14/09/2009

Il buio la pioggia la sveglia


E domani il buio la pioggia la sveglia che suona alle cinque il senso di vuoto e di più l’inutilità di trovarsi in un posto in cui sei soltanto qualcuno che passa di lì. Il freddo al mattino nella stazione che è cupa ed è vuota come un tubo o un barattolo vecchio. Il tergicristallo che va e che va e che va abbassi il finestrino e l’acqua ti bagna l’impermeabile idiota che porti addosso: Sei un genio? Sei una cretina? Spostati! Levati! - ti urlano bocche buie  nel buio attaccandosi al clacson feroce e spingendoti in senso contrario. La punta di quel campanile la vedi poi dopo sparisce nell’aria compatta di bianco di umido e nebbia. La nebbia pensavi tu fosse in pianura tu povera piccola scema e invece qui avvolge e cancella i contorni e i colori slavati dovunque di grigio di bianco e di nero. Che brutto che è questo posto e che brutta la gente che c’è. Perché non ti lavi i capelli? E perché indossi quei pantaloni con macchia di unto sul culo? Davvero non era importante lavarli cambiarli buttarli? Magari poi arrivano i piccoli. Son loro che ti guarderanno e ti chiameranno maestra sbagliando e alzeranno la mano per andare in bagno. Magari sì sarà bello così. Eppure per la prima volta, da lunghi dieci anni che insegni, ti sembra che non servirà a nulla, che ti sentirai grigia come quel fuori che odi, persa e inconsistente come quel posto che occupi, triste d’una tristezza fastidiosa, scoraggiata, livida.

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03/09/2009

Smog contro Natura

Nella nostra New York personale, salire io e la Nina sopra un taxi, per dimenticare l’odiata montagna. Vedere le sue gambette che appoggiano sul sedile e gli occhi che guardano su, nel cielo striato di grigio città. La piantina che il tassista regala mentre lei, zitta, sorride. “C’è gente come in Riviera”, dice lui dietro gli occhiali scuri, fendendo le vie del centro come si taglia una torta. Quando scendiamo, abbiamo entrambe una borsa e poca voglia di camminare. Molta di bere. Infatti beviamo, io birra lei acqua, in una casa dai toni del verde e gli sgabelli come in un bar. Quando la sera scende, è l’ora di andare, perché comincia a far buio e due signorine a modo all’imbrunire rientrano. La città è calda, puzza e ha bagliori aranciati. In una parola è meravigliosa. Smog contro Natura 1-0, come sempre. L’idea fissa al momento è solo una: enorme colata di cemento su tutto il Corno alle Scale. Disseminare sui tornanti parcheggi, fabbriche, scale mobili, centri commerciali, enormi palazzi di vetro e acciaio. Mostri tecnologici che ti fissino a ogni curva. Dio, la gioia selvaggia di veder pietrificata sotto una colata lavica la montagna tutta. E alla fine, giù dal taxi mano nella mano, aggrapparsi a poche certezze: il clangore metallico dei tram, lo scambio dei fili della luce sopra le teste, il frastuono sporco delle macchine.  

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02/09/2009

C'è tempo


C’è tempo per la poesia. Del momento in cui vedrò l’alba dal treno e starò ascoltando forse Fresu o magari Conte oppure qualche canzone totem dei Radiohead e sentirò una specie di perfezione assoluta galleggiarmi intorno. C’è ancora tempo, per quando guiderò su su per quelle curve e mi sentirò così pienamente dentro a ciò che faccio da sorridermi da me sola dentro lo specchietto. E son sicura, son sicura sì che ci sarà un giorno, un’ora, un minuto in cui guarderò gli occhi di un ragazzetto, lui guarderà i miei e mi verrà da ridere così forte che lo farò. Oppure gli stessi occhi mi guarderanno e magari mi verrà da piangere - ma quello invece non lo farò, anche se mi sarò commossa per uno dei soliti miliardi di motivi per cui ti fanno commuovere i ragazzetti. C’è tempo, molto, per quella pausa in cui sarà bello prendere il caffè con una collega, tirare su col naso il fresco del cielo, guardarsi intorno e vedere quant’è prezioso quello che c’è, notare il verde, il grigio, il celeste, il bianco, il verde, il verde, il verde. C’è tempo. C’è tempo per quel momento di fine giornata in cui il dondolio del treno sarà la musica migliore di tutte e vedrò il sole entrare dal finestrino e ritagliare un triangolo di luce arancione sul sedile di fronte mentre fuori infuria un gelido inverno. C’è tempo, c’è tempo per tutto questo.
Intanto, si registra un vorticoso giramento di coglioni.

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20/03/2009

Il vento


Mi fruga il vento. Entra su per le calze e la gonna. Graffia, rovescia e raschia. Si porta via tutto.
Mi svuota il vento. Si butta là sotto e strappa quello che c’è da strappare.
Alla fine non sono diversa da un’ampolla, un’anfora, una caraffa di vetro. Riempita di nulla. Poggiata sul bordo d’un tavolo e pronta a frantumarsi.
Che almeno taglino, i pezzi che raccoglieranno.

