Il suo ragliare disperato


In qualsiasi modo uno si senta, ascoltare Tom Waits è un bel grumo che si arrotola nello stomaco, un groviglio indistinto di carne e alcool, di New York e fumo. Vedi le strade bagnate, vedi i bidoni, le insegne al neon che frizzano nella notte, gente che barcolla tenendosi su un piede solo e sai bene perché: è il dolore, è il trovarsi all’improvviso da soli, nudi. E’ l’inutilità. E’ la perdita. Comunque ascoltare Tom Waits ogni tanto fa bene. Dovrebbero metterlo come materia scolastica. Un’ora di Tom Waits al mese; mica di più. Giusto perché i ragazzi si abituino alla sua voce, al suo lamento di cane, al suo raschiare e carezzare. Uno non può crescere senza Tom Waits. Invece io l’ho fatto, ché Tom Waits l’ho ascoltato da grande, quando ormai era troppo tardi e allora il suo ragliare disperato e meraviglioso m’ha preso in modo trasversale, fuori tempo, fuori luogo. Questo non toglie che lui sia appunto un pugno in pieno stomaco. Perché comunque ti porta in certi posti pieni di musica e buio, di quelli dove puoi bere e sfasciarti su un divano, dietro un tavolo, dentro un bicchiere, in mezzo a estranei indifferenti. Posti dove tutto è interessante e tristissimo; oppure allegro ma dell’allegrezza storta degli ubriachi, che allora è anche un po’ tristezza. Tom Waits va bene per domeniche sere come queste, dopo che hai lavorato, preparato pizze e visto gli Aristogatti. Ridimensionare un momento il quadro domestico con uno sbuffo di tombino, di spazzatura, di lercia sconcezza metropolitana raschiata dentro la gola.

Il suo ragliare disperatoultima modifica: 2007-09-17T00:10:00+02:00da capecchi
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