Johnny O’Neal, uomo di swing e sporche romanticherie

Avrei voluto stare solo lì, ieri sera. A sorridere tutto il tempo e ogni tanto sospirare e poi anche ridere. Suonava Johnny O’Neal, alla Cantina Bentivoglio, e io lo sapevo che bisognava andare, lo sapevo. L’ha detto anche il proprietario, quando m’ha visto: “Se c’è la Capecchi vuol dire che è un bel concerto”. E allora.

Io lo sapevo che bisognava star lì seduti con la sedia messa di traverso e la candela infilata nella bottiglia, mentre le dita magre correvano sul piano e iniziavano You make me feel so young. Swing, rotolìo di bebop, sentìIo là Oscar Peterson, pigliati questo blues, aspetta che ora ti servo una ballad come si deve. Nel frattempo bevevo un prosecco chiamato Ti sbrino (giuro) e pensavo che là dentro eravamo perfettamente al sicuro. Con il bassista biondo e il batterista nero che avevano quanto? Sedici, diciassette anni? E sorridevano felici, guardavano il maestro, se lo cullavano con gli occhi, si prendevano gli applausi che sembravano chissà perché più forti di un saggio della Julliard. Ma soprattutto lo sapevo che bisognava stare lì nella luce fioca e sotto le volte basse quando lui cantava. Impossibile perdersi quella voce raschiata, graffiata da anni di oscuro passato. Una voce che si arrotonda avvolgente o si allunga finissima, sottile, sul punto di strapparsi; sparire. Un foglio di carta assottigliato dal sole, dal tempo, rovinato e preziosissimo, pieno di parole scritte. Quei fogli che una volta hai accartocciato – non li volevi leggere più – ma poi subito riaperto. Li hai stesi con la mano, sistemati in mezzo a un libro, ritrovati infine per caso in un momento a caso della vita: ancora vivi. Sicché brividi, molti, quando ha iniziato When somebody loves you. E risate, tante, a sentirgli cantare un pezzo che faceva più o meno così: I got a wine drinkin’ woman but I love her so. O un altro in cui invece invitava gli uomini, sempre impalati e ghiacci come acciughe, a stringere forte le donne che avevano a fianco, a non lasciarsele scappare: “tight tight tight tight!”. Ce ne fosse stato uno che ha agguantato la sua donna, o una donna qualunque, e l’ha fatta ballare lì, fra i tavoli, i bicchieri, le luci basse e chissenefrega. Non si poteva che ballare dondolando quasi immobili e aggrappati mentre Someone to watch over me, che è solo uno dei miei dieci pezzi preferiti al mondo, galleggiava nell’aria. Ma ancor più non si poteva che ballare quando è partito il bis e il batterista, che scopriremo poi essere ballerino di lindyhop, ha attaccato It don’t mean a thing if it ain’t got that swing.

Bello, bellissimo Johnny O’Neal nel suo completo color castagna. Uomo di swing e sporche romanticherie; occhiatacce blues e sospiri. Tutto è finito, ormai, ma resta ancora il tempo per qualche scintilla: il baciamano del vecchio conte Giovanmauro, gli occhiali sbrilluccicosi di Johnny visti da vicino e qualche foto da scattare sotto i portici e non far vedere a nessuno. Roba mia.

Johnny O’Neal, uomo di swing e sporche romanticherieultima modifica: 2015-11-19T15:27:54+01:00da capecchi
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