01/04/2010
Gli amici quelli che
Gli amici quelli che. Li senti e il bene non si spiega, non si calcola. Anzi ti s’aggrappa in gola da quanto fa male. Che insieme siete cresciuti, vi siete raccontati e anche – un poco – amati. Come quella volta a Marina di Bibbona quando prendesti due treni e scendesti nel nulla e c’era alla stazione con la macchina il fratello grande dell’amico dell’amico che ti portò in spiaggia. E fu l’univa volta che tu abbia mai mangiato pasta al pomodoro in un campeggio arroventato e contro un mare che mai più è stato azzurro così. Gli amici quelli che non vedi mai ma li pensi, ti pensano. Quelli che se stanno male è un punteruolo e siccome stanno male spesso il punteruolo scava e affonda. Ma tu sorridi lo stesso perché comunque son loro e sei te, parlarsi è un regalo sempre. Gli amici quelli che t’hanno fatto e visto piangere. Scritto lettere e registrato cassette, abbracciato forte, portato a mangiare il cocomero, soccorso quando dicevi: vieni, presto, ho bisogno. Di quando andavi ancora in motorino e parcheggiavi nel cortile ghiaioso davanti alla porta dove attaccavi biglietti. Quelli che sono la parte più bella di te e la più brutta non è che la ignorino, piuttosto la intuiscono; e la rispettano. Gli amici quelli che hai paura a cercarli perché potresti non trovarli più, un giorno qualunque che non ti aspetti.
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18/11/2009
Buon compleanno
Una volta era una compagna d’università. Seguivamo insieme i corsi tanto amati di letteratura, prendevamo sempre appunti e non mancavamo mai; allora poi capitò di rivoltarsi all’unisono contro la sanguisuga che s’abbeverava ad appunti, soldi e cappuccini – i nostri. Un’altra volta era la persona perfetta con cui studiare e ripetere di Carlo Magno e d’Argante, ridendo fra un caffè e l’altro. Poi è stata l’amica delle confessioni e delle strategie. Dei consigli di trucco e d’abbigliamento, degli appostamenti in facoltà e delle informazioni sentimentali scambiate. Quella per cui si telefonava fingendo di sbagliare numero e poi intanto si registrava la voce dall’altra parte della cornetta. Una volta sono stata la sua testimone di matrimonio e la responsabile ufficiale delle musiche di tutta quanta quella giornata. Chiamai il pianista migliore di Pistoia e per il pranzo pensai io al jazz necessario. Lei era felice. Poi c’è stata la volta in cui testimone era lei e aveva un vestito con delle rose rosse e i capelli lisci e lunghi, come secondo me le donano di più anche se tutti le dicono che sta meglio con i riccioli. Quando ero in America ci siamo scritte tanto e quell’estate là, forse, è stata determinante non solo per noi che eravamo in Vermont ma anche per lei, che dall’Italia vedeva sgretolarsi pezzi di terreno sotto i piedi. C’è poi stato anche quando io avevo il pancione ed eravamo in città diverse a guardare in contemporanea Dawson e Peacey commentando via sms le idiozie dell’uno e le faccine dell’altro. Insieme siamo state a Milano, a Roma, a Perugia e forse in qualche altro posto che ora non ricordo. Ma abbiamo sempre riso e “vissuto le nostre giornate” (cit.). Lei è anche una mia collega e condivide con me più d’un’idea sulle belve. Per qualche tempo abbiamo scritto un libro insieme. Si mischiavano aggettivi, verbi e frasi d’analisi logica. Si vegliava insieme e ci si scrivevamo messaggi all’alba, da terrazzini di città diverse – ma entrambi affacciati su dei binari. A ogni capitolo in più finito era una festa. Di lacrime ce ne son state tante, ma ora chi se le ricorda. Preferisco quando le ho preparato le verdure oppure anche nulla, costringendola a uscire magari nel mezzogiorno di un torrido luglio, per procacciarsi cibo e tempo. Raramente abbiamo litigato. Ma è successo. Raramente ci siamo urlate brutte cose. Ma è successo. Raramente abbiamo rinunciato l’una all’altra. Ma è successo. E adesso, ripensarlo, sembra un sogno o un incubo o semplicemente un impiego idiota del proprio tempo. A volte viene con me ad ascoltare jazz, anche se lei ha tre o forse cinque (di numero) dischi. Non di jazz, dico, cinque proprio in assoluto. E se non vai tu a cambiarle il cd della macchina è capace che lo fa girare per un anno intero. Tutte le volte che c’è stata io davvero non le so più. Tutte le volte che ci sarà, invece, le so: infinite. Grazie. E buon compleanno.
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15/09/2008
DFW
Ieri si è ucciso David Foster Wallace e io mi son sentita strana tutto il giorno, c’ho pensato e ripensato. Soprattutto a quella cosa che un personaggio di Oblio si chiama David Wallace. E si uccide. La mole fisica di DFW e la sua bandana e quel viso lungo e gli occhiali mi hanno girato in testa per molte ore; stamani non se ne sono andate. Eppure io David Foster Wallace non l’ho mai letto. Infinite jest m’ha sempre spaventato. Anche Oblio, un po’, mi spaventava; ma meno. Ma DFW è nei miei pensieri lo stesso, da ieri. E so che non ne uscirà. Non so perché, ma è scattato qualcosa, che non so cosa. Poi mi sono anche sentita terribilmente in colpa per non averlo letto. Più che in colpa: ho provato un senso di prostrazione. Insieme al bisogno fisico di leggerlo, subito. DFW mi manca come se ne conoscessi ogni singola pagina. Come se fosse un vicino di casa. Un mio amico. Un pezzo di me. E’ pazzesco, lo so. E’ folle. Ma è così. E davvero non ho la minima idea del perché.
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21/07/2008
Compulsive
Ho un’amica. Con cui condivido più o meno tutto. Che c’è. Che esiste. Che non scompare. Se le scrivo, risponde. Se le telefono e non la trovo, richiama. Se scrivo un post, per dire, commenta. Io faccio lo stesso con lei. Io m’inquieto se mando un messaggio e non mi si risponde nel giro di un’ora. No, non è vero, nel giro di dieci minuti. Magari anche cinque. Io ci resto malissimo se scrivo e la mia lettera cade nel vuoto. Se telefono e mah chissà forse non ha sentito ma richiamerà richiama davvero e quando? Mi mortifico, penso di avere disturbato, penso che ho sbagliato a scrivere chiamare farmi viva. Mi faccio le domande più folli sulle sparizioni. E non mi do pace. Io son così, lei è così. Non a caso abbiamo scelto di avere 4000 sms gratis al mese con il nostro nuovo telefono. Siamo compulsive, ci dicono. Siamo malate, pare. Gli altri non sono come voi, belano i saggi. Ma lei sì; io sì. Sicché. Queste parole son per lei e anche questa musica è per lei, ché l’abbiamo ascoltata insieme in una sera freddissima e umida sotto il cielo di Perugia. Grazie di spartire con me la stessa terribile malattia che la gente non capisce. Grazie di esserci, sempre. Sullo stesso caravan. Da lì sopra non solo si vedono bene le stelle sopra di noi, ma il cellulare che s'illumina ha una luce vivida e bellissima. Imperdibile.
(Cassandra Wilson, Caravan, in Loverly. Musica per i malati compulsivi)
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28/08/2007
O almeno
Ieri sera sono andata ad ascoltare La Profe. In alcuni casi, come il suo, l'incontro batte la lettura. Peccato non averla per collega; e amica. O almeno compagna di bevute consolatorie doposcuola.
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03/07/2007
Ritorni
M’inteneriscono, i ritorni. Lo fanno sempre.
Tornano i miei alunni, affacciando il capino e dicendo “Son qui, eccomi”. Chi da qualche isola oppure dall’Arabia, 42 lontanissimi gradi di caldo. Torna il mio maestro - amico di sax, che ogni tanto mi telefona e mi dice piccole cose sui suoi viaggi e a me sentirlo acuisce di più la mancanza di lui, delle nostre lezioni parecchio parlate perché io studiavo poco e allora cercavo di rubare, stupidamente, tempo alla musica; e siccome lui lo sapeva lasciava che io rubassi e facevamo queste conversazioni tutte uguali sul jazz italiano. Torna il compleanno dell’amica dai capelli corti – adesso, dai capelli corti – che mi parla di doppi abiti da matrimonio e palestra, ma così, con rarefazione come fa lei, mentre a me scappano pure delle parolacce; infatti rarefatta non lo sono proprio mai. Torna poi Nico, che in realtà c’è sempre. Comunque torna anche lui proprio ora e immaginiamo Natali alle Bermude e vacanze di Pasqua pure, perché lui partirà fra poco e ci rimarrà molti mesi, laggiù, e io non so perché ma al pensiero di passare il Capodanno con lui in quell’inspiegabile ritaglio di mondo mi sento bene, serena; con un senso forte di famiglia così come l’ho sentito la prima volta in cui l’ho visto – ed erano tre estati fa e almeno tre vite, anche.
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12/05/2007
La profe punto it
Lo so che probabilmente arrivo ultima, ma insomma che ne sapevo io di lei? Ecco, adesso che so che esiste, la lettura delle sue pagine è diventata per me una droga. Ma droga vera, eh. Non riesco più a staccarmi dai suoi racconti di scuola, ne voglio ancora e ancora e ancora. A volte ho seri problemi di sdoppiamento di personalità: penso infatti, sono del tutto convinta di esserne io l'autrice, di avere scritto io quelle cose mentre non me ne accorgevo. Quella donna sono io, non c'è dubbio: fa recitare Dante ai suoi studenti, sogghignando senza darlo a vedere, scrive frasine buffe in fondo ai compiti, odia i "Progetti" e si diverte più a una cena di classe che in qualsiasi altro ritrovo di coetanei. Infine, la prova inconfutabile che lei sono io: porta scarpe Janet & Janet.
Aiuto.
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22/02/2005
Mai andati
Il ragazzo dal sorriso senza discussioni e la piccola riccia sono improvvisamente sbucati fuori dall'ascensore. Seduti lì al tavolo di legno, sorridenti, è sembrato come non fossero mai andati via. E' vero, lui aveva il pizzo e piccoli baffi, ma per il resto era identico. Lei aveva gli stessi occhi grandi e la pelle chiara. Infatti io ero ancora felice ad addormentarmi sul divano e sentire che lì accanto c'erano loro - come di luglio la notte a Cornwell. Abbiamo mangiato molto, bevuto molto, dormito poco. Non è che siamo stati troppo fuori, se si esclude qualche cena e il giro di acquisti del venerdì. Del resto, io tornavo da scuola e trovavo tortilla calda e sangria: uscire diventava un'appendice non del tutto necessaria. Il fatto è che l'estate scorsa dondola ancora nelle nostre teste come una perfetta rotonda bolla di emozioni. Allora la vicinanza basta, il sentire le nostre voci è sufficiente, toccarsi un braccio passando è quello che serve. Parole snocciolate sopra ai bicchieri e ai divani, nella solita lingua ibridata di lui, non hanno fatto che cucire insieme le nostre risate, come sempre.
Poi tutti se ne sono andati, è venuta la neve e la casa è rimasta vuota. Resto io, un Pedro Ximenez da finire e l'olio buono nella piccola damigiana di vetro.
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30/01/2005
Claustrofobia
La gatta si rintana lesta dietro ai divani, la centralina meteorologica sul terrazzo segna due gradi, il fischio del treno che sale verso la collina continua implacabile a farsi sentire ogni ora. "Non provo dolore, solo claustrofobia", pensa lei guardando lui che impacchetta il suo altarino indiano e quello strano minerale, prima di prendere la porta e andarsene - spalle curve e fronte imperlata di sudore, solo.
Ve l'ho detto, è gennaio: un mese crudele. Non si accettano sconti, patetismi o compromessi. Il sole splende ed è inoltre difficilissimo trovare una casa da comprare.
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23/12/2004
Aniciata
Lui chiama dalla stazione di Cordoba. Completamente ubriaco. Bloccato lì in attesa di poter prendere un qualsiasi maledetto treno per Madrid. La voce è distorta. Capisce poco, biascica, si ripete. Ha un labbro spaccato e sanguinante, ha vomitato, rovescia parolacce. A Madrid l'aspettava qualcuno, chissà se ha avvertito, chissà se arriverà mai. Domani dovrebbe partire per gli Stati Uniti; per adesso sembra già molto che possa salire su un treno. Del resto oggi era l'aniciata, a Cordoba. Dalle quattro del pomeriggio già si bevevano diabolici bicchierini di anice a cinquanta centesimi l'uno. Ovunque ci si affannava nei negozi e invece lì si festeggiava ingollando tutto d'un fiato le liquorose pozioni. Ecco, il Natale ti sorprende così, mentre incarti la mucca per la piccola Alice, ascolti leggeri duetti di Ray Charles con qualcheduno e guardi l'albero brillare. Poi suona il telefono e t'accorgi che nelle stazioni il 22 di dicembre c'è chi aspetta con labbra rotte, delirante, in rabbiosa solitudine. Provi un senso assoluto di bene. E d'impotenza.
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