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03/03/2009

Marzo da tre giorni


Mesi odiati, da quasi sempre: gennaio, marzo, aprile e settembre. Oggi è marzo da tre giorni. E infatti. Lattigina in cielo una nuvolaglia pesante, indistinta. Il respiro stenta a uscire, è in affanno. Intendiamoci, mica nulla di che. Solo son mesi balordi, ottusi. In cui tutto cammina con passo scomposto, irregolare. A tratti accelerate impreviste, poi brusche frenate. Pause. Lentezze esasperanti. Climi bastardi e stupidi. Si procede a strappi, caparbiamente ma svogliati, per motivi, attese, temperature diverse. Ma comunque come burattini flosci, che ogni tanto qualcuno arriva, li piglia di malgarbo, gli ficca una mano dentro e li fa vivere, però espropriandoli. Son mesi brutti, crudeli, inutili. Vanno a sterzate e a volte fioriscono germogli prima del tempo e la primavera mio Dio quanto è brutta e così poco attesa e noiosa e prevedibile. Oggi sono tre giorni che è iniziato marzo e se uno proprio dovesse scegliere un giorno, una data, un giorno idiota dell’anno, così, ma senza motivo, potrebbe eleggere questo: il tre di marzo, un qualunque insignificante giorno da nulla. Spento. Di quelli che potresti cancellare dal calendario e nessuno se ne accorgerebbe. Mesi ignobili, perdibili. Sono mesi in cui potrebbero muoversi bene Drogo o Dorigo, fa lo stesso; in una fortezza dimenticata o in una tortuosa Milano, anche questo poco cambia. Entrambi ad aspettare e riempire la vita di che? Di nulla. Ossessione, slancio verso un futuro eroico, smania di un possesso che non sarà.

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13/01/2009

Cripte


Ho riempito tre enormi sacchetti di abiti da buttare. Eppure, ecco, mentre li gettavo per sempre, ricordavo perché li avevo conservati; e il luogo in cui li avevo comprati; e poi messi; e anche come m’ero sentita. Sicché tutti avevano senso, tutti erano importanti. D’improvviso li ritrovavo, li amavo. Ma li ho buttati lo stesso. E io non butto mai via nulla.
Poi stamani ho sfogliato l’agenda di scuola dell’anno scorso. Si susseguivano date di compiti in classe, gite, collegi docenti, disegnini di buffi ometti, biglietti di alunni, fotografie. Una vita.
Persone. Momenti. E invece che piena mi son sentita vuota. Vuota di tutto. Ho perso tutto. Mi son trovata di colpo piena di falle, buchi, cripte. Dov’è Marchino, ad esempio? Che fine ha fatto quel piccolo dolce di compleanno con la candelina che brillava sulla mia cattedra appena entrata in classe? Dov’è adesso quella mezzora fra la fine della lezione e l’inizio dell’altra dopo la mensa, in cui stavo in sala insegnanti a scrivere al computer? Come sta la Lucrezia ? E l’aria stagnante dell’aula magna è ancora irrespirabile? Dove sono spariti tutti quei momenti, tutte quelle camminate da casa a scuola e da scuola a casa e tutte le foglie pestate e i semafori attesi sotto il platano (se è un platano)? E che ne è stato di quel momento in cui al ricevimento genitori non c’era più nessuno, allora si sedette Vitto di fronte a me e si chiacchierava e io mi ricordo una luce, una luce fuori che lucidava gli occhi mentre il sangue lo sentivi scorrere, poi mi squillò il telefono e Vitto rimase lì davanti e rideva ma di quel riso basso e sornione che ha lui? Dov’è quella canzone di Tiziano Ferro che fuori è buio e la tenerezza i tuoi capelli e le lenzuola? Che fine hanno fatto le due ore in cui spiegavo letteratura e guardavo fuori e c’erano alberi e cielo e tetti di case? Dov’è stato risucchiato quell’attimo in cui in classe si spandeva il silenzio, io m’avvicinavo alla finestra e vedevo al cancello quelli che aspettavano? C’è un posto dove va a finire tutto questo, tutto quanto?

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14/10/2008

Dove non c'è nulla


Sono stanca. Sfinita. Voglio un posto dove rifugiarmi e non farmi trovare. Da nessuno. Stare solo lì, ferma. Dormire cento anni o un giorno. Ma svegliarmi finalmente senza pesi addosso. Lasciatemi stare, lasciatemi andare via, lasciate che io scivoli in un luogo dove non c’è nulla se non spazio e aria e luce e poi ancora aria e spazio e luce. Non voglio più orari, richieste; niente. Solo tempo. Non sto in piedi, ho la testa in poltiglia, non so che scrivo, non so perché lo scrivo, né per chi. Sono giorni settimane anni che non faccio altro che inventare frasi, assemblare regole, rispondere a soluzioni. Questo libro mi ha succhiato la vita, le forze, l’anima. E io gliel’ho lasciato fare, senza sapere davvero perché. Voglio tempo. Aprire la porta e uscire. In modo semplice. Respirare. Respirare. Respirare. E’ così tanto che non lo faccio.


