Scabra

Vorrei avere una penna trincetto. Che verga sulla pagina come tagliare. Ogni parola una scalfittura, uno squarcio. Ma preciso. Ma freddo. Mi piacerebbe una scrittura così: scabra. Una scrittura pietra, lama, scheggia. Che definisca e dichiari, disegnando con linee impietose e nude quello che vede. Parole che brucino la lingua e le mani e gli occhi di chi le incrocia, ma per il gelo definitivo che le immobilizza là, sulla pagina. Scrivere essenziale, raccontare con una tre cinque parole. Non aggiungere nulla. Niente fronzoli, nessun aggettivo di troppo, via gli avverbi. Trattenere il necessario. E così rappresentare la vita.
Invece io non ci riuscirò mai. Quello che a me riesce è aggiungere, curvare quella frase o quell’altra. Prendere un aggettivo e invece che svuotarlo, riempirlo. La mia è una scrittura rotonda e mi ci devo rassegnare. A volte la detesto ma comunque le voglio bene. E’ mia, parla di me e io una scheggia petrosa non lo sarò proprio mai, seppure a volte mi possa sforzare.

Scabraultima modifica: 2009-01-11T23:46:53+01:00da capecchi
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6 pensieri su “Scabra

  1. La tua scrittura è graffiante, sarà per questo che mi piace?
    Neanch’io riuscirò mai a scrivere senza aggettivi e avverbi…ma vogliamo esser diversi? Ognuno ha il proprio mondo fantastico, se fosse solo uno sarebbe troppo affollato.
    Perdona l’intrusione, ma complimenti.
    Buonanotte

  2. Sei una scrittrice (e non solo: il pensiero precede l’azione…) eccezionale: sei la mia preferita (insieme a un’altra, che non ti nomino, che è di tutt’altra sponda – a te non garberà affatto, ritengo – e che è ‘troppo’ dura: con la ‘k’, questo l’unico indizio).
    Ti seguo da un annetto e m’immergo nel tuo fandango… Al punto che ti ho citato più volte – anche con tuoi ‘estratti’ (poi, in caso di pubblicazione, probabile, ti chiederò il permesso) – in un mio libro in progress, il secondo (ti mando in segreto un excerptus minimal: non dire niente a nessuno – è top secret, anzi ‘top sacred’):
    “Quanti libri si fanno senza scopo / Lo studio è troppo / La carne si rattrista / La parola ora tace.” Silenzio tombale (solo il sussurro urlato di Ceronetti), nessuna increspatura sulla superficie del pelago. Una goccia di acqua sorgiva diluita nell’immensa palude globale.
    Un impulso furioso, folle: cancellare tutto. Bruciare tutto. Fuoco purificatore: un falò, via ogni file. Fare terra bruciata (guai se il deserto cresce…). Troppe parole, troppa zavorra, molto pan di zucchero e brioche. Another brick in the wall.
    “Non riesco a scrivere non riesco a scrivere non riesco a scrivere. La parola è insufficiente. La parola mi è inutile.” Ho finito il romanzo e con lui sono finito io. Sono d’accordo con Gaia, quella del blog – le Stanze – che frequento da quando Miro ci ha lasciati (ma qualcosa di lui aleggia nell’aria, ben più di un miraggio – e poi, forse, riemergerà). Mi sento sfinito, sono rimasto senza parole, prosciugato: con loro sono volati via anche i pensieri. Non ho più voglia di scrivere. Mi sento a pezzi, una m…
    Merde d’artiste e oro, incenso e mirra. Inutile aspettare i re magi. Faccio per cancellare tutto. “Tiri una leva. Schiacci un bottone. Non ci capisci niente e a un certo punto muori e basta.” Delete: voglio annegare anch’io nel lete, poi mi ricordo di Billy Idol (mio idolo anni ’80 – ero un pischello) e delle sue parole: “Il punto è: devi davvero fare le cose perché vuoi farle, perché quello è il tuo sogno. Perché è l’amore della tua vita. Devi appassionarti. Perlomeno, è così che ho fatto io. Non mi è mai interessato vivere l’avventura di un altro. Volevo la mia personale avventura, il mio viaggio. Non volevo montare in sella al sogno di qualcun altro.”
    Rimonto in sella…
    P.S. Vorrei pubblicizzare il tuo sito sul mio modesto blog (sono alle prime armi) ‘Dal caos la stella danzante’. Come fare? A proposito di ‘armi’ chiudo con una kikka dalla Bhagavad-gita: “Lui non feriscono l’armi, lui non brucia il fuoco, lui non bagnano l’acque, lui non dissecca il vento…” L’ho inserito nel mio primo romanzo “Gocce di pioggia a Jericoacoara” (che abbia a che fare con l’habanera e il fandango? Di certo con il forrò…). Buon vento e boa sorte!
    Nicola

  3. è vero Gaia tu scrivi rotondo ed era una sfera la vita che sbirciavo dietro le persiane del blog prima ancora di lasciarti mai un commento. proprio come la sfera dei veggenti dove vedi ma non sei sicuro, scorgi azioni di sbieco ma non conosci i contesti, arrivi persino a odorare rumori di sedie spostate, una bimba che chiama, un poco di jazz, ma non sai in quale stanza precisamente sei capitato. Nella tua sfera ho colto la neve su una città che forse io già conoscevo ma era la stessa solo per piccoli dettagli. Ho sentito il freddo degli inverni e il rosso giallore delle lampadine al tungsteno chissà, forse vicino alla tua scrivania. Il rotondo non sono frecce di ghiaccio che ti svegliano le tempie. E ci sono momenti in cui questo serve. Il rotondo è romantico, magari è sognante, magari è un’anima buona che ama la compagnia e quando può cerca la quiete per osservarla e dirla. E questo anche serve. La tua stanza è un grandangolo tondo su cui mi affaccio e per me va bene davvero.

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