Certe strade

Ci sono certe strade, a Bologna, dove il tempo è fermo. E c’è un silenzio che è solo silenzio. Certe ombre claustrali, volti zitti che sguisciano lungo i muri – ma sereni, affatto inquietanti. Ci son certe vie, nascoste, che è bello scoprire per caso, ringraziando la città sconosciuta e i giorni che non bastano mai, per mangiarsela. Le strade dove potresti essere in qualunque momento del mondo; o della tua vita. In qualunque temperatura e anno e storia. Son quei momenti dove tutto basta. L’aria fredda sulla faccia, i logori guanti di cachemire intorno alle mani, lo stomaco vuoto, che grida e ti dice: sei viva, senti i morsi della fame, senti le fitte. E l’umbratile vuoto di gente e di rumori ti segue e ti protegge. Sta lì per te.
Poi sbuchi nel traffico, nei negozi, nei cappotti. L’incanto si spezza, riprende il clangore solito delle giornate. L’imperfetto frastuono della realtà.

Certe stradeultima modifica: 2009-02-18T18:46:29+01:00da capecchi
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5 pensieri su “Certe strade

  1. Per stare sulle tue corde, anzi sulla tua fune (un po’ come il funambulo di “Così parlò Zarathustra” – ma spero di non cascare giù…). Solo, sarò ‘monocorde’ – lascio il clangore solito delle giornate a quelli ‘sotto la corda’:
    Atmosfera da romanzo giallo. Tinta di noir. V’intingo la mia plume mentale (ogni occasione è buona per prendere appunti – il mio block-notes non è mai bianco). Il portico mi inghiotte pietoso, la luna si piega, s’incurva maliziosamente – alla Totò –, cerca d’infilarsi nel passaggio coperto, vi sbatte la testa (è luna piena): tenta d’illuminarmi, malgré tout.
    “Stanotte allenerò le mie labbra a sorridere e dovrò quindi pensare a lavarmi fino alla morte i denti.” Un pensiero (a) folle alla Piero Ciampi mi assale, un po’ gorgeous un po’ gargoyle. Gorgheggio in silenzio, ingaggio una breve lotta con le mie fumisterie cerebrali, inciampo ma tiro dritto.
    Dove stai andando? Rimetto la mia mente a cuccia e proseguo. Niente facce, niente piedi, solo ombre. Una cocotte mi sussurra qualcosa, un transex traballa su tacchi follemente siliconati, ma io glisso su entrambi.
    Scivolo a folle sull’impalpabile velo del pavé, spio tutt’intorno: sono di nuovo solo, tutto il resto è noia (la naia non c’è più: rimane la paranoia, ma non mi fa più paura – ho l’ombrello). Pioviggina, sono disarmato: un altro portico mi accoglie prodigo nel suo seno, ma io lo titillo solamente. Sarà per la prossima volta.

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