podcast

(The Cinematic Orchestra feat. Patrick Watson, To build a home. Musica per luoghi dove non c’è nulla se non spazio)

 

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06/09/2008

Merda

La vita è una merda. I giorni le ore le persone le telefonate le voci i sentimenti l’impegno la costanza l’amore la scuola il tempo la musica le speranze il lavoro l’energia il mio cuore la mia testa la disponibilità e la gentilezza i sorrisi che dispenso sempre troppi e inutili l’incapacità di essere stronzi l’incapacità di provare indifferenza l’incapacità di rifiutare l’incapacità di mandare affanculo sul serio sentirsi sempre a pieno parte del mondo partecipare delle vite degli altri sentirli amarli voler bene vedere cosa provano aiutare ed esserci. Ecco, tutto una merda. Voglio solo dormire. Solo quello non è merda. Sempre che non mi perseguitino i sogni. Se no sono merda pure quelli.

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04/09/2008

L'ho sentito


Da molto tempo non entravo in un centro commerciale. Stamani l’ho fatto, perché è sulla strada di ritorno da scuola verso casa. C’era poca gente, strano, ma le luci erano forti e la musica molto stupida. Non ricordavo le musiche dei centri commerciali. Poi c’era un odore di vetro e plastica e io camminavo fendendo l’aria vuota e fresca, guardando il mio riflesso nelle vetrine. Ho comprato due abiti. I miei due tipici abitini bellini che se ne stanno lì aggrappati sotto il seno e poi scendono giù morbidi e si fermano appena sotto il ginocchio. Sono due abiti molto diversi ma entrambi molto miei. La commessa era tutta contenta quando sono uscita dallo spogliatoio; e anch’io. Che con uno sembravo una morbida fata delle primavere, fiorita, tutta color glicine e setosa. “Dolce” – dice lei – “Questi fiori, questo colore…saranno i tuoi capelli che stanno così bene con quest’abito”. Sì, dev’essere quello. L’altro abito invece è nero, di cotone, senza maniche, con una gonna tutta fantasie rosse, accese, nette, visibili. Un abito per camminare sull’asfalto anche umido di una città in ripresa; con una grande borsa di vernice rossa appesa al braccio, se solo ce l’avessi – ma invece ce l’ho gialla. Insomma ero lì che entravo ed uscivo e mi guardavo allo specchio e, accidenti, mi stava tutto così bene, le gambe erano della forma, dell’altezza e della pelle giusta, la bocca era rossa senza aggredire, i riccioli cadevano giù intonandosi ai fiori dell’abito. Ero bella. Quei momenti in cui ti guardi e ti trovi così, semplicemente. Eppure non era di questo che volevo parlare. Io volevo parlare di quando sono uscita dal negozio, i vestiti ben piegati nel sacchetto, profumati di nuovo. E’ allora che l’ho sentito, proprio allora. Era il nulla che mi pendeva appeso al braccio, che riempiva l’intorno, che s’infilava negli occhi e nei capelli che piacevano tanto alla commessa e nel cappuccino che ho bevuto e nelle facce di tutti quelli che passavano, tutti ugualmente morti senza saperlo. Immersi come me in un solido nulla.

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01/09/2008

Temporale del primo settembre

Ma sì, temporale del primo settembre. Scendi e spazza tutto. Sciacqua le strade le facce i ricordi le abitudini. Picchia implacabile sui tetti, soffia ed estirpa. Bufera che arrivi dal nero dietro la stazione e resti sospesa là sopra per dieci, dodici, venti, trenta minuti. Poi ti schianti. Acqua scura, raffiche impazzite che urlano senza direzione, che sciabordano sul terrazzo, che mi spostano altalene e vasi di fiori in un orrendo e incomprensibile volapuk. Tempesta e seppellisci, affoga e affonda. Fai rotolare i suoni così come fai, con echi di mare e di stazioni che implodono fino a sparire. Ingoiati tutto, temporale di settembre. Fai sentire ancora quel ringhio bavoso, quell’insistenza cupa che solo i temporali improvvisi hanno, destinati a smettere all’improvviso, nello stesso scioccante modo in cui sono iniziati. Arrovesciati sui rientri, sul ritorno a casa di chi a casa non voleva tornare. Dilaga ovunque, ovunque ferisci di sferzate gelide. Non permettere a nessuno di sollevare gli occhi. Picchia, romba, soffoca. Cancella la tenerezza e il rimpianto, la paura e la solitudine, le ferite con altre ferite, lunghissime e scavate come solchi nella strada. Cancella l’estraneità. Lava, confondi, stravolgi, impaurisci e porta via. Tutto. Tutto quello che c’è. Resti solo un asfalto lucido, macchine capovolte, nessun umano, dopo.

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