Tranne Parigi

thom dj 4.jpgMolte cose mi hanno lasciato questi due giorni a Parigi; molte tranne Parigi. Gli squarci d’arancio nel cielo durante la corsa in taxi da Charles De Gaulle, con la pancia stretta in una morsa per la paura di non fare in tempo, di non trovare il biglietto, di perdermi. Poi l’arrivo a Bercy, un luogo che potrebbe essere ovunque: umido, grigio e scintillante di strane luci verdi su grandi palazzi di cemento. Tutte quelle ragazze flessuose, dai capelli raccolti in piccole code casuali. Tutti quei ragazzi belli di una bellezza distratta ma indiscutibile, coi visi scarni e i capelli spettinati. Poi c’è Caribou che pompa direttamente nello stomaco, nel caldo e nella ressa. Poi c’è il lampo di luce blu elettrico che arriva sul palco e spalanca un sorriso indimenticabile: Ed splendore O’Brien. Lo vedi da vicino: altissimo, col suo ciuffo liscio sugli occhi, fa quel ballo con il braccio in avanti – un’onda verso il pubblico. E ride, ci guarda, ci saluta, si diverte. È una specie di enorme divinità chitarresca, che sparge gioia ovunque guardi; e infatti la gioia ti travolge se ti capita anche solo per un momento di essere trafitta dal biancore luminoso dei suoi denti. È dopo che arriva Thom. Quasi non lo vedo. La gente si accalca, salta, spinge, agita le braccia, scatta foto, si issa sulle punte, come faccio anch’io che alla fine della serata mi ritrovo due pezzi di truciolato dentro gli stivali neri. Ma quando lui appare fra una testa e l’altra, eccolo, ti piglia questa cosa che sta lì all’altezza di un punto impreciso fra la fine della terza media e l’inizio della prima superiore. In fondo sei lì per quello: sei finita in questo ritaglio di nulla che è Bercy portata da un’insensatezza adolescente e adesso sei felice, schiacciata dalla gente, spalla a spalla con ragazzi ubriachi che hanno gli occhi semichiusi e ballano scompostamente; oppure stretta fra ragazzini per bene che quando scatta The national anthem muovono le teste locomotiva e cantano con la faccia dritta verso il palco, senza voltarsi mai, perduti.
Quando dopo il concerto srotolo le strade su un altro taxi che mi porta in un posto ignoto, intravedo pezzi che mi pare di ricomporre ma poi invece no, non lo so, tutto mi sfugge. C’è Parigi, là fuori? È la Senna quell’acqua lucida e fonda laggiù dietro gli alberi? Chissà. Non m’importa. Arrivo in questo posto buio, tutto tetto basso e gente coi bicchieri in mano. Uno con gli occhiali e la felpa grigia mette della musica potente. Se ne sta lì dietro una ringhiera nera, tranquillo, sembra il fratello grande di una compagna di liceo, e non diresti che ha suonato e cantato prima dei Radiohead quattro ore fa in un’arena con millemila persone urlanti. Io ho come tutti un bicchiere fra le mani; e aspetto. Ballo e aspetto. Finché il dj che aspettavo arriva. Compare in mezzo agli altri dietro i computer, le batterie, le casse e le attrezzature ed è come se fosse sempre stato lì. Ha i capelli sciolti. Brillano di rosso in quelle luci sotterranee. Sorride, muove la testa, mette la musica, balla, balla, ride, balla, sorride. Ha la faccia stanca. Sembra felice. E siccome io ho aspettato e ho preso molti taxi e un aereo e diversi colpi al cuore, lui inizia con Duke Ellington. Così mi finisce. Io davvero mai, mai nella vita avrei pensato di trovarmi di fronte Thom Yorke che sceglie del jazz per me. Gli altri non ci sono, sparisce tutto, resta solo il buio intorno e noi dentro con quella luce rossa e Sophisticated lady e poi i bassi che partono: tump tump tump. Dritti nello sterno, senza pietà. Non resta che ballare. Non resta che guardarlo ballare, capelli sugli occhi, barba e maglietta. Non resta che uscire poi in questa cellula immaginaria di spazio in cui sono caduta e guardarmi intorno e respirare il freddo della notte quando la stessa onda biondo-rossa appare fra gli altri, sotto i lampioni gialli e dentro un cappotto nero. Tre passi, due, uno. Respiro. Tutto è lì, non bisogna far altro che prenderselo. Son qui apposta.
Molte cose mi son rimaste di Parigi – tranne Parigi. Di certo è rimasto Ed che ride, mette una mano sopra il suo cuore prima d’andare via e ci abbaglia quando sorride. Oppure le braccia dietro la schiena del dodicenne Jonny quando parla in francese e dice: “…notre chanteur a peur de parler français, moi j’ai peur de parler du tout”. La rissa che c’è stata accanto a me e che mi ha fatta riparare dietro la schiena del ragazzino perbene che salmodiava The national anthem. La coca zero nel bicchiere di plastica e la barretta di cereali mangiata in albergo a mezzanotte, dopo un giorno di digiuno. Ma soprattutto i capelli chiari e lo sguardo di Thom mentre mi dice “Thank you”; nella mia mano la sua mano liscia e fresca del freddo di una notte di una città sconosciuta che di certo non è Parigi.

 

Tranne Parigiultima modifica: 2012-10-15T14:47:00+02:00da capecchi
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