Spigolature / 6. Tommaso Landolfi racconta

Io amo Tommaso Landolfi in modo dissennato e un po’ morboso – che poi secondo me è l’unico modo giusto per amarlo. Il piccolo libretto titolato Tre racconti (Adelphi, 1998) unisce le storie di tre donne e di tre uomini. Dove l’amore balena d’intangibilità. O d’inaudita e lucida crudeltà. O di estenuante autunnale malinconia. D’impossibilità – sempre.
La muta è il racconto più spietato. Di una quindicenne muta, appunto, dalla bellezza “terribile, insonsapevole”. Un uomo di cui sappiamo niente ci racconta i fatti, che vanno dall’iniziale semplice osservazione di questa giovinetta luminosa all’ossessione sfrenata del possesso. Come per ricordare a se stesso, l’uomo parla; più che altro nel tentativo (vano) di capirsi. Ed il lettore non può che provare un inevitabile orrore; orrore gelido, freddo; perfetto com’è perfetta la fanciulla, tanto più perché menomata nella parola: “se una perfezione per eccesso è genericamente oppressiva, una per difetto è di sua natura angosciosa, intollerabile”. Insomma impossibile da sopportare. Necessità vuole che l’uomo, in modo subitaneo e definitivo, sappia cosa fare; ma il rimedio scelto rivelerà la sua completa inutilità.
Mano rubata potrebbe per me vivere solo del nome scelto per la protagonista: Gisa. Si tratta di una donna così bella che “averla nuda davanti e poi spregiarla era probabilmente ciò che ciascuno punto per punto vagheggiava”. Il giovane e sciocco Marcello la vuole anche lui nuda; e la vuole per sé, tanto da progettare una ridicola sfida a poker il cui pagamento per i perdenti sarà lo sfilarsi via gli abiti di fronte agli altri. La chiusa del racconto dovrebbe segnare un inizio, ossia l’alba di due giovani innamorati che si son strappati di dosso l’orgoglio; invece ci lascia un senso inesorabile di fine – i due giovani belli, fragili e malinconici che non riescono ad essere sul serio felici, vorrebbero vivere una vita “a caso” e si abbandonano estenuati e vaghi alla città, mentre noi già sappiamo che un giorno uno dei due dirà: “E’ finita”.
Gli sguardi sprigiona un sapore dolciastro, come di andato a male, come un Natale passato con persone che in realtà non ami, pur di non stare solo. Leggi qui le parole parallele, le pagine di diario di due che si sono incontrati: lei è una magra “ragazza qualunque”, che lavora nel bar di suo padre; lui è un uomo infelice, con “una traccia di pensiero sulla fronte”. Leggerli entrambi, l’uno dopo l’altro, l’uno sull’altro, è smuovere l’angoscia sottile del quotidiano, è sentire sui polpastrelli la loro assoluta impossibilità di capirsi, l’irrevocabile solitudine di chiunque: due che non sanno parlarsi o lo fanno a strappi e non puoi che soffrire per come non si sono incontrati veramente mai.
Ma quello che tocca sopra tutto, in Landolfi, è la crudeltà. Che è crudeltà generale, verso se stesso e verso l’umanità; ma che in particolare si accanisce sulla donna. Quel bisogno di umiliarla, di straziarla, di renderla ferita, svergognarla. Turba, Landolfi, quando lo leggi. Anche se qui manca il suo inquietante e orrido bestiario, turba lo stesso. Perché la reiterata, insistita volontà di umiliare l’altro trabocca e t’arriva addosso. Come se lui facesse questo anche a te. E infatti un po’ lo fa a te: ti fa sentire carne nuda e offesa. Lui fa dire dai suoi personaggi cose tipo: “appariva difficile resistere al desiderio di soggiogarla, o, chissà, di umiliarla in ciò che più le cuoceva. Nel suo sesso medesimo” eppure tu, mentre lo leggi, sai che comunque lo ami. Non puoi farne a meno: per questo sei ferita anche tu. Straziata pure tu, incisa, avvolta in un sudario rosso di sangue e di osceno possesso. Landolfi è cattivo, è crudele; ed è morbosamente elegante: è questo il punto. Landolfi è un uomo disperato che usa le belle parole come lamette sopra la carne. A sezionare e scarnificare; sempre con una lingua accurata, antica, difficile, che batte precisa e inaspettata, come sulla radice scoperta di un nervo.
Nella sua vita pare avesse difficoltà a scindere la realtà dalla letteratura. Molta difficoltà. Si potrebbe ricamare parecchio, sul suo isolamento e sulla sua passione per il gioco e per i tuguri. Ma non lo faremo. Diremo però che fa paura leggerlo e sapere che per lui la vera vita era quella scritta; mentre insieme aveva anche la consapevolezza della falsità di essa: “Niente di quello che ho detto è vero. Non perché non sia vero ma perché l’ho detto”, scrive nel primo racconto.
E poi fa anche impressione che il volumetto, come molte delle sue opere, siano a cura della figlia Idolina. M’interrogo sullo sgomento e sull’amore gratuito di questa figlia, che prende il proprio padre e per averlo accanto lo disseziona, svelandone anche ciò che fa male, il suo distacco da lei e dalla famiglia; l’incapacità di vivere una vita come tutti, squallida ma meno inutilmente lacerata. Idolina apre i libri del padre e ce lo spiega – cerca di farlo – perché almeno se lo tiene lì, vicino. Quando ne parla lo chiama “l’autore” e tu sai che invece è suo padre; e la crudeltà di questo scrittore solitario e a lungo incompreso non ti si rivela più terribile se non così: postuma.

Spigolature / 6. Tommaso Landolfi raccontaultima modifica: 2003-10-09T15:15:00+02:00da capecchi
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5 pensieri su “Spigolature / 6. Tommaso Landolfi racconta

  1. Ogni tanto questo blog ti riserva delle sorprese.Esci dal tuo giro consueto di amici conosciuti e capiti in un blog che non conosci e vieni attirato dal post che leggi.e così mi è venuta voglia di leggere questo autore più che per i suoi racconti,per come li descrivi tu.Credo che lo farò

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