Segnali

Io lo odio, marzo, con le sue giornate ventose e incomprensibili, storte. Un mese inutile, non all’altezza delle aspettative di primavera né dei nostalgici rimasugli d’inverno. Manca tutto, a marzo. Il caldo, il freddo, un giorno importante, un rito da rispettare. Fiori rosa spuntano ovunque e tuttavia non c’entrano nulla: il giorno dopo magari nevica; o esplode l’estate. E così si va avanti un po’ a caso, smarriti. Un mese scivoloso e trasparente come una biglia. Privo di un centro o uno scopo, marzo si lascia vivere a casaccio; e sfugge. Poi piccoli fatti cominciano, d’improvviso, ad accadere l’uno dopo l’altro: il ragazzino che piglia 10 e ti abbraccia, rosso rosso e affannato; Caronte urlato dai gradini di San Petronio – guai a voi, anime prave! – in una giornata di sole così bella da commuovere; e soprattutto quei due che si affacciano a scuola e mi strapazzano di memorie e lusinghe, squadrandomi coi loro occhi chiari e netti. Mi hanno sempre fatto sentire senza protezione, come lanciata nel vuoto, ma allo stesso tempo libera di saltare, nel giusto qualunque cosa io facessi.

Insomma, segnali. Indizi di cambiamento.

Nel frattempo rivedo il mio maestro di sax: ventidue anni passati, una vita, ieri. Eravamo così giovani e puri e stupidi, in quei giorni in cui spaccavo i bicchieri sui tavolini dei finti pub inglesi di Pistoia, scappando poi per le strade larghe e deserte della zona industriale; così stupidi da non accorgersi che quel tempo sarebbe apparso poi domani – oggi – come irrimediabilmente perduto, seppure nostro. Nel frattempo mi arriva il messaggio di un’amica che mi scrive: “Moriremo giovani, vero?”. Io non lo so bene e precisamente, quello che lei vuol dire, ma suppongo abbia a che fare con il fatto che sabato ballavo hip-hop in uno stanzone scrostato e mi pareva di mangiarmi a morsi pezzi di asfalto e di vecchiezza, scrollandomi di dosso polvere e malinconie da quattro soldi. Senza sentirmi stupida. Nel frattempo arriva anche la sera in cui si balla; dopo un bel po’, dopo un tanto che sembra tantissimo. Il postaccio da tressette della domenica appare stranamente intimo; brilla. Galleggiano luci sul soffitto e sulle gonne delle ragazze. C’è un’enorme giraffa di pezza con il collo all’ingiù affacciata su un muro: l’immagine tornerà a visitarmi più volte, durante la serata. E ci sono bicchieri coi numeri e pessimo gin da ingollare subito, dimenticandolo. La cantante dai lineamenti fermi nel tempo attacca Fever mentre la bionda sorride di quel suo sorriso largo e bellissimo, preparandosi a ballare e azzerare tutto: un colpo di tacco e via, ricominciamo tutto da capo, che ci vuole. Mi piace di questo stanzone che quando arrivo so dove guardare e chi. Mi piace sapere che sarò riconosciuta, portata in mezzo alla pista e fatta ballare non come una che passava di lì per caso. Mi piace di questo posto, e del ballo, e di queste luci tonde sopra le mattonelle sporche, che io sia un corpo fisico, roba di sostanza che manca se non c’è. Mani e piedi e capelli e vestiti neri (o rossi) che occupano uno spazio se io ci sono – che spalancano un vuoto se invece non.

L’inutile marzo allora porta questo: la certezza che esisto. Ma mica solo per me. Esisto nelle memorie, nelle strade di Bologna, negli stanzoni di periferia e dentro le braccia degli altri.

Segnaliultima modifica: 2019-03-25T17:25:32+01:00da capecchi
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