da. Oltre. E dunque chiudersi in una stanza e non ascoltare altro rischia di diventare quello che uno ha sempre cercato di provare succhiando note. Pare pazzesco, lo so, ora, pensare che io non sapevo nemmeno chi fossero, i Radiohead. Non sapevo le loro facce, non sapevo le loro chitarre, e la voce di Thom Yorke, sì, riuscivo anche a vivere senza averla mai sentita, riuscivo a respirare senza quei suoni avvolgenti, esasperati, lunghi; senza quelle nevrastenie dilatate, quegli universi di cellophane dove t’intrappolano; quelle bolle sospese dentro cui cadi e finisci per rotolare all’infinito, senza tregua né fondo. Un corto circuito dello spazio e del tempo. Un corto circuito. Dello spazio. E del tempo.
(Radiohead, Sail to the moon (Brush the cobwebs of the sky), in Hail to the thief. Musica del corto circuito)
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12/10/2008
Marmellata
09:29 Scritto da: capecchi in musicisti che | Link permanente | Commenti (23) | Segnala | OKNOtizie |
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