Libellula

L’oggi ha sfiorato alcuni momenti di sublime perfezione. Il primo è stato in classe, supervisore presente compreso, mentre seduta spiegavo qualcosa su certi diffusi marcatori discorsivi e poi però mi sono addentrata nella mia vecchia sporca terra letteraria, dove ho incontrato Calvino e Pirandello che sorridevano affabili e si lasciavano fare tutto quello che io volevo. Il secondo è stato alla libreria Martelli. E’ vero, che sia sparita la Marzocco è triste e straniante, però insomma all’una son salita su lungo le scale in vetro, alla ricerca di libri per questo nuovo ruolo che mi hanno cucito addosso; e ho scoperto che hanno messo lassù all’ultimo piano un baretto, di fra mezzo ai libri. Così, con la mia bella catasta che comprendeva mattonate non plausibili di teoria linguistica e di tecnica della scrittura, mi sono seduta lì, schiacciatina e coca di fronte. La perfezione m’ha sorpresa mentre mangiavo molto lentamente un cheese-cake ricoperto di crema al lampone, con un biscotto intriso di cioccolata che fungeva da base. Fuori dal vetro fioccava una neve d’acqua e la lingua scioglieva lenta il lampone e il cioccolato, indugiando nel contrasto e ancor più nella successiva indistinta fusione. Il terzo momento è stato in treno. La neve d’acqua aveva preso a farsi neve vera; e via via che ci si addentrava oltre Prato, su per Vaiano, Vernio e compagnia, ti si stringevano intorno bufere d’alberi bianchi e camini e case scomparse – il treno andava così piano da non disturbare il pensiero; nelle orecchie il clarinetto di Mirabassi e fra le mani la raccolta di poeti americani che scrivono cose come: “Adoro i dolci, / il paradiso / sarebbe spirare su un letto di gelato alla vaniglia…/ Ma il mio vero io / è magro, tutto profilo / e gesti disinvolti” (Frank Bidart). Il quarto momento è stato qui, vicino a casa. Ferma sul marciapiede, in attesa del verde, le macchine passavano; con indolenza mi sono voltata poco, di lato, e all’altezza della mia spalla destra una piccola vecchia di sotto al cappello e di sopra alla rossa sciarpa mi sorride, così, senza dire nulla, probabilmente solo per il fatto che sono lì, ad aspettare il medesimo: attraversare una strada di Bologna alle quattro del pomeriggio. Comunque poi, alla fine di tutto, bisogna dire che indosso anche il mio personale amuleto, quel ciondolo-libellula che mi è ormai diventato montaliano oggetto delle certezze. Lo accarezzo un attimo, scorro il suo corpicino esile e liscio, lo soppeso. Ah, ecco: esisto.

Libellulaultima modifica: 2004-01-29T16:55:00+01:00da capecchi
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