Dove io sono io

A un certo punto ho pensato che mi esplodesse il cuore. Il cuore schizzato fuori dal petto, il cuore nelle tempie, nei polsi, nelle gambe. Sto ballando su un terrazzo pieno di luci e non so bene se questo è un ricordo, un desiderio o il presente che scorre. Ho pensato però che non è importante rispondersi, ma perdersi lì dentro, in una specie di misterioso come se da godersi fino a che il fiato tiene.

Questi mesi sono stati indiscutibilmente orribili. Uno tra i periodi più brutti che io ricordi. Quando il mio corpo ha deciso che doveva dimostrarmi a forza di schiaffi quanti anni ho e cosa posso farci, con questo bel pezzo di carne che mi ritrovo e che avevo tutto sommato fin lì giudicato appetibile. Infatti: non credete a nessuno che vi dica che gli anni portano serenità e saggezza; son bugie buone per gli stolti. Gli anni ti mettono invece di fronte alle evidenze meccaniche del tempo che passa e ti si sgretola sotto i piedi. Sai che gioia. L’oltraggiosa macchina stritolasassi distrugge tutto, senza guardare in faccia a nessuno. Porta via tutto; cosa più grave, a volte porta via te a te pezzo per pezzo, finché non ti riconosci più. Ma almeno riconosci cosa ti annoia, chi ti disturba e cosa non vuoi: quelli che chiedono sempre perché – dio, dio, dio di tutti i fulmini, bruciali tutti – o che, viceversa, hanno sempre una risposta pronta. Mai, come in queste settimane, ho voluto molto bene a chi semplicemente c’era; e basta, senza tanti discorsi. Certo non posso dire che non ci siano stati attimi di bellezza, in questo anno minaccioso; per esempio le lezioni americane con tutti quei poeti che mi sognavo anche di notte; casa; o i sassi con le scritte regalati dagli alunni. Una penna gialla, una collana rossa, un cambiamento di prospettiva. Ma che fatica.

Tuttavia in questo attimo di presente impossibile che per incantamento ha preso tutti, Bologna appare però sfocata e bella come sempre – un guscio di conchiglia lucido e screziato, sicuro nel suo tenerci fuori dalla volgarità delle minuzie quotidiane, dalla coscienza esatta di chi siamo. E se non sappiamo bene chi siamo, allora possiamo essere chiunque. Estranei che si sono appena incontrati su una terrazza affacciata su Central park, mentre nel grande salone a piano terra la Lionel Hampton Orchestra suona Hey-Ba-Ba-Re-Bop. O giovani soldati e infermiere con una collana di fiori al collo, che guardano il mare a Pearl Harbor in una notte qualunque del 1941, purché non sia il 7 dicembre. O magari io sono Sally che balla dentro una canzone di Sam Cooke: “Let me tell you Mr, Mr. DJ, keep those records playin’, ‘cause I’m a-havin’ such a good time dancin’ with my baby”. Ma fuori da qui, fuori da adesso, che succede? Chi diventeremo, quanto soffriremo? Che risposte ci daranno? Quanti perché vorranno strapparci? E chi ci abbandonerà? Non lo sappiamo. Allora è meglio se questo tempo non lo sblocchiamo. Lasciamo che la musica suoni, che il vento continui a sollevare tovaglie e sottane. Meglio che noi rimaniamo sempre qui. Ricordo, desiderio, presente, non importa. Importa solo perdersi – ritrovarsi – qui dentro, dove io sono io e tu sei tu. Senza nulla intorno.

Dove io sono ioultima modifica: 2021-07-02T12:09:09+02:00da capecchi
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