Paolo Conte, una musica di ruggine

L'elegia del Maestro E ti si para davanti più cupo e arrochito di prima – se possibile. Più fumoso e scuro. Molte fitte dal basso e sonorità gonfiate di notte. C’è meno boogie da scarpa lucida. La malinconia scende a grappoli, come sempre – va bene – eppure l’avverti di più, adesso. In fondo che è un’elegia lo dice pure il titolo e le canzoni, mansuete, non si sottraggono a questo senso di lento sfarsi delle cose: ubbidiscono al lamento antico e nostalgico da “cinema del Novecento”. In questo “sonno gigante” in cui “tutto dirupa, è friabile, desertico”, ritrovi le solite città della fuga, screziate, fantasmagoriche, lontanissime. Si aprono l’una dentro l’altra Babilonia, Ninive, Memphis e Luxor, in un gioco di specchi deformanti e impolverati d’oro, che portano dritti a Frisco, tutta uno sbrilluccicare di splendori e vizi vestiti in cretonne. Portano a un’India che è solo un’idea sfuggente odor azalea. Portano a una Milano intravista, abbandonata, laggiù, “oltre i gasometri, oltre i manometri, oltre i chilometri e i binari del tram, lontano, lontano, molto lontano, oltre l’acqua corrente e l’elettricità”. E’ tutto un mondo che si svolge sul filo della foschia e dell’enigma. E’ tutto un precipite altrove. Dove passano i soliti profili di scommettitori all’ingrosso, amanti uggiosi, vecchie bisbetiche e musicisti imperterriti: un “sandwich man” indeciso fra il parlare e no, un “tanguero encantador” dall’aspetto di ragioniere ma con cuore di bandoneon, una crudele “Bamboolah” che frigge uomini come pesci e se li fa ciondolare davanti, povere sagome sottili di cui sorridere. E’ quel mondo lì che conosci e che ami, ma più buffamente triste, come a saperlo davvero, stavolta, che è irraggiungibile. Infatti nella “casa cinese”, regno della “memoria incantata”, non ci arrivi mai, non puoi arrivarci: perché svanisce in certe strade e certi vuoti del tempo. E anche il Mocambo, eccotelo lì, vive solo nella nostalgia, in quel “ritmo sconfinato di rumba che se ne va per la città”. I campanelli suonano, è vero, e il passato è alla porta: ma fa presto ad andarsene, insieme al rapido scalpiccìo dei piedi sull’umido asfalto. Il passato appare e scompare: allora le coppie si ricompongono e tornano sedute, in silenzio, a bere il caffè sullo sfondo del vecchio tinello marron. Ah, è tutta una lontananza e una memoria, una musica d’archi lunghi e di fagotti lirici, uno sfondo indaco in cui perdersi, distendere mani e piedi e scivolare, via, insieme a sassofoni baritono e violoncelli che sottolineano inquietudini. Ti porta via una “musica di ruggine, nerastra, tinta a caldo, di caligine”, sospesa su metropoli o valli annuvolate. Una musica “forte e petomane, scritta dal diavolo, in spregio evidente della civiltà”, fatta di vecchia Europa e d’America e d’Africa e d’Asia – la buona creanza messa da parte. Le dondolanti scie di orchestrine son fatte apposta per assecondare coppie che ballano strette, zitte, stanche, in piedi contro tabarin all’ora di chiusura. E se poi cerchi gli amori, gli amori li trovi a sguisciar via lungo i muri, guizzanti, imprendibili, disperati, ironici: “Voglio gli indiani,” – dicono – “non voglio l’amor!”. Gli amori là dentro dicono sì e no, non lo so, abbracciami, stringimi, parlami, abbracciami abbracciami, seguimi anche se non m’ami. Gli amori son lampi di risate per un piede che scivola e, soprattutto, questi sono amori che perdono, perdono sempre, senza un qualcosa che possa dirsi vittoria dentro le tasche. Resta solo la lenta e spessa scia del bassotuba, dell’oboe, del corno francese; restano mutevoli giri di clarinetto a cui aggrapparsi; si allungano fisarmoniche, a sfrangiare l’umbratile spleen di un qualsiasi piemonte interiore. E alla fine quello che resta addosso è una giacca che non è una giacca ma uno sberleffo, l’ultima capriola di un saltimbanco in faccia alla folla anonima che comunque passa e va, senza capire, senza guardare, senza ascoltare. Dimenticando.

Paolo Conte, una musica di ruggineultima modifica: 2004-11-15T09:50:00+01:00da capecchi
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4 pensieri su “Paolo Conte, una musica di ruggine

  1. Sì, perchè – come sempre – ha ragione lui. Non è un problema di creare o meno il capolavoro, di quelli ce ne sono anche troppi. E’ un fatto di stile e sostanza, che nel suo caso vanno di pari passo, indivisibili, come bellezza e intelligenza. Per questo non potrà fare mai un disco brutto. Le sue storie appartengono a una età diversa (e anche a un Paese diverso), ma restano pur sempre le nostre storie, dove la bontà di un sorriso, anche il più sconfitto, lo riconoscevi sempre prima dagli occhi che dalle labbra, nonostante il vestito scuro, le scarpe di cuoio, e i pantaloni innevati dalla cenere della sigaretta ormai consumata. E quello che doveva essere, era.

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