Domani non esisterà più nulla

Il vapore caldo e misterioso delle terme pare avvolgere l’intera città; e anche noi, incerti fra il sonno e la veglia come ogni volta che siamo qui. È il sogno sognato da qualcuno che ci ha messi in questo posto e forse tornerà a prenderci oppure no, non si sa; intanto noi balliamo, balliamo e balliamo. Proviamo scarpe, brindiamo contro i lampi e il temporale ma soprattutto sorridiamo molto, abbracciamo quelli a cui vogliamo più bene e scrolliamo le spalle se un pensiero non voluto ci viene a disturbare. Ci proteggono i musicisti in completo scuro, che nella loro nicchia suonano e scambiano sguardi d’intesa: al contrabbasso un astruso masticatore di scat si nasconde sotto quella che è certamente una parrucca del futuro; al clarinetto e sassofoni il chiaro e alto inglese si muove con la stessa classe svagata di un duca dell’Essex; mentre lo smilzo trombettista sorride e ride e suona e acchiappa la tromba in un modo tutto suo – buffo, dinoccolato – eppure elegantissimo. Qui si fa swing, signori ballerini, c’è poco da scherzare. Non le sentite quelle note sincopate che s’alzano dal pianoforte? Non vi viene la voglia di cominciare a ballare adesso e non smettere più, proprio mai più, dico? Serve altro, in fondo, per scongiurare qualunque paura?

Nella notte lunga, il salone brilla come sempre, antico e screziato di colori. Tacchi dorati, abiti con le frange e piccole cravatte corte. Molte spalle nude e molti papillon. Onde continue di ballerini si spostano da una parte all’altra, opalescenti nei loro abiti da sera. Là dentro ci si perde, ci si ritrova, ci si cerca. A volte non ci si vede più: un’altra ombra sparita. Dentro a ogni ballo, e dietro ogni angolo, si aprono ricordi e frammenti di altre sere passate nello stesso posto in anni diversi (il 1927? Il ‘28?). Imbarazzi, passioni, fantasie e occasioni perdute si agitano fra le code di pavone delle fanciulle, tutte bellissime, tutte ugualmente in bilico fra il volere e il non volere, fra il qui e il poi che succede? In questi giri rapinosi di musica ti senti – per un attimo, per finta, per errore – un po’ come loro: gambe di due metri dentro spacchi vertiginosi, capelli corti sopra visi di perla, culi perfetti che oscillano in swivle dai tempi dilatati, impossibili, verdi. Ma tu non sarai mai una Jordan Baker pronta a sfilare dalla borsetta una mazza da golf; sei piuttosto una che ancheggia piano in un fumoso postaccio di Harlem, una fatta tutta di rhythm and blues, ringhio di sassofoni e malinconie da quattro soldi – come sa chi ti conosce bene.

Intanto la musica va avanti, i piedi battono sul legno e andare via di lì sembra un’ipotesi assurda, irreale. Perché sono gli ultimi balli, sempre, quelli da ricordare: sfatti di stanchezza, appoggiati l’uno all’altro, il sudore che addolcisce abiti e corpi, si balla come non esistesse altro, come fossimo nati per quello, vivere proprio quell’attimo, caracollando storti senza un preciso disegno, ma lì. Ancora.

Eppure il momento più bello è quando si torna di notte verso l’albergo. E piove. Piove una pioggia fine d’autunno. Che sgocciola e ticchetta sull’ombrello, sulle pietre smosse e sulle foglie di questo novembre. Del resto è noto che qui è sempre un novembre fra il 1910 e il 1935: infatti quella figurina minuta che vedi laggiù, coi capelli nuvola, è Sibilla Aleramo, che sguiscia perduta dietro a Salvatore Quasimodo, baffuto e umido di bagno turco, poesie e tradimenti. Eccoli là, li vedi? No, già passati: ombre anche loro.

Insomma l’autunno di Salsomaggiore ci coglie così, al ritorno dopo ore di musica e danze e ballerini e giravolte tenendosi le mani e capelli spettinati e fiati caldi e ottoni dorati. Sparisce ogni cosa dietro di noi. E mentre camminiamo nel buio umido, quasi zitti, finiamo d’un tratto dal tutto pieno al tutto vuoto – meraviglioso – che si riempie dei passi, della pioggia, del silenzio, dell’odore della notte e di noi. Domani non esisterà più nulla, ma adesso, proprio adesso, sì.

Domani non esisterà più nullaultima modifica: 2019-05-14T14:39:50+02:00da capecchi
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