Davvero l’estate

Quando era una sera calda con il tramonto che colava giù sulle mucche e noi andavamo nella macchina di Jumpin’ Joe ascoltando Van Morrison, ché c’era da festeggiare un compleanno giù in città.
E anche quando il pompiere continuava a spingermi davanti boccali di birra che tanto io non bevevo perché avevo da finire i miei long island guardandolo guardarmi col suo sorriso bello e stolido mentre diceva in quell’inglese incomprensibile del Vermont: “Non è vero che hai trentatré anni”.
E quando mi sono girata e ho visto ripiegato dietro, sgangherato, nella macchina piena di noi, lo stesso pompiere biondo, che Ciarlina aveva deciso di portarsi in camera approfittando del cercapersone di lui che non suonava mentre tutti ridevano e facevano giochi sciocchi rubandoglielo di mano – prontoprontoc’è nessunopronto?
E pure quando l’odore di salsicce si spandeva dal barbacoa per la casa di quel ragazzo che aveva preso a insegnarci il poker e faceva caldo anche se il sole era appannato e la sangria mitigava in parte gli smarrimenti da inizio d’amicizia.
E poi quando tornavo su a piedi dal paese, sotto il sole rovente e l’aria appiccicosa del sabato pomeriggio, ballando Ten years of tears cantata da Ernie Andrews con i fratelli Adderley che spingevano sassofono e tromba, pensando che non c’era nulla meglio di quel momento per azzerare il dolore rappreso sotto le unghie.
E quando addentavo la pizza di Flatbread nascosta nell’appartamento nascosto e sprangato, sbancando per la prima volta il tavolo verde mentre la piccola riccia ancora non sapeva che avrebbe concluso la serata piangendo dentro il bagno della lavanderia e io dietro.
E poi quando noi tre ci eravamo messi in testa di portare Swingin’ Joe dai Due o Tre Fratelli (il numero non è mai stato chiaro) per dargli qualche lezione di contatto ma lui sbagliava e mi tirava dei colpi troppo forti con la gamba o sbagliava del tutto l’angolazione del braccio e soprattutto la finta indifferenza che ci metteva.
E quando si andava per quei paesini dove alle stazioni di servizio dalle insegne gialle e rosse c’erano giovani vecchi dai denti marci e per prendere bagel e caffè si sedeva in posti in legno con dentro tutto, e lenti della lentezza del nulla da fare.
E soprattutto quando l’aria di Boston di mattina era così lucida e nitida da farti pensare a una sospensione del tempo, che si era srotolato fin lì ma adesso si fermava e ti faceva inghiottire per bene lo struggimento tipico delle partenze e dei finali, consumati su sfondo alberato e terso, impeccabili nel panorama, nei suoni, nei finestrini mezzi giù.

Davvero l’estateultima modifica: 2004-11-17T11:10:00+01:00da capecchi
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3 pensieri su “Davvero l’estate

  1. Gaia, mi era piacuto moltissimo. Cazzo, adesso la giornata sará cosí piú incazzante giá che staró pensando in ogni momento sull´estate. Ricordo il cielo azzurro di Boston domenica mattina della partenza come se fosse ieri. Ricordo le lezioni di contatto dove mi sono reso conto che il contatto fa il carino (ma troppo!!). La serata nell´apparament o “segretto” con la pizza (ohh che pizza!!), el poker e per finire da solo con la piccola riscia (il contatto fa il carino!!)… Era un´estate non dimenticabile. La veritá é che non la vedo come finita: fra due settimane vado per Italia e ci vederiamo di nuovo. Grazie mille per scrivere quello: é proprio bello. Un abraccio e a presto,
    Nico

  2. *sbum*. è il rumore/suono che ha fatto l’ultima parola di questo post. splendido. leggendo riesci a percepire la luce, il vociare, le risate e la rabbia. sembra uno di quei perfetti ‘racconti del sud’ che sono tanto vividi da lasciarti steso. *sbum*, appunto.
    massi

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