Spigolature / 3. Philip Roth: nel corpo la storia della vita

Non è che uno legge L’animale morente di Philip Roth, poi lo chiude e si sente sereno. Perché insomma capisce che, sì, la vita è tutta carne da macello. Questo è: un’ossessione sfrenata per scongiurare il deperimento, la decadenza, il cascame della pelle e delle ossa, la carne che verrà macellata e maciullata. E David Kepesh, professore di Practical criticism, dal “glamour intellettuale e giornalistico”, ha vissuto per sessantadue anni di regole fisse e trucchi che gli hanno permesso proprio di aggirarla, la morte. Con il sesso, la lussuria, i festini con studentesse che gli anni Sessanta avevano reso libere e naturalmente ribelli, senza l’ipocrisia di chi dopo le avrebbe replicate. David sa; sa che “il sesso è anche la vendetta sulla morte” ma che, nello stesso tempo “ha un potere limitato”. Ha vissuto sessantadue anni così, sapendo che il “come ti chiami, che libri leggi, andiamo a quella bella mostra di quadri” è tutta una noiosa commedia che legittima il successivo strapparsi di dosso vestiti e gettarsi sulle altrui carni. David sa questo e lo sa anche quando incontra la ventiquattrenne Consuela, la studentessa cubana dai “seni prepotenti, bellissimi”. Eppure qualcosa di diverso accade: è la vecchiaia, è il fatto che “prima non avevo mai avuto sessantadue anni”; è che a un certo momento, con Consuela, scatta quello che David chiama “ il morso a vuoto. La reazione del morso. Il morso con cui la vita reagisce”. Tutto allora precipita, diventa gelosia, incertezza, paura, strazio di perderla anche quando lei è lì, sotto di lui, nuda. E’ lo “strazio di essere vecchio, ma in un modo nuovo”. David sa bene che l’amore, contrariamente ai platonismi rimaneggiati nei discorsi di tutti, non unisce un beato cazzo di nessuno: l’amore divide, “l’amore ti spezza. Tu sei intero poi ti apri in due”. Lo capisce, lo sente, lo vive. Allora dovrebbe fuggire per rimanere intero. Ma. Il morso a vuoto, la reazione, lo scatto. Dunque non c’è null’altro da fare, per David, se non scopare Consuelo e suonare il piano. E arrendersi alle paure, alle vertigini, alle smanie, infine alle leggi che, per la prima volta da che è nato, non sono in alcun modo dettate da lui. Ma dalla vita, come per tutti.

(Sul “Foglio” di gennaio, da leggere quello che scrive Marina Terragni sul romanzo)

Spigolature / 3. Philip Roth: nel corpo la storia della vitaultima modifica: 2003-07-24T09:55:00+02:00da capecchi
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