Festa di fine anno

Mentre guidavo sabato pomeriggio verso Anzola, mi lasciavo alle spalle un cielo nero e gonfio d’uragano, foglie che roteavano impazzite e gocce d’acqua spezzate che tormentavano i vetri. In fondo laggiù, però, si vedeva una luce chiara e addirittura l’arcobaleno, a scuola. Infatti poi non è piovuto più e l’aria è diventata giallo-rosa e quasi estiva, con odore di tigelle e crescentine che montava su per le scale e i corridoi e le aule.
Ragazzi, genitori e professori avevano tutti gradi diversi di agitazione e di sorrisi. I ragazzini mi venivano incontro a piccoli stormi scomposti, ridevano, avevano gli occhi brillanti e dicevano “Buonasera prof!” oppure “C’è la Capecchi, c’è la Capecchi!”. Quelli di terza sembravano già andati via, con la testa dietro al prossimo anno e ad amori appena appena iniziati. Poi si è suonato e la luce intorno era come sempre quando si suona: calda e morbida e avvolgente, la notte dietro ma affatto paurosa. I ragazzini sotto il palco erano un grande ricciolo di grida e risate e applausi. Gridavano e cantavano besame mucho e agitavano in aria cellulari illuminati, mentre noi sul palco si suonava come a caso, senza sentirsi ma portati dal ricordo delle prove sbozzolate in queste settimane, un impianto che neanche la sagra della frittella dolce, il sassofono che andava non so dove, il tastierista che picchiava e mi guardava interrogativo, il fagotto che soffiava e soffiava ma non si sentiva, le percussioni un’idea astratta di tempo e la cantante col foglietto in mano; c’era anche un violinista, ma era vestito da autista dell’ATC e non c’entrava nulla con noi tutti in nero e rosso, giustamente latini, languidi e ondosi per suonare anche “Aaaaaah, por que tudo é tão tristeeeeeee?”.
Dopo si sono aperte le danze. I ragazzini non aspettavano altro e forse anche noi. Uno degli alunni preferiti, l’albanese lungo, picassiano nel volto e gentile nei modi grezzi, ha allungato la sua mano verso di me, ha detto “Venga prof” e mi ha fatto roteare per molte canzoni, sullo sfondo di altri alunni e altri professori e bidelle e genitori i cui volti perdevano contorni e consistenza. Ho sentito, per qualche breve ma distinto attimo, che la vita stava scorrendo forte e che era così: in mezzo al nulla delle campagne bolognesi, girare senza alcun pensiero fra le braccia di un ragazzetto a una festa di fine anno scolastico, i capelli virgole d’aria e le rose sulla gonna a ricamare la musica. Sentirsi bella di qualcosa che non si sa cosa.

Festa di fine annoultima modifica: 2004-06-07T11:15:00+02:00da capecchi
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