Le stazioni

Amo le stazioni. E viaggiare in treno. Mi mancano così tanto quelle andate ritorno settimanali Bologna – Firenze, Firenze – Bologna, di qualche anno fa. Amo le stazioni, tutte. T’avvolgono e ti rapiscono. Turbinano. E’ tutto un ruotare, un lampeggiare. Mi piace salire sul treno e cercare il posto e immaginarmi come sarà, sperare in un rifugio comodo. Amo stare lì seduta e non fare niente. Ma la musica. La musica sì, sempre. E’ così importante la musica in treno. Che se poi sbagli disco ti rovini il viaggio. Paolo Conte, ad esempio, è perfetto. Ma anche Gianmaria Testa come ieri quando sono andata a Roma. Oppure Peter Cincotti che ho ascoltato per giorni e giorni poi, dopo quei viaggi, e sì lo sapevo che dai, insomma, Cincotti, ma a me piaceva lo stesso e mi cullava e attutiva i pensieri. O Glen Hansard che però in treno può fare anche un po’ piangere allora bisogna stare attenti. Ma tanto in treno è bello anche piangere. Io ascolto, m’accomodo; poi guardo l’intorno e il fuori. Lo scorrere del tempo del respiro dell’aria e del verde che c’è, se c’è; oppure del buio slabbrato di rosso e giallo. Tutte quelle strisce di mondo che sfilano via. Pensare. Ricordare. Dormire. Amo le stazioni e i saluti alle stazioni. Non c’è niente come arrivare a una stazione, il treno che rallenta, scendere, camminare e poi vedersi all’improvviso fra le teste le valigie le gambe gli occhi i cartelloni dell’orario. Può essere un amico, un parente, un amore, un conoscente, la Nina. Non importa. C’è sempre quell’attimo prima di vedersi che crea uno straordinario precipizio d’attesa. Una sospensione di tempo. Un’apnea. Ma di colpo s’impigliano gli occhi e allora ti viene da sorridere in quel modo speciale che spunta solo alle stazioni; e acceleri il passo ma controllandoti, per non far quella che corre all’incontro della stazione. Poi ti stringi in un abbraccio. Ti baci e t’abbracci sempre, sui binari delle stazioni. Mica ti saluti così. Che diamine, sei alla stazione, puoi toccare e abbracciare. Stringere. Puoi pure piangere quando vai via, farti prendere da una comprensibile commozione. Perché i saluti quando vai via dalle stazioni sono sempre addii anche se il giorno dopo ti rivedi. Io che ad esempio saluto la Nina muovendo la mano e buttando baci, quando la vedo sguisciar via dietro il finestrino che s’allontana mi sembra sempre di morire, così giro le spalle e cammino piano mentre mi s’accartoccia lo stomaco e gli occhi si fanno piccoli, lucidi. I saluti alle stazioni sono irrevocabili, nel balenare del mattino o nell’inghiottire del buio, e c’è sempre dentro la gola quel pianto rappreso, c’è sempre quel sorriso con gli angoli all’ingiù, quello sguardo che ti buca più diretto. E le parole che mancano, ogni volta. Restano lì, aggrappate dentro. Poi il treno parte. Non puoi dirle più.  


(Gianmaria Testa, Le donne nelle stazioni, in Montgolfières)

 

Le stazioniultima modifica: 2008-09-12T00:21:13+02:00da capecchi
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4 pensieri su “Le stazioni

  1. Gian Maria Testa è stato assunto in Ferrovia insieme a me, giugno 1982. Abbiamo fatto il corso a Torino fino a dicembre poi lui a Cuneo e io a Vercelli. Ora mi han detto che si è dimesso, l’anno scorso… Ma nell’82, certe volte si usciva in scampagnata con tutti i compagni di corso e si cantava Lucio Battisti.Lui, ovviamente, accompagnava con la chitarra…
    (rodolfo)

  2. Le stazioni, così come gli areoporti, sono varchi, luoghi di confine dove è sempre lecito lasciarsi andare, dove tutti sono un po’ più se stessi o forse no, probabilmente c’è anche chi si trattiene e non dice; e se ne pente, oppure sono gli occhi a parlare per lui. Ho una miriade di foto di stazioni da Victoria a Liverpool Street a King’s Cross a Charing Cross, alla newyorkese Penn Station, dove un gruppo rock si esibiva tra le scie ordinate e confuse dei più e i pochi che avevano il tempo per fermarsi e cercare il pop-corn con il burro fuso sopra.

  3. Rodolfo; già, Testa è un ferroviere. Sarà per quello che capisce i suoni, i ritmi, le strette di mano delle stazioni.
    MegaB: può darsi, sì, ma anche Napoli centrale sempre stazione è.
    Stef: hai detto bene, le stazioni e gli aeroporti sono varchi, luoghi di confine. Imprendibili, temporanei, veri.

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