Apparizioni

Gello è una strada nel niente in mezzo al niente. Però odora di buono e d’ulivi. Qualche luce spezza il nero della campagna e io ho paura che cadrò dalle scarpe altissime, proprio sull’erba e sulle zolle di terra scomposta, nel buio. E’ una notte calda, umida; fatta per appoggiarsi a un muretto storto oppure nascondersi dietro del pitosporo e stare lì tutto il tempo a baciarsi. Di quelle notti così. Quando l’estate è già iniziata ma nessuno è ancora partito e tutti indossano abiti leggeri e sgualciti. Una di quelle notti che hai detto: ma sì, andiamo a riprenderci un pezzo di passato, di uscite a finestrini giù con l’estathè finale, di balli e incontri precari, di posti in cui qualcuno che conosci lo troverai di certo.
Il contrabbasso sul palco è dipinto di rosso e il gruppo suona un improbabile rockabilly che pensavi nessuno suonasse più. Tutto è sgangherato qua intorno: le luci, le facce, gli odori di bombolone e birra alla spina. I ricordi, pure. Noi ce ne restiamo lì da una parte a considerare se il Bob sia ora come allora: in effetti sì, è come allora, però adesso fa più ridere – anche se in quello speciale modo di gola, come soffocato, dato da tutto ciò che è passato nel frattempo. Davanti al palco nessuno balla; ad eccezione del quartetto di vecchi che si muovono tutti insieme, in un ipnotico hullygally sempre uguale. Qualche bambino corre e accenna un passo. Ogni tanto ti sfila davanti una coppia – la mano di lei lungo il fianco, un valzer ballato sopra Johnny be good. Quello che manca è un filo di lucine appese; e il vento. In alternativa va bene una birra rossa, da bere e dondolare insieme all’orlo nero della gonna, ai capelli, alle caviglie. D’improvviso ti viene in mente quella volta che hai scritto del piacere della bottiglia ghiacciata di birra e del gesto di sollevarti i capelli per appoggiare il vetro sul collo sudato. Vorresti compiere quel gesto adesso, subito, ma non lo fai; anche se stasera per qualche non specifico motivo ti senti così bella che potresti.
Poi succedono delle cose una dietro l’altra. Prima riconosci dietro un ragazza con le spalle nude e belle un viso di bimba: l’abbracci e nella memoria si ricompone perfetto il quadro di una voce, un volto, un’aula, un banco. Poi una figura slanciata ed elegante, piedi stretti in lacci rossi, maglia a righe e sorriso chiaro, ti s’avvicina e ti dice: ti leggo sempre, t’ho riconosciuta. Abbracci anche lei, sorridi, è tutto strano. Infine un’altra apparizione: i capelli sono più lunghi, ricci, e adesso è alto; più alto di te. Ma è sicuramente lui. Ha una camicia a quadretti aperta e una maglietta sotto. E’ magro come allora, con gli stessi occhi di quando gli riportavi il tema e sopra avevi scritto ottimo! – col punto esclamativo di stupore, perché ottimo proprio a un tema, eh no, mai. La musica ora disturba, vorresti tempo e silenzio e un tavolo piccolo a cui sederti. Vorresti un pianista jazz: ehi, c’è un pianista jazz qua intorno o suonate solo Elvis? E mentre si parla di università, compagni, gruppi musicali, America e ragazze; mentre si scambiano numeri e indirizzi; mentre si cerca di divorare con poche domande il vuoto della passata assenza, ecco che la senti: è una specie di commozione idiota, una disperata tenerezza che ti piglia. Tanto tempo fa questo ragazzo ti s’era infilato nel cuore: evidentemente non n’era uscito mai. Quanti anni fa erano, quando lui stava nel banco d’angolo in fondo a sinistra e tu aspettavi con ansia un altro suo tema da leggere? Quanti? Se provi a contarli, io dico che son dieci. Ossia tre o quattro vite fa.
Quando te ne vai vorresti chiedere ancora, dire ancora, abbracciare ancora. Ma è sciocco. Il bene che provi t’imbarazza: provi a pigiarlo alla meglio dentro la borsa, ce la fai, sei già via. Ormai la notte inghiotte la musica, la strada, te e quello sbuffo di apparizioni del passato che son venute a visitarti.

Apparizioniultima modifica: 2010-06-12T03:08:33+02:00da capecchi
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