09/12/2008

Quando suonavo Besame mucho


Quando suonavo Besame mucho insegnavo ad Anzola e facevo le prove con un gruppo dalla composizione quanto mai improbabile. C’erano addirittura un violino e un oboe. E io mi divertivo tanto, che il violinista era sempre fuori e invece l’oboe e il sassofono filavano via che era una meraviglia e il pianista non era un vero pianista però ci provava e allora dovevi fargli sentire come s’improvvisa. Peccato solo che le mani sul piano tu non sapessi metterle, anche se l’assolo da suonare stava tutto lì, nella tua testa.
Comunque insomma quando suonavo Besame mucho con il sassofono era bello e, come ogni volta con il sax fra le mani, mi sentivo così radicata con i piedi al globo terrestre, così ancorata alla natura, così vibrante, così sporca. Già, il sassofono è uno strumento che non ti lascia le mani e la bocca puliti. L’ancia poi sa di te e l’odore che ti sale su per il naso è completamente riconoscibile ed è fatto di voi due insieme. Ma unico. E le mani  poi sanno di ottone e di saliva perché le chiavi si aprono, si chiudono, veloci, appiccicose, umide come sono. E’ uno strumento dentro cui respiri, che stringi a te, che pesa, che c’è.
Non so davvero cosa diavolo ho nella testa a non suonarlo quasi mai, a lasciarlo lì, incattivito e offeso dentro la custodia. Non lo so. Ma dovrò pure, in qualche modo, farmi perdonare. Perché quando suonavo Besame mucho forse venivano fuori delle armonie un po’ sghembe e delle note storte, va bene. Ma era così pazzescamente bello stare lì sul palco, soffiare là dentro e indossare una gonna nera con le rose rosse.

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24/01/2005

Di musicisti / 2. Controtempo

Una volta avevo un gruppo. Si chiamava Controtempo e suonava jazz. Provavamo tutti i martedì sera in uno stanzino insonorizzato ricavato nel garage del Coppini. Eravamo in quattro, all'inizio. Il leader più o meno riconosciuto era il riccioluto Francesco, tastierista; poi c'erano il Navi al basso e il Coppa alla batteria; io, naturalmente, suonavo il contralto. In quel rettangolo caldo c'era proprio tutto: microfoni, mixer, casse, leggii, polvere e anche quelle cose misteriose che si chiamano jack. Francesco era perfezionista, logorroico, a tratti insopportabile ma, in definitiva, assai divertente - poi mi portava a vedere i gattini che aveva fatto la sua micia e io ero tutta contenta. Il bassista era muto, dunque non so chi fosse né cosa pensasse esattamente: la sua faccia era di un'impassibilità sconcertante, sotto capelli lunghi e sfilacciati; ma tutti gli volevamo bene. Il batterista era una faccia storta e appena abbozzata di operaio toscano di paese, con lingua lesta e ragionamenti grezzi: gli piaceva andare al sodo centro delle cose. A volte, ruttava. Quasi sempre, bestemmiava.
Io prendevo la mia Ypsilon 10 color ciliegia e andavo da loro. Di jazz ne sapevo poco, ma secondo me era già abbastanza: perché infatti avevo ascoltato molto Parker, amavo alla follia Rollins e Ellington era l'unico dio che mi permettevo di venerare - Coltrane e Davis erano ancora di là da venire. Così suonavo; stringevo il mio fedele Blessing fra le mani e improvvisavo quel che c'era da improvvisare. Se il caso, litigavo col pianista che esigeva orari da caserma e disciplina ferrea, ovviamente senza rispettarli.
Noi provavamo sempre e non suonavamo mai fuori: Francesco non era al dunque soddisfatto; in altri termini era terrorizzato. Allora detestavo la sua boria petulante. Lui che pretendeva. Lui che dirigeva. Ma poi mi faceva anche ridere; anzi lo adoravo, in fondo. Come adoravo gli altri due. Tutti a lanciarsi occhiate di traverso ai piatti quando toglievo maglioni e suonavo in magliette smilze: del resto il metronomo impazziva, la temperatura si faceva incandescente e tener dietro a Shaw' nuff diventava impossibile, in maniche lunghe, con tutti quei capelli sulla faccia. Era una specie di caldo oppressivo e bellissimo, le chiavi del sax umide e gocciolanti, l'interno delle labbra che iniziava a far male.
Magari poi dopo due ore di prove uscivamo e andavamo in qualcuno di quegli orribili pub finto irlandesi che impestano ogni città. Ma che era orribile non lo vedevo; o non m'importava. Bevevo birra, ascoltavo loro tre che recitavano a memoria le stesse pagine del Vernacoliere e mi prestavo volentieri alle loro volgarità. Trovavo stranamente dolci le loro battute triviali: mi piaceva piacergli, soprattutto in quel modo sudato e sporco del dopoprova. Erano teneri, ecco tutto, e non credo che lo sospettassero minimamente.
Una sola volta abbiamo suonato in un locale, il Fox di Bonelle, uno dei soliti finti pub irlandesi. Avevo la febbre a trentotto e c'erano tutte le persone che amavo pigiate ai tavolini o in piedi al bancone. Anche qualche alunno. Anche un'agitatissima Stefania porgitrice di tamburello. Ricordo vagamente un mio solo molto applaudito su The girl of ipanema. Poi, altro. Perché appena scesa dal palco vomitai e dimenticai quasi tutto. Avevo però una splendida gonna di viscosa rossa, scivolosa, e stivali neri - questo lo ricordo.
Più tardi è arrivato un altro sassofonista molto bravo. Ogni tanto si aggiungeva un chitarrista come il giovanissimo talentuoso Tommy; oppure qualche cantantina con tutte le pretese classiche delle cantantine che di musica sanno zero e poi "stasera non ho voce non posso sforzarla". Una di loro - la faccia schiacciata da cagnetta di compagnia - mi ha pure rubato un disco di Dee Dee Bridgewater. Insomma alla fine parlavamo il doppio di quanto suonassimo, e il repertorio e come e perché e la scaletta e prendiamo un percussionista e un trombettista e un altro chitarrista e provare provare provare. Soffocavo. Così li ho lasciati, senza traumi per nessuno.
Ma adesso mi mancano, molto. E ripenso ai martedì nello stanzino del Coppa sempre col sorriso storto della nostalgia.

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28/07/2003

L'attenzione ai pianisti

Forse è da quando suonavo con Andrea che ho cominciato ad apprezzare il piano. Prima me ne fregava davvero poco: nei dischi ascoltavo sul serio solo i sax - e questo pareva bastarmi. Poi ho cominciato a suonare con lui - con il suo gusto musicale così diverso da quello più facile di Francesco, un suonare meno funky e più riflessivo, sottile, intimo. Evans, a tratti. Era bello suonare con Andrea. Mi mancano i pomeriggi in cui si provava all’infinito quelli che chiamavamo “pezzettoni”, roba pesa come The man I love o In a sentimental mood, accidenti, e suonati a una lentezza esasperante, dilatata. Mentre fuori si faceva scuro e Crock stava lì sul divano ad ascoltarci e ogni tanto abbaiare perché chissà che gli pareva di sentire. Poi parlavamo di musica o altro ed era come se Andrea fosse un mio coetaneo o giù di lì, mentre invece di anni ne aveva parecchi meno, tipo una decina; eppure l’umorismo e l’occhiata sul mondo erano tali da ingannarmi. E’ da allora che ascolto come suonano i pianisti. E’ da allora che li ascolto davvero, con pazienza, attenzione, piacere. Una certa qual forma d’amore.

E poi è Andrea che m’ha regalato The way you look tonight, il 7 luglio di un anno fa, suonandola a sorpresa come m’aveva promesso.

13:00 Scritto da: capecchi in sala prove | Link permanente | Commenti (5) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook