Quella roba che ci piglia

Mesi dello struggimento: luglio e agosto, perché in America tutto ti attraversa temporaneo e quindi sa già di finito mentre accade. La nostalgia si dispiega cioè nell’attimo stesso in cui fai quello che fai e non hai scampo, mai, da te stessa. In pratica appena atterri e devi ancora superare i controlli, l’America ti manca già, in un modo idiota e senza soluzione. Bellissimo; terrificante.

Poi ci si strugge a dicembre, perché è Natale, perché la Nina ci è nata dentro e perché è un mese che segna lo scorrere del tempo e delle amicizie: quelli che contano ci sono tutti, sotto le luci dell’albero. Più o meno.

Infine, anche se non ci avevi mai veramente pensato, è soprattutto ottobre che ti stringe lo stomaco in una morsa. Perché cambia tutto, a ottobre: il colore delle foglie e della pelle, le scarpe (tranne quelle da ballo), gli orari in cui vai a letto e la luce fuori. Incredibile alle sette del mattino, quando cieli postapocalittici sovrastano il terrazzo e ti aprono voragini di memorie notturne sotto i piedi; morbida e rosa alle sei del pomeriggio, quando la stanchezza e la musica che ascolti ti riducono in un groviglio che non puoi raccontare a nessuno: hai compiuto tredici anni da un po’, non è più il tempo di attaccare i poster in camera, vergogna.

Ottobre è il mese dei messaggi dai treni, delle case viste dai finestrini mentre la luce se ne va e dei saluti finali davanti alle stazioni: mentre tutti sciamano via in direzioni diverse verso un autunno che stenta a partire, pare che la borsa a fiori pesi di più. Dev’essere il cerchietto dorato che hai comprato e non indosserai mai. Sì, sarà quello di sicuro.

Ma poi. Alcuni alunni è a ottobre che iniziano a spappolarti il cuore: fanno un sorriso sghembo intorno all’apparecchio di ferro, sono piccini piccini; oppure sbagliano tutte – tutte – le parole. Non si può dire cosa ma è qualcosa. Che te li fa guardare con una dolcezza non voluta, te li fa acchiappare per i capelli spiumati di pulcino – ehi, tu, sei felice? , te li fa studiare nelle ombre degli occhi.  Mentre lo stomaco, di nuovo, sembra afferrato da un pugno. Poi però qualcuno dice: la Capecchi ce la vedrei a cantare rap. Di colpo si sgretolano le smanie brumose da pre-autunno e tutti ridono e fanno le corna: rock’n’roll.

Comunque il punto di tutto questo struggersi è che l’estate non c’è più e l’inverno sembra lontanissimo: finiamo dunque per restare tutti sospesi a questo tempo di mezzo, incapaci di scegliere, pensierosi senza accorgercene, sul punto di dire qualcosa che – aspetta, cos’era? Precisi uguali identici a quando scendiamo dalle macchine di notte e non sappiamo bene come salutarci e passare dal dentro al fuori. Un imbarazzo gentile che tiene vicine le persone che si vogliono molto bene ma non se lo dicono mai.

Sicché: in giornate come queste ascoltiamo Chet Baker o Sarah Vaughan. Continuiamo a scattare sciocche fotografie di cieli o lavagne. Ci teniamo stretta quella roba che ci piglia all’altezza dello stomaco e della gola. Non sappiamo bene cos’è, ma c’è. Qualcuno prima o poi ce lo saprà spiegare. In alternativa, possiamo sempre ballarci su.

Quella roba che ci pigliaultima modifica: 2018-10-24T18:23:39+02:00da capecchi
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