Le luci di Natale

A me bastano già le luci di Natale, per sentirmi così: ostaggio dello struggimento. E specialmente quelle luci che vedo nella notte, dalla porta a vetri della cucina, oltre al ponte della stazione. Quando c’è nebbia, poi, dondolano sospese nel nulla, vaghe. Lontanissime. M’illanguidiscono anche le luci che sfilano via di sera mentre in macchina torno da qualche parte a casa. La testa ovattata di stanchezza, parole, guance sfiorate, occhi guardati. La musica che a volte metto sul cellulare perché funziona solo la radio e invece io ho voglia di sentire sempre quel pezzo di Sidney Bechet che fa: na-na-nananà.

E quindi mi bastano le luci. Figuriamoci tutto il resto. La pienezza assoluta di dicembre mi ha sempre agguantata. Ma questi ultimi giorni, ecco, di più.  Sono successe tante cose, tutte insieme, tutte troppe. L’altra mattina ad esempio quasi non sostenevo lo sguardo fondissimo e perso, colore notte di lupi, di quella bimba che se ne stava seduta con me su una panchina bassa, fuori dalla classe, a raccontarmi e spiegarmi. Mi faceva male. Lo stesso ho vacillato quando quell’altro mi ha piantato in faccia due laghi di lacrime – che tuttavia non scendevano – e stava lì ad aspettare che dicessi qualcosa. Le labbra increspate, un misto di rabbia e senso di colpa, il ciuffo biondo che lui spostava di qua e di là; il suo torace già largo da uomo, sebbene sia ancora un ragazzino. A volte questi alunni hanno spalle così grandi che mi vien voglia di accoccolarmici dentro, chiedere asilo. In fondo uno dei posti al mondo dove mi sento più al sicuro è proprio dentro le quattro pareti dell’aula. Datemi anche due braccia dentro cui nascondermi e non mi sposterò più.

Lo struggimento, dicevo. Allora là in mezzo stanno anche i balli in posti sbagliati, fra bambini che si lanciano per terra e una sera fredda ma non freddissima dove il vetro s’appanna; poi si cammina, si parla e si beve una Keller; anzi due. Io non lo so se è il Natale e quel senso di perpetuo festeggiamento da vigilia di, ma tutte le parole che si dicono sembrano avere più peso. Sono di una consistenza solida, rotonda. Cascano giù per terra come ciottoli. E restano lì, davanti a te; guardi quei sassi davanti alle punte delle scarpe e non sai come regolarti. Farli rotolare via con un calcio? Tenerli lì dove sono? Tenerli, tenerli. Sono tondi e pieni e fanno un suono così quando piombano giù: stùmp.

Poi c’è quella sera in cui si sta tutti pigiati nella cucina stretta: il forno è sempre acceso e là fuori sul terrazzo il bar è ben fornito. Non lo so cosa mi piglia ma a tratti mi sembra di avere qui Joe, la piccola riccia e Nico con il mazzo di carte da poker. Invece no, lo so. Ma allora? È lo swing, la luce bassa, il divano rosso, io che me li guardo tutti mentre scartano regali? Forse è la birra di Nonno Gualtiero, la fascia nera per capelli e la foto con lo scoiattolo, la Signorina Snob seduta sempre elegante, le scarpe abbandonate da una parte in un modo semplice, la barba lunga, le bambine, le mie amiche che sono qui o il ballo quasi immobili stretti in mezzo al soggiorno. Tutto insieme, di certo. C’entrano per forza anche i rotolini di sfoglia ripieni e, sicuramente, il mascarpone. Quello che so è che mi piace aver riempito questo posto così. Non vorrei proprio che se ne andasse nessuno. Volete dormire tutti qui? Ho dei divani comodi, molte coperte e panettone per colazione. Restate fino a domattina. Non strapazzatemi il cuore così, sparendo dentro l’ascensore.

Ma soprattutto dicembre è il mese della Nina. Questa volta son stati dieci, gli anni da festeggiare. E non c’è nulla che possa spiegare quello che sento allo stomaco quando la guardo, quando la penso, quando mi dice le sue battute, fa i disegni per i biglietti di tutti, spalma la robiola sulla sfoglia, balla Potato chips, sorride, ride, vive.

Dicembre è il mese più bello dell’anno perché è quando tutto ti rende felice e insieme stordito di malinconia. C’è il freddo, c’è la nebbia, c’è l’albero. C’è questo guscio dove ci si raccoglie. C’è un posto per tutti, qua dentro: quelli che mancano, tantissimo; quelli che ci sono sempre, se no moriresti; e quelli che sono appena entrati e vuoi far rimanere il più al lungo possibile. Lo struggimento balordo allora non se ne va, ti colpisce dal nulla quando meno te lo aspetti. Tanto vale tuffartici dentro, dunque. Annegarci e non dire più nulla. Solo: ecco, arriva Natale, fate piano, maneggiate con attenzione questo pezzetto di pastafrolla che mi batte sempre in levare, a sinistra, sotto lo sterno.

Le luci di Nataleultima modifica: 2015-12-23T10:25:19+01:00da capecchi